venerdì 29 gennaio 2010

Vicenza, il dramma del lavoro

I dati del 2009 sulla situazione del lavoro nella nostra provincia evidenziano una situazione realmente drammatica. Da gennaio a dicembre 2009, in provincia di Vicenza sono 3.134 i lavoratori coinvolti in aperture di crisi (205 ditte); 9.138 quelli coinvolti in procedure concluse di crisi aziendali (233 ditte). Ci sono state 10.556.051 ore di cassa integrazione ordinaria le quali corrispondono a circa 5.737 posti di lavoro; vi sono state ben 10.582.436 ore di cassa integrazione straordinaria le quali corrispondono a circa 5.751 posti di lavoro [1]. Il numero totale delle ore di cassa integrazione ordinaria e straordinaria [2] della provincia di Vicenza è il più alto tra tutte le province venete. Nella provincia di Vicenza, le aziende con trattamenti di cassa integrazione straordinaria, la cosiddetta C.I.G.S., sono 105 di cui 85 per crisi aziendale. Il tutto è calcolato su un totale regionale di 307 aziende. Le ore richieste per la cassa integrazione in deroga sono state 9.581.845. Il numero dei lavoratori interessati alla cassa integrazione in deroga a dicembre è pari a 11.839. La previsione la fa Veneto Lavoro. La mobilità ha colpito 2.283 lavoratori di imprese oltre i 15 dipendenti e 4.237 lavoratori delle piccole imprese per un totale di 6.520 lavoratori in mobilità.

Si possono fare varie considerazioni sulle cause, sulla scarsa tenuta del modello di sviluppo nel Nord-Est e di quello vicentino in particolare. Si possono fare grandi dibattiti, interpretare anche i dati in maniera positiva, per esempio rilevando il dato dell’uso massiccio di cassa integrazione come ammortizzatore sociale a garanzia per i lavoratori. Un fatto comunque è da considerare: quella freddamente descritta dai numeri è la realtà. Una realtà drammatica, tragica, che getta in situazioni di estremo disagio migliaia di famiglie. I numeri evidenziano una profonda crisi. La progressiva crescita dei licenziamenti, della mobilità, del ricorso agli ammortizzatori sociali fotografano l'incapacità di chi governa il Paese di reagire, di proporre concrete soluzioni. Se poi si considera che a questi numeri si dovrebbero sommare i licenziamenti individuali, quelli dei lavoratori precari, i lavoratori non garantiti da forme di garanzia e da ammortizzatori sociali che escono silenziosamente dal mondo del lavoro, il vasto popolo delle partite Iva costretto a tentare di lavorare in proprio ma che, di fatto, lavora in totale subalternità, la situazione diventa ancora più drammatica.

Ma quelli sopra riportati non sono solo freddi numeri. Quei numeri sono lavoratori, persone, famiglie. Sono disperazione e progressiva mancanza di speranza nel futuro. Chi ci dice che la ripresa è iniziata mente. O probabilmente, pensa a una ripresa che favorisca solamente i capitalisti, gli speculatori, chi delocalizza e sfrutta il lavoro altrui. Noi riteniamo che di ripresa si possa parlare solamente quando l’occupazione crescerà. Quando ci sarà più lavoro. Un lavoro a tempo indeterminato, sicuro, stabile, con una retribuzione giusta. Il lavoro prima di tutto. Il lavoro come primo diritto costituzionale. Il lavoro come dovere costituzionale.

Riteniamo che sia indispensabile mettere al centro della politica della sinistra soprattutto la difesa del posto di lavoro e lo sviluppo del lavoro e che questo debba avvenire anche grazie ad azioni decise da parte delle istituzioni di una Repubblica che è fondata sul lavoro. Il vero problema è il lavoro e le istituzioni non possono fare finta di nulla né possono rispondere unicamente finanziando gli ammortizzatori sociali. L’articolo 4 della Costituzione stabilisce che «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto» e che «ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società». Non sono parole prive di senso come può ritenere il ministro Renato Brunetta. Sono, invece, princìpi fondamentali del vivere democratico. Non si può restare indifferenti né ci si può chiudere in una torre d’avorio in attesa di miracolose soluzioni, isolandosi dalla realtà e dai veri drammi della società. Bisogna agire. Noi vogliamo fare un appello a tutta la sinistra, alle forze sindacali (alla CGIL in particolare che sta svolgendo un congresso che dovrebbe avere il lavoro e lo sviluppo come centro della propria lotta), alle associazioni, ai singoli cittadini che hanno a cuore il bene dei diseredati, di chi lavora, di chi è pensionato, di chi le tasse le paga.

Un appello di invito a non cedere e continuare a lottare. Una lotta che parte da quello che siamo, dalla forza che abbiamo e che rimetta al centro della politica italiana la questione del lavoro. L’obiettivo primario deve essere avere maggiori possibilità di lavoro. Un lavoro garantito, sicuro e a tempo indeterminato, con una retribuzione giusta e sufficiente a vivere nella sicurezza.

La nostra lotta deve avere al centro questi diritti inalienabili. La cassa integrazione, la mobilità e gli altri ammortizzatori sociali sono utili a risolvere situazioni contingenti, ma non sono la cura, sono solo un dramma forse meno grave del licenziamento. Il nostro ambiente cade a pezzi, le nostre città sono invase da costosissime case vuote, le nostre fabbriche chiudono, ai lavoratori viene impedito di lavorare. Come nel 1949 c’è bisogno, oggi in Italia e anche a Vicenza (che fino a poco tempo fa si considerava un’isola felice), di un nuovo “Piano del Lavoro” che (ri)metta il problema dell’occupazione al centro della lotta politica. I capitalisti, in particolare quelli italiani, stanno dimostrando la loro incapacità di indicare una via d’uscita dalla crisi che non sia legata all’aumento dei privilegi della casta della quale fanno parte. Non si può continuare a elargire incentivi e finanziamenti pubblici a chi espelle migliaia di persone dal lavoro. È necessario un programma di progresso che indichi nei lavoratori la vera classe dirigente del paese e che ponga all’attenzione dei cittadini anche una domanda che non si fa più da troppo tempo: di chi deve essere la proprietà e il controllo dei mezzi di produzione? Insieme possiamo tentare di costruire un programma realmente di progresso e imporlo all’attenzione di tutta la sinistra. Pensiamo che lottare per una società diversa dall’attuale, così come faceva Di Vittorio, una società dove chi lavora abbia la proprietà del proprio futuro senza, per questo, dover chinare la testa, sia una scelta per la quale vale la pena vivere.

