mercoledì 30 marzo 2016

Attorno a BpVi una galassia opaca

Che le vicende recenti della Popolare di Vicenza portassero con sé molti lati oscuri lo avevano presagito in tanti. Oggi però le ombre del passato continuano ad addensarsi ad libitum. E continuano a dispiegare i loro effetti sui passaggi più delicati e controversi della vita dell'istituto, quasi fossero non tanto un mix di mala gestio, contingenze economiche e reati su cui indagano le toghe, ma piuttosto il frutto d'una stregoneria ancestrale. Un quadro a