Giorgio Langella
Federazione della Sinistra - coordinamento PdCI - PRC Vicenza

[1] Il numero di posti di lavoro “perduti” è calcolato considerando una media potenziale di circa 1840 ore di lavoro per l’annata
[2] Nel periodo gennaio-dicembre 2009 le ore di cassa integrazione totali (C.I.G. + C.I.G.S.) sono: ITALIA, 918.146.733 (pari a circa 498.992 posti di lavoro); VENETO, 81.792.392 (pari a circa 44.452 posti di lavoro); VICENZA, 21.138.487 (pari a circa 11.488 posti di lavoro)

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giovedì 28 gennaio 2010

Il declino di Vicenza secondo Equizi

Da un paio d'anni non siede più in consiglio comunale, ma Franca Equizi non ha perso lo smalto del combattente. Giusto alcuni giorni fa il suo comitato "Salviamo l'aeroporto" è ri-salito metaforicamente sulle barricate quando i riflettori della stampa locale si sono nuovamente accesi sul caso delle vestigia romane al cantiere della Ederle bis. «Credo che si tratti di timori concreti - precisa l'ex consigliere - anche perché le prime segnalazioni le abbiamo fatte proprio noi del comitato».

Quando?
«Era il 20 febbraio del 2009. Se gli organi competenti intendono intervenire, hanno la strada spianata. Volendo potrebbero bloccare anche i lavori».
Ma in realtà?
«In realtà in nome di un non ben identificato interesse nazionale si passa sopra a tutto. Anche alle leggi».
In che senso?
«Basta rammentare il comportamento del Consiglio di Stato che ha de facto dato il là ad una procedura amministrativa per la realizzazione della base Usa che si è dimostrata contra legem. D'altronde la composizione del Consiglio in buona parte la decidono i palazzi della politica romana».
Nutrite sfiducia quindi verso le istituzioni di controllo della capitale?
«Sì nutriamo molta sfiducia. Ma non è che le cose qui a Vicenza vadano molto meglio».
Che significa?
«Lasciamo perdere l'amministrazione di centrodestra guidata da Enrico Huellweck, tutti sanno che è stato tra i principali artefici della svendita della città agli interessi Usa. Una seria riflessione va fatta sulla condotta dell'attuale sindaco democratico Achille Variati, il quale guida una coalizione di centrosinistra. Quel centrosinistra che a parole si era battuto contro la nuova installazione militare».
Quale è il vostro punto di vista?
«Variati ha vinto le elezioni cavalcando la protesta dei "No Base", poi di punto in bianco ha cambiato atteggiamento. Basti ricordare che non un vigile urbano ha fermato per i controlli da noi sollecitati i camion che lavoravano in base. Spesso in sovraccarico, spesso in manovra in strade non consentite al traffico pesante. E questo è solo un episodio. Purtroppo i controlli sono mancati anche in città».
Ci sono esempi o casi specifici?
«La provincia di fatto è stata inesistente. Per non parlare poi del doppiopesismo della magistratura».
A che cosa vi riferite?
«Le azioni ritenute contro la cosa pubblica, contro l'ordine costituito, contro l'establishment vengono perseguite con durezza. Salvo poi risolversi in nulla. Basti pensare al caso dell'attentato farlocco all'oleodotto Nato. Si è dato grande rilievo, anche mediatico, alle prime perquisizioni a carico di esponenti del presidio contro la base e poi tutto è finito in una bolla di sapone. Di contro quando un esponente del comitato “Sì base” ha dato della puttana alla sottoscritta, quando in aula consiliare quando ero ancora consigliere, l'inchiesta si è tramutata in aria. Tanto che non ne conosco l'esito nemmeno io. Lo stesso è accaduto con l'episodio del militare che ha investito con la sua auto un supporter dei No Base. Stessa fine per il caso degli scavi sospetti a margine di strada Sant'Antonino. E posso proseguire. Non si capisce che fine abbiano fatto i procedimenti. Se la procura della repubblica lo chiarisse, saremmo tutti più soddisfatti».
Ma c'è una ragione di fondo per tutto ciò?
«Ovviamente sì. In questo caso l'affaire Dal Molin rientra in un andazzo più generale».
Che tipo di andazzo?
«Io parlo per la mia esperienza personale. Ovvero per gli anni passati in consiglio comunale e ora come portavoce del comitato in cui milito. Le inchieste scomode hanno spesso esiti assurdi come nel caso Hotel De La Ville o nel caso delle molestie sessuali a palazzo Trissino. Ci sono poi altri casi eclatanti come quello di Ponte Alto nel quale si sono impiegati anni solo per addivenire ad un rinvio a giudizio. Ci sono casi che gridano vendetta a causa di una morte per prescrizione come quello relativo all'affaire Pp4-Nuovo teatro per il quale anche a livello politico è stata innalzata una cortina di silenzi bipartizan. Quando ci sono di mezzo i potenti, tranne qualche sgangherata eccezione, il pugno duro della legge si trasforma in manina carezzevole. C'è comunque anche una responsabilità dei media che non danno abbastanza spazio a fatti che l'opinione pubblica dovrebbe giudicare severamente».
Vale a dire?
«Faccio qualche esempio. Il pm che ha seguito il caso di presunte molestie sessuali a palazzo era Paolo Pecori. Lo stesso che ha seguito l'affaire Ponte Alto. Nel primo erano coinvolti un assessore fedelissimo dell'ex sindaco Huellweck, nonché, indirettamente lo stesso Huellweck. Nel secondo caso tra gli indagati figurava la moglie del forzista Huellweck, tale Lorella Bressanello, pure lei di Fi, indagata appunto in veste di superdirigente del dipartimento territorio del comune. Per di più in aula dissi apertis verbis che la stessa Bressanello abitava in una porzione di palazzo messale a disposizione dal designer Flavio Albanese, uomo notoriamente ben ammanigliato con gli ambienti economico-urbanistici che contano, un Albanese che tra l'altro ospitò per le ferie Huellweck e Lorella nella sua casa siciliana. Più o meno contemporaneamente Massimo, figlio del pm Pecori, beneficiava della benedizione di Huellweck per essere incoronato difensore civico. Massimo Pecori peraltro, come sua sorella, fa di mestiere l'avvocato. I due quindi esercitano nel medesimo distretto del padre. Di più la figlia di Paolo Pecori ha recentemente sposato anche uno dei rampolli della famiglia Marchetti, gruppo immobiliare che risulta avere cospicui interessi nell'ambito della redazione del nuovo piano regolatore o Pat che dir si voglia. E Massimo Pecori, pur da consigliere dell'opposizione in quota Udc, ha deciso di non votare contro il nuovo documento del Pat presentato in consiglio comunale dalla giunta di centrosinistra. Se qualche informazione in mio possesso è errata sarei assai lieta di essere smentita dai diretti interessati. Purtroppo queste cose le ho ripetute sia da consigliere comunale sia da portavoce del mio comitato. Forse alla stampa e all'opinione pubblica interessano poco. Forse si preferisce non dare al tutto troppo risalto».
Il comitato "Salviamo l'aeroporto" ha espresso critiche assai dure nei confronti del presidio “No Dal Molin”, pur portando avanti una battaglia comune contro la base. Si tratta di una considerazione corretta?
«Sì, se le critiche sono intese come critiche alla linea, diciamo politica, del presidio. No, se qualcuno ritiene i nostri rilievi personali».
Parlando in concreto?
«Il presidio, forse all'inizio ci era riuscito, aveva cercato di utilizzare partiti e gruppi di natura politica vicini alla sinistra, e all'area antagonista, per portare avanti la sua battaglia. In senso buono li aveva cannibalizzati. Poi però il vento è cambiato e la posizione del presidio è divenuta troppo debole, a tratti ancillare, rispetto alle pressioni di questo o quel gruppo. Basti vedere il garbo con cui lo stesso presidio ha trattato sino ad ora Variati. Va detto che in questo momento qualcosa sta scricchiolando. Forse perché qualcuno in seno al presidio si rende conto che certi suggerimenti venuti da fuori non hanno portato a grandi risultati».
Questi i rilievi addebitati al presidio. Mi pare di capire che in parte li rivolgete anche all'area cattolica di sinistra. Mi sbaglio?
«No, anche se rivolgiamo loro critiche con argomenti un po' diversi».
E voi del comitato ritenete di non aver fatto errori?
«Anche noi ne abbiamo fatti».
Di che tipo?
«Le nostre responsabilità sono di segno opposto rispetto a quelle del presidio. Non siamo stati in grado di costruire la nostra rete di contatti se non a livello embrionale. Purtroppo abbiamo scontato anche noi un vizio tipicamente vicentino, quello di andar per parrocchiette. Da questo punto di vista i “No Tav” sono molto più bravi. C'è poi un altro problema per noi del comitato. Seppur connotati assai poco politicamente, una nostra area di riferimento dovrebbe essere quella moderata, ma anche quella con una eredità culturale di destra. Da questo punto di vista però quest'area è ancora appannaggio del Carroccio, il quale ancora riesce a fare finta di essere movimentista e forza di governo al contempo, radicandosi bene sul territorio. Da ex leghista so che si tratta di un bluff, ma i bluff si vincono solo quando riesci a vederli. E in politica li devono vedere in tanti. Ad ogni buon conto, con questo andazzo Vicenza è destinata ad un progressivo impoverimento. Sia produttivo che sociale. La crisi da noi avrebbe potuto mordere assai meno. Ma la cosa non è avvenuta anche per le storture di cui ho parlato prima».

Marco Milioni
da www.lasberla.net del 28 gennaio 2010
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venerdì 22 gennaio 2010

J'accuse a 360 gradi

C'era aria di burrasca ieri in consiglio comunale a Vicenza. Il caso della cosiddetta banca fantasma ha scatenato l'ennesimo vespaio. Il sindaco democratico Achille Variati ha tentato la strada della difesa d'ufficio, la quale però si è sbriciolata sotto i colpi di Maurizio Franzina (Pdl), nonché soprattutto sotto quelli di Claudio Cicero e di Domeico Pigato della civica Impegno a 360 gradi. E non è valso granché il soccorso, un po' svogliato, di big del Pd come Federico Formisano e Gianni Rolando. Per di più un'altra bordata Cicero se l'è riservata per i privati coinvolti nel caso edilizio della settimana (si tratta della padovana Vivara, una srl di San Martino di Lupari). La loro paventata richiesta milionaria a danno dei consiglieri è stata bollata come «comportamento mafioso». La miccia è stata accesa. La bomba deflagrerà?

LE FRECCIATE. Franzina senza giri di parole ha accusato il primo cittadino di avere eterodiretto Cangini con lo scopo ultimo di far rimanere inerte l'amministrazione la quale sarebbe poi finita ovviamente nelle more della legge. Il sindaco ha cercato di rispedire le accuse al mittente, ma non ha bollato come falsa la ricostruzione di Franzina. Durissimo anche Cicero il quale ha ricordato in aula che i privati prima si sono presentati in comune con l'idea di fare un supermarket. Di seguito hanno ottenuto il permesso a realizzare «dei parcheggi sotterranei» proprio a pertinenza del negozio. Infine, dopo «avere stipulato un prelimeinare» per la vendita dei soli parcheggi, hanno chiesto al comune un provvedimento che sanasse l'abuso edilizio. Abuso edilizio dovuto al fatto che la Vivara ha già realizzato una banca (non funzionante) sebbene il piano regolatore non consenta una cosa del genere in quel punto di piazza Matteotti. E Cicero è andato oltre. Ha accusato i privati di aver tenuto un comportamento «mafioso» nei confronti dei consiglieri allorquando i loro avvocati hanno paventato anche nei confronti del consiglio «una possibile richiesta di danni» in sede civile di «quattro milioni di euro». Una richiesta «campata in aria» secondo Pigato, indice del fatto che i privati sono di fatto alla frutta perché responsabili di una condotta contra legem. Ma Impegno a 360 gradi non si ferma e sempre con Cicero fa il punto su una parte precisa del dettato normativo: «I signori della Vivara hanno ottenuto il permesso a costruire parcheggi in un seminterrato, solo in funzione della previsione del market, poi hanno cambiato idea». Cicero così ha domandato alla giunta come mai il consiglio debba ridursi a togliere le castagne dal fuoco a chi «non ha rispettato la legge».

LO SCENARIO. Il problema posto dal consigliere comunale di opposizione però è la vera chiave di volta. In mancanza di un cambio di destinazione d'uso da market a banca concesso dal consiglio, il locale rimane commerciale, ma il privato si è impegnato anche economicamente verso terzi a vendere separatamente i parcheggi (sperando o sapendo) che prima in giunta, poi in sala Bernarda, l'avrebbe fatta franca. Ora se il privato volesse puntare nuovamente sul negozio dovrebbe chiedere indietro i garage già venduti, almeno sul preliminare. E questo gli costerebbe caro. Se invece i garage fossero stati venduti definitivamente, allora lo stabile, senza le autorimesse, non potrebbe essere nemmeno adibito ad area di vendita. Di più. mancando il negozio qualcuno potrebbe pretendere dall'amministrazione (reazione possibile una causa per danno erariale) di impugnare i provvedimenti con i quali la stessa amministrazione ha concesso i garage al privato. Il quale, ipoteticamente, a causa di un errata applicazione delle norme, potrebbe (o dovrebbe) vedersi di fatto sfilati non solo i guadagni, ma anche i quattrini con cui ha pagato i lavori, nonché la proprietà dei garage medesimi. Questo perché la norma prevede l'acquisizione senza oneri da parte del comune di quelle opere viziate da un palese e non sanabile abuso edilizio. E ancora. Sul piano teorico la legge stabilisce che l'abuso edilizio non sanabile non solo rende nulli tutti gli atti tra vivi rispetto ad esso correlati, ma costituisce esso stesso un possibile illecito penale per il quale sarebbe competente la procura della repubblica.

LA PROSPETTIVA. Ieri tuttavia il consiglio si è limitato ad annullare in autotutela un provvedimento con il quale il commissario autorizzato dalla regione aveva cambiato la destinazione d'uso dello stabile. Non è chiaro se il provvedimento del commissario ad acta incorpori o meno la sanatoria dell'abuso. Allo stato l'amministrazione non ha annullato invece il permesso a costruire tout-court. Se ciò avvenisse, secondo molti consiglieri di maggioranza e opposizione sarebbe la strada maestra sotto il profilo amministrativo, la partita si trasformerebbe in una sciarada. Gli uffici, la giunta e lo stesso sindaco si troverebbero infatti tra due fuochi. Da una parte c'è il privato che ha maturato comunque delle aspettative anche in ragione di scelte, definite in aula azzardate o prese con troppa leggerezza, materializzatesi proprio in seno all'assessorato all'edilizia privata.

Dall'altra c'è un pezzo consistente del consiglio comunale il quale rammenta che la legge è uguale per tutti e che una errata operazione sul mercato immobiliare fa parte del rischio d'impresa. Impresa che in questo caso, qualora l'avesse vinta in barba alle regole, finirebbe inevitabilmente per privatizzare i profitti scaricando le perdite sulla collettività comunale. Questa è la situazione che in questo momento si vive in municipio, specie nell'assise comunale.

I MEDIA. Ad ogni buon conto in sala Bernarda girano voci precise: gli sherpa si stanno attivando per salvare capra e cavoli. Ma la legge lo consente? Il disagio nella maggioranza si pesa a libbre. Lo ha ammesso lo stesso sindaco che ha parlato chiaramente «di errori» commessi più livelli. Tant'è che il suo staff ieri si è mosso per l'ennesima volta al fine di evitare che sulla stampa lo stato delle cose trasparisse in modo troppo vivido. E l'effetto si vede su tutti i quotidiani locali di oggi. Delle accuse di Cicero, Franzina nonché delle analisi sull'operato dell'amministrazione, non si trova traccia.

Marco Milioni
da www.lasberla.net del 22 gennaio 2010
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venerdì 8 gennaio 2010

Dalla Valsusa a Variati

Oggi sul Corsera a pagina 25 c'è un titolo che meriterebbe la prima pagina: «La Tav a rischio stop». La questione approfondita da Marco Imarisio, uno degli inviati di punta del quotidiano della Rcs, è quella arcinota del tracciato ferroviario previsto e osteggiato in Val di Susa. Il tavolo tecnico voluto dalle parti si è di fatto polverizzato perché i No Tav hanno definitivamente calato la loro «opzione zero». Ovvero quella per la quale in vallata "i treni veloci" non passano. Punto. Il commissario governativo Mario Virano, ex Pc, una storia di ventilati conflitti di interesse per la sua vicinanza ad alcune grandi aziende interessate al tracciato, ha fatto capire al governo che a causa della durezza delle posizioni dei No Tav non ci sono «i presupposti per andare avanti». A beneficio di cronaca va ricordato che la contestazione contro la cosiddetta Alta Velocità era entrata nel vivo durante i primissimi anni 2000. Tant'è che la notizia del Corriere pesa come un macigno perché per il governo rischia di portare indietro alla mezzanotte l'intero iter. E tra gli artefici del blocco c'è Sandro Plano, ex Dc, ex sindaco di Susa nel Torinese, eletto in novembre a capo della locale comunità montana grazie ai voti dei No Tav e dei democratici dissenzienti dalle segreterie regionali e nazionali, le quali sono a favore della Tav. Plano è stato avvisato dal partito che paventa epurazioni dei ribelli. Senza batter ciglio Plano replica glacialmente: «Io cacciato? Dovranno farlo con tanti altri... E finisce che poi i congressi li fanno in una cabina telefonica». Plano non è uno sprovveduto. È un ingegnere che conosce la materia, visto che fa il funzionario per conto di una delle società che gestiscono i trafori stradali piemontesi. La vicenda valsusina però è importante anche per un altro motivo. Il nuovo presidente della comunità montana, quando parla di cabine telefoniche e congressi non lo fa per una semplice boutade. La sua frase è un affresco sull'allontanamento progressivo delle segreterie partitiche dalle istanze del territorio e della gente verso quelle degli affari. Il Pd è forse il caso più eclatante, non perché più perverso degli altri, ma proprio perché la sua storia professata, intrisa di questione morale, fa a cazzotti con appalti, potentati e interessi più o meno incoffessabili. Ma dal Piemonte arriva un'altra lezione. Il raffronto con Vicenza è facile da fare. I No Tav sono ancora vivi e vegeti e sono pronti a battagliare, dentro e fuori le istituzioni, per le loro ragioni. I No Base si sono divisi, dispersi, mentre alcuni di loro, specie tra i No Dal Molin, si sono trasformati nella ruota di scorta della giunta di centrosinistra, non tanto per connivenza politica, quanto per incapacità politica. Il Pd berico, dopo aver preso la palla al balzo della nuova base Usa, per lucrare sulle elezioni comunali, è immediatamente rientrato nei ranghi. In consiglio comunale non si vedono più bandiere della pace. Nella sala riunioni della maggioranza di centrosinistra campeggia il faccione di Barak Obama, il quale niente ha fatto per dire no alla Ederle Bis, mentre le sue truppe continuano, assieme alle nostre (o col supporto dei nostri governi) a occupare de facto Iraq e Afghanistan, con in testa l'opzione Pakistan. Il sindaco del Pd Achille Variati, a differenza di Plano, non penserà mai a mandare a quel paese la dirigenza nazionale del partito, anche quando la cosa sarebbe sacrosanta. Il segretario cittadino del partito, Claudio Veltroni, esiste solo in forza della omonimia del suo cognome con un altro perenne perdente, sempre di casa democratica. A questo punto è facile capire che non è una questione di schieramenti. È una questione di persone, di terra e di attributi. Nel Vicentino, terra da anni abitata da servi, l'epilogo per la Ederle bis stava forse già scritto nella mancanza di attributi dei suoi cives. Ecco perché gli americani hanno scelto Vicenza e non la Valsusa.

Marco Milioni
link originario: http://www.lasberla.net/2010/01/dalla-val-di-susa-a-variati/

lunedì 21 dicembre 2009

Cara Lazzari, che delusione

Per la conoscenza che abbiamo di lei, consideriamo l’assessore all’urbanistica Francesca Lazzari una donna onesta e, almeno sotto il profilo strettamente personale, libera. Lo scrivevamo un anno fa agli esordi della giunta Variati, e lo ribadiamo oggi che invece, ahinoi, dobbiamo dirci profondamente delusi dal suo operato politico. Ieri ed oggi, su VicenzaPiù prima e sul Giornale di Vicenza poi, sono uscite due sue interviste in cui spiega certe scelte contenute nel Pat, il nuovo piano regolatore. Tralasciando pure che su certe questioni sollevate dal settimanale per cui scrivo l’assessore ha risposto al GdV e non a ViPiù per "mancanza di tempo” (le virgolette, nostre, dicono tutto), veniamo al sodo. Cioè all’affare Vicenza Futura e al caso Ivem.

Vicenza Futura è il consorzio in cui sono intruppati Maltauro, Caoduro, Cestaro, Marchetti ed è la cordata che ha ratificato col centrosinistra un’intesa preliminare che è una vera regalìa per loro. I motivi li ha spiegati per primo il sottoscritto in un articolo su ViPiù un mese fa (”Nuovo stadio, a noi non Menti”, 21 novembre 2009). È interessante come la Lazzari, al contrario di quanto ci si aspetterebbe, non difenda a spada tratta l’operazione. Su ViPiù dà una risposta che pare il minimo sindacale: è una scelta che l’amministrazione ha fatto (ma va?), è una possibilità perchè ancora allo stato di pre-intesa (sì ma è stata votata con tutto il Pat, e questo peserà), che si mangerà meno suolo libero disponibile rispetto al Pat di Zocca (embè? È sempre tanto, troppo), e promette che i privati si accolleranno contropartite di cui nell’accordo scritto non c’è traccia.

Interessante come faccia la gnorri sul punto decisivo: è vero che i dettagli saranno chiariti nel momento successivo, cioè all’interno del Piano degli Interventi, ma allora è stata una furbata infilare un’intesa di massima nel calderone del Pat e farla votare. Perchè così, quando ripasserà in consiglio la convenzione definitiva, la maggioranza avrà le mani legate: con che faccia un consigliere potrà dire no dopo che ha detto sì? Non sarà una politica di mestiere come Variati, la professoressa Lazzari, ma a questo credo ci arrivi.

Ma per l’appunto, qui c’è stato lo zampino di quel volpone del sindaco. Lo ammette candida la stessa Francesca: «È arrivata una proposta dai privati, e il sindaco ha inteso che fosse una proposta da valutare». Il sindaco, non lei o altri. L’attribuzione di responsabilità politica è evidente, quasi un volersi discolpare. Lo si legge ancor più chiaramente sul GdV là dove l’assessore dice di aver preso atto che «è un progetto importante per la città e che la maggioranza vuole».

Insomma, lo capisce anche un bambino che lei non ne è per niente entusiasta. Secondo noi, la Lazzari è talmente pervasa di buona volontà che pur di portare a casa un risultato medierebbe anche col diavolo. I costruttori non sono esseri infernali, su questo siamo d’accordo con lei. Ma quello che è inaccettabile è sbandierare il risultato raggiunto come una conquista per l’esclusivo bene della città. Sta bene trovare il compromesso, ma quando esso è palesemente e inoppugnabilmente sbilanciato a favore del privato, che almeno lo si ammetta. È la presa in giro, è negare l’evidenza: questo brucia. Purtroppo la Lazzari, quanto a girare la testa dall’altra parte, pare ci abbia preso il vizio. Interrogata dal GdV su un’altra intesa, quella per la riqualificazione della Corte Pellizzari in cui il proponente è una società partecipata dal faccendiere Carlo Valle, l’assessore se ne esce bel bella così: «No, non mi risulta. Il signor Valle l’ho visto solo sul giornale… tempo fa…».

Dico: pensa che siamo tutti scemi? Qui non è in discussione se lei, Francesca Lazzari, si sia incontrata con Valle: non abbiamo di lei una così bassa opinione da vedercela che si vede a palazzo con tale signore, lei che ha perfino cambiato supermercato dove fare la spesa onde evitare certi brutti incontri. Il problema è un altro: quando si firma qualcosa con qualcuno, con una società, bisognerebbe avere tutte le informazioni necessarie. Perchè, con tutte le fiduciarie che ci sono in giro, il rischio è stipulare accordi con gente dalla fedina penale sporca, che magari ha pure danneggiato Vicenza e la collettività come ha già fatto in passato Valle. Nel merito, poi, la Lazzari dice che non le risulta. Ci sono le carte, le visure a parlare. Se vuole gliele mostro. Se non si fida del mio lavoro di giornalista, si fiderà almeno della Camera di Commercio che le fornisce.

E concludo con una nota a margine sulla concezione che la Lazzari ha della politica. «A me vengono a dire certe cose. A me che sono una donna di sinistra, di sinistra vera, non di quella demagogica e che mette la testa sotto la sabbia. Perché la sinistra vera non ha mai fatto demagogia e non ha mai nascosto la testa sotto la sabbia: al contrario, ha affrontato i problemi. Ed è questo che bisogna fare, se non vogliamo consegnare la città alla destra più becera: affrontare i problemi. E sporcarsi un po’ le mani. Io non credo all’etica dei principi, credo a quella delle conseguenze».

Primo: la sinistra vera cosa sarebbe? Quella dichiaratamente inciucista di D’Alema? Quella inciucista, ma più ipocrita di Veltroni? Quella consociativa del Pci degli anni ‘80, che risolveva i problemi a braccetto della Dc spartendosi appalti e poltrone? Secondo: lo spauracchio della «destra più becera» non spauracchia nessuno. Chi sarebbero, questi beceri di destra? Il PdL che in città è composto da mezze figure ed ha la credibilità di uno Zocca (sul quale, va detto, la Lazzari ha ragione da vendere)? Sembra che il ragionamento sia: la destra faceva schifezze, noi della sinistra non demagogica, quella demagogica sarebbero i Verdi di Asproso e i rossi del clan Rebesani, le facciamo pure, ci «sporchiamo le mani», ma in una misura accettabile; non siamo laidi, ma stiamo più attenti a come addobbarle.

Già qui è chiaro come il sole che la Lazzari, che, repetita iuvant, di suo è una brava persona, fa ammissione di colpa. L’etica delle conseguenze, infine. Forse voleva dire etica della responsabilità, secondo la distinzione weberiana che la divide dall’etica dei princìpi. Ma il lapsus, questa volta freudiano, è rivelatore: le conseguenze, per un’amministrazione che non si sporca, cioè non si conforma all’andazzo bipartisan dei favori ai potenti, sono pesanti. In pratica, reggersi solo sul voto dei cittadini. Che orrenda prospettiva. Soprattutto per un partito che si chiama Democratico.

Alessio Mannino
da www.lasberla.net del 20 dicembre 2009
link originario: http://www.lasberla.net/2009/12/cara-lazzari-che-delusione/

venerdì 18 dicembre 2009

Edilizia privé

Irregolarità in via Vecchia Ferriera a Vicenza? Per carità tutto in ordine. Anzi, quando qualcuno si permette di chiedere alla giunta o agli uffici tecnici lumi al riguardo s'inalberano pure. Nella migliore delle ipotesi sei un rompiscatole, uno che non si fa gli affaracci suoi. Nella peggiore sei al servizio dei «nemici della città» o dei «convincimenti inconfessabili».

IL FATTACCIO. Poi però capita che in un edificio di via Vecchia Ferriera i carabinieri berici scoprano un maxi giro di prostituzione condito da brutali episodi di violenza. I dieci arresti fioccati ieri in seno all'operazione “Tentation” club parlano da soli. Formalmente l'attività era un centro con finalità «sociali» avente come prerogativa quello di facilitare «lo scambio di idee» e la promozione «culturale». Di fatto, stando alle accuse della magistratura, lì cera una casa d'appuntamenti. Anzi un posto pieno di «troie» secondo il linguaggio degli indagati intercettati dagli inquirenti. Peccato però che la destinazione d'uso del locale, esclusivamente artigianale, esclude la presenza di altro. La scappatoia dei gestori era stata quella della legge 383 del 2000, che concede ad associazioni no profit con esclusiva rilevanza sociale, la possibilità di occupare gli stabili in difformità alla destinazione d'uso prevista dai comuni. Peccato però che la finalità socio-culturale del “troiaio” non è compatibile con gli indirizzi della legge, soprattutto perché si tratta di una attività con una finalità di lucro «a mala pena mascherata».

STORIA VECCHIA. A palazzo Trissino saranno saltati sulla sedia. Siamo basiti diranno in giunta. Non sospettavamo niente. Ma le bugie hanno le gambe corte. Anzitutto la situazione di potenziale abuso edilizio di molte attività in via Vecchia Ferriera è cosa vecchia. Per dieci anni l'ex consigliere leghista Franca Equizi aveva puntato l'indice sul distretto a luci rosse di Vicenza quando in città governava il centrodestra. Risultato, sbattuta fuori dal partito. Da un anno mezzo in maggioranza c'è il Pd, ma poiché al ridicolo non c'è limite il centrosinistra ha deciso di non sfigurare.

LE INIZIATIVE. Il comitato vicentino contro gli abusi edilizi nel giugno di quest'anno aveva indirizzato alla magistratura un corposo esposto nel quale si chiedeva di valutare possibili carichi penali nei confronti della passata amministrazione e di quella attuale. Il motivo? Una presunta inerzia nell'obbligare i privati al rispetto di una serie di norme amministrative. Nello stesso contesto era stata mandata una segnalazione agli uffici tecnici municipali nonché al sindaco, il democratico Achille Variati. Repliche dell'amministrazione? Zero. Al tutto si aggiunga una nota comica. Proprio il comitato aveva reso pubblica in città la pagina di un forum di scambisti nel quale si lodava la qualità del locale finito nel ciclone giudiziario (il “Tentation”; notare l'errore di ortografia. La parola in inglese si scrive temptation, ma a Vicenza il rispetto della grammatica segue di pari passo quello della legalità). Nello stesso intervento si giudicava lo stesso club molto caro. Segno evidente che la finalità di lucro del locale è più che ipotizzabile. Di seguito era stato il turno del consigliere di maggioranza Silvano Sgreva, eletto nella civica del sindaco ma iscritto all'Idv. Sgreva in una domanda di attualità presentata il 28 settembre 2009 aveva sintetizzato i dubbi dei comitati. La risposta dell'assessore all'edilizia privata Pierangelo Cangini (Pd) era arrivata a giro.

In pratica una non risposta, nella quale però lo stesso assessore era stato obbligato ad ammettere che le verifiche degli uffici per alcune posizioni critiche vanno avanti dal 2005. Roba che un geometra comunale e un vigile urbano di media preparazione sbrigano in tre giorni, tanto per capirsi. Nel medesimo contesto però lo stesso Cangini non si era tirato indietro nell'affibbiare sui media la patente di abuso edilizio ad un vicino centro di preghiera cristiano protestante frequentato da evangelici immigrati dall'Africa.

MENZOGNE PADANE E BUGIE DEMOCRATICHE. Sembrava così che su via Vecchia Ferriera fosse calato il sipario dell'oblìo, ma alle volte il diavolo fa la pignatta ma non il coperchio. Quando a fine novembre i media hanno diffuso la notizia che la croce rossa islamica aveva organizzato un incontro pubblico dedicato alle opere umanitarie, in città è divampata una polemica montata dalla Lega con il Pd che cercava di tallonare la destra sulla via del fondamentalismo alla vicentina. Cosa legittima, ma che non può essere tollerata quando per argomentare le proprie ragioni si dicono balle. Ha cominciato il Carroccio sostenendo che sull'invitato principale pendevano provvedimenti internazionali di polizia per ragioni di terrorismo. La questura e il settimanale Vicenza Più in un batter d'ali hanno spiegato, ognuno facendo il suo mestiere, che la cosa era falsa. Poi è arrivato il tentativo, goffissimo peraltro, della maggioranza del Pd di mostratre un po' di attributi da duri “law and order”. Proprio l'assessore all'edilizia privata, Cangini, sul Corriere della Sera, edizione veneta del 27 novembre, aveva dato fiato all'olifante crociato: «Quella moschea è abusiva». Per essere più precisi: «... ora acquisiremo tutte le informazioni necessarie. L’unica cosa certa è che a Vicenza non esiste una moschea, visto che quella finora utilizzata è abusiva». Bene, picchia duro il coraggioso paladino vandeano, quello che un giorno per non incrociare il mio sguardo stava per inciampare ad una pedana in prossimità della sala consiliare.

Peccato però che appena ventiquattro ore appresso il sindaco è costretto a parare il culo all'amministrazione spiegando su Il Giornale di Vicenza che dai riscontri fatti durante le ultime ore la moschea che sorge nello stesso quartiere del Temptation, non è abusiva. Anzi la pratica per il presunto abuso per l'amministrazione «è archiviabile». Affermazione viscida perché conferma l'apertura di una pratica che non si sa perché dura da anni, per la quale non si annuncia la chiusura definitiva, ma una non ben determinata archiviabilità. Magari proprio perché su Vicenza si erano accesi i riflettori nazionali. E con la stampa nazionale non puoi raccontare troppe fregnacce. Magari perché su Cangini aleggiava lo spettro di una querela per diffamazione, visto che il centro di preghiera islamico segue la stessa norma, ma con ragione diversa ovviamente, dal “Tentation”.

IL BUBBONE. Alla fine il blitz dei carabinieri ha fatto scoppiare il bubbone. Un bubbone gonfio di pus penale e amministrativo. Vorrei capire ora quale sarà il destino di Cangini e del direttore dell'edilizia privata, l'architetto Michela Piron, nominata con un incarico ad personam fortissimamente voluto dal sindaco. Assessore e architetto erano stati abbondantemente informati di quanto accadeva in zona, almeno sul piano amministrativo. Perciò delle due l'una: o sono sommamente incompetenti, quindi è meglio che facciano un altro mestiere, oppure hanno qualcosa da nascondere sotto il profilo della legge, anche penale. Tertium non datur. Dopo il casino di ieri però sfido il Pd, ma soprattutto Lega e i giornalisti, a sollevare lo stesso polverone del forum islamico. Per caso hanno intenzione di sopire tutto? Magari perché il proprietario della casa delle «troie» è l'ex candidato sindaco della Lega? Il soggetto si chiama Margherita Carta Veller. Le apro il blog per dire la sua. Ma per caso La Padania farà un titolo del tipo: “vestiamo da leprotti chi affitta i locali in cui vanno le troie extracomunitarie?” Ultima perla. Isnardo, il fratello della signora Carta, è titolare di una delle ditte che sta costruendo la nuova base Usa di Vicenza. Pare che alla signora Margherita la base Usa bis non piaccia tanto. Il Tentation lo sposteranno lì dentro? Così magari faranno pace.

Marco Milioni
da http://www.lasberla.net/ del 18 dicembre 2009
link originario: http://www.lasberla.net/2009/12/edilizia-prive/

sabato 12 dicembre 2009

Quella sovranità della moneta in mani private e il non detto sul debito pubblico detestabile

«Abbiamo ricominciato a tremare per le banche. Abbiamo ricominciato a tremare addirittura per gli Stati, a rischio di fallimento attraverso i debiti delle banche. Si è alzata anche, in questi frangenti, la voce di Mario Draghi con il suo memento ai governanti: attenzione al debito pubblico e a quello privato; dovete a tutti i costi farli diminuire. Giusto. Ma l’unico modo efficace per farli diminuire è finalmente riappropriarsene». Così scriveva ieri Ida Magli su Il giornale in pagina 21. «Non è forse giunta l’ora, dopo tutto quanto abbiamo dovuto soffrire a causa delle incredibili malversazioni dei banchieri, di sottrarci al loro macroscopico potere? Per prima cosa - si legge ancora nel corsivo - informando con correttezza i cittadini di ciò che in grande maggioranza non sanno, ossia che non sono gli Stati i padroni del denaro che viene messo in circolazione in quanto hanno delegato pochi privati, azionisti delle banche centrali, a crearlo. Sì, sembra perfino grottesca una cosa simile; uno scherzo surreale del quale ridere; ma è realtà». 

Il corsivo di Magli, che è pubblicato su un quotidiano di simpatie tutt'altro che stataliste deve indurre chi, per ignoranza o ipocrisia, da troppo tempo non si sofferma più su argomenti del genere. E che la questione sia dannatamente seria lo spiega ancora Magli quando scrive che c’è stato un momento in cui alcuni ricchissimi banchieri hanno convinto gli Stati a cedere loro il diritto di fabbricare la moneta per poi prestargliela con tanto di interesse. È così che si è formato il debito pubblico: sono i soldi che ogni cittadino deve alla banca centrale del suo paese per ogni moneta che adopera. La Banca d’Italia non è per nulla la «Banca d’Italia», ossia la nostra, degli italiani, precisa ancora la giornalista, ma una banca privata, così come le altre Banche centrali inclusa quella Europea, che «sono proprietà di grandi istituti di credito, pur traendo volutamente i popoli in inganno fregiandosi del nome dello Stato per il quale fabbricano il denaro».

Come rimarca Il Giornale è bene ricordare che tutto ebbe in qualche modo inizio quando la Federal Reserve (che si chiama così ma che non ha nulla di «federale»), banca centrale americana, i cui azionisti sono alcune delle più famose banche del mondo quali la Rothschild Bank di Londra, la Warburg Bank di Berlino, la Goldman Sachs di New York e poche altre. «Queste a loro volta sono anche azioniste di molte delle banche centrali degli Stati europei e queste infine, con il sistema delle scatole cinesi, sono proprietarie della Banca centrale europea. Insomma il patrimonio finanziario del mondo è nelle mani di pochissimi privati ai quali è stato conferito per legge un potere sovranazionale, cosa di per sé illegittima negli Stati democratici ove la Costituzione afferma, come in quella italiana, che la sovranità appartiene al popolo». Nel suo corsivo Magli, una delle più note antropologhe del Paese, fa bene a ricordare che niente «è segreto di quanto detto finora, anzi: è sufficiente cercare le voci adatte in internet per ottenere senza difficoltà le informazioni fondamentali sulla fabbricazione bancaria delle monete, sul cosiddetto «signoraggio», ossia sull’interesse che gli Stati pagano per avere «in prestito» dalle banche il denaro che adoperiamo e sulla sua assurda conseguenza: l’accumulo sempre crescente del debito pubblico dei singoli Stati».

A questo punto si pone un problema: come mai le élite dirigenti della politica, sia che facciano riferimento al centrodestra, sia che facciano riferimento al centrosinistra, questi dossier non li sollevano mai? A rendere ancora più plastico lo stupore per ciò che negli ambienti economici è risaputo c'è un'altra annotazione della studiosa: «... la bibliografia è abbastanza nutrita e sono facilmente reperibili sia le traduzioni in italiano che i volumi specialistici di nostri autori. Tuttavia queste informazioni non circolano e sembra quasi che si sia formata, senza uno specifico divieto, una specie di congiura del silenzio. È vero che le decisioni dei banchieri hanno per statuto diritto alla segretezza; ma sappiamo bene quale forza pubblicitaria di diffusione la segretezza aggiunga alle notizie. Probabilmente si tratta del timore per le terribili rappresaglie cui sono andati incontro in America quegli eroici politici» che hanno tentato di far saltare l’accordo con le banche e di cui si parla come dei «caduti» per la moneta. Abraham Lincoln, John F. Kennedy, Robert Kennedy sono stati uccisi, infatti («questo collegamento causale naturalmente è senza prove») subito dopo aver firmato la legge che autorizzava lo Stato a produrre il dollaro in proprio.

Il ragionamento della corsivista de Il Giornale si conclude così: «Oggi, però, è indispensabile che i popoli guardino con determinazione e consapevolezza alla realtà del debito pubblico nelle sue vere cause in modo da indurre i governanti a riappropriarsi della sovranità monetaria prima che esso diventi inestinguibile. È questo il momento. Proprio perché i banchieri ci avvertono che il debito pubblico è troppo alto e deve rientrare, ma non è possibile farlo senza aumentare ancora le tasse oppure eliminare alcune delle più preziose garanzie sociali; proprio perché le banche hanno ricominciato a fallire, anche se in realtà non avevano affatto smesso, e ci portano al disastro; proprio perché è evidente che il sistema, così dichiaratamente patologico, è giunto alle sue estreme conseguenze, dobbiamo mettervi fine. In Italia non sarà difficile convincerne i governanti, visto che più volte è apparso chiaramente che la loro insofferenza per la situazione è quasi pari alla nostra». Si tratta di parole sostanzialmente condivisibili. Ma c'è un ma. Siamo davvero sicuri che in Italia sarà difficile convincere i governati quando in realtà questi, a qualsiasi schieramento appartengano, sembrano tenere in considerazione più il dettato delle lobby che le reali necessità degli Stati, dei loro cittadini e dei loro popoli?

Durante il suo ragionamento Magli propugna un discorso in modo molto coerente ma evita però di portarlo alle estreme conseguenze. È vero che da decenni e decenni il capitalismo finanziario internazionale ha inoculato il germe della sua dominanza negli stati e nella economia reale. Ma siamo sicuri che sarebbe possibile un capitalismo in ciascuno Stato sovrano? È chiaro infatti che se vere sono le premesse della Magli, è altrettanto vero che è il sistema capitalistico in quanto tale, liberista e di mercato (globalizzato, nazionale o localistico poco importa) a non reggere. È il modello di sviluppo che deve essere superato, anzi mandato al macero, in una con una concezione economicista della crescita infinita che in primis sul piano ambientale rischia di portarci al fosso. Questo è cuore del ragionamento. Magli, che è una antropologa di vaglia avrebbe dovuto citare, tanto per dirne una, tutte le conclusioni cui negli Usa e in Europa, tanto per dirne una, sono giunti i fautori del bio-regionalismo o della decrescita conviviale.

Una riflessione ulteriore va fatta sul debito pubblico. È vero che una parte di quest'ultimo, anche in Italia, va ascritto al devastante business del capitalismo finanziario che sfrutta le debolezze strutturali dei conti pubblici per arricchirsi in modo spaventoso. Però questo aspetto non deve diventare una scusa. In Italia l'indebitamento sia pubblico (vale per il budget statale) sia privato (vale per le banche quando erogano crediti o quando contraggono debiti) è da sempre una forma di potere, come accade allivello superiore peraltro. Proprio la cresta sugli appalti, la corruzione dilagante, le grandi opere inutili, le concessioni svendute, la spesa non rigorosa, non solo costituiscono un vulnus sociale, ma impediscono che le risorse siano allocate dove servono secondo giustizia ed equità. Il capitalismo, per ragioni intrinseche alla sua natura non è in grado di uscire da questa contraddizione. E non lo è anche se d'incanto la finanza internazionale evaporasse dopodomani perché le stesse storture, mutatis mutandis, come avviene in fisica coi frattali, si possono ripetere a livello locale o nazionale.

In ultimo quando si parla debito pubblico poi c'è un altro tabù che andrebbe affrontato. Ogni volta che in un qualsiasi Paese c'è un cambio di governo si dà per scontato che l'eredità precedente sia un portato del passato e che le scelte operate precedentemente siano irreversibili, in primis quando si tratta di rimettere i propri debiti ai debitori. Ma che cosa succede se l'indebitamento è il risultato di politiche marchianamente sciagurate o peggio truffaldine od eversive? Uno Stato è per forza obbligato ad onorare i debiti contratti da un governante sciagurato?

La vulgata più o meno corrente, più o meno innamorata del monetarismo di stampo anglosassone, dice che i debiti sono debiti e basta. Ma non è così. Esiste una autorevole dottrina giuridica, quella del debito odioso o detestabile che in realtà contraddice proprio questa certezza. E lo fa non su basi economiche bensì di diritto. Come nei rapporti tra persone quando un qualcuno contrare un debito con l'inganno quel debito in toto o in parte non ha ragione d'essere così dovrebbe valere anche nei rapporti internazionali tra debitore e creditore. Questo modo di concepire i rapporti internazionali in cui l'aspetto politico-giuridico prevale su quello economico-contabile, ha fatto più volte capolino durante la storia dell'Occidente fino a quando il giurista russo Alexander Sack fissò questo concetto elaborando la dottrina del cosiddetto debito detestabile. Si tratta di concetti teorizzati in un opera oggi semi-sconosciuta agli economisti che venne stampata in Francia durante gli anni Venti in un volume intitolato «Les effets des transformations des Etats sur leurs dettes publiques et autres obligations financières», tradotto alla grezza «Effetti delle trasformazioni degli stati sui loro debiti pubblici e altri obblighi finanziari». In realtà Sack, che conosceva benissimo il panorama politico-economico internazionale dacché fu ministro della russia zarista, altro non fece che mettere nero su bianco gli aspetti teorici di una condotta che era già stata adottata in alcuni casi. Si pensi a quanto fecero gli Usa alla fine della guerra ispano-americana quando sostennero che l'indebitamento pubblico che gravava su Cuba (da poco entrata nell'orbita di Washington) verso la Spagna non fosse da onorare perché contratto non per il bene collettivo dei cubani.

Da anni invece le banche e gli apparati finanziari di matrice americana o inglese (ma non solo loro ci mancherebbe) si guardano bene dal solo considerare un approccio del genere. Il motivo è ovvio. Che tale eventualità non sia però presa in considerazione dal mainstream politico la dice lunga sulla pochezza (voluta o casuale poco importa) del ceto politico degli stati, Italia in primis. Il che la dice lunga non solo sul debito (ovvero sulla moneta) non come strumento neutrale ma come strumento di potere, ma la dice lunga anche su chi realmente abbia in mano il bastone del comando. Il problema di fondo è che molti tra coloro i quali contestano questo meccanismo non lo contestano tout-court, ma lo contestano solo in quanto derivazione di un kombinat transnazionale e globalista. Come se questo tipo di pratica, operata da un capitalismo nazionale andasse invece bene o fosse comunque accettabile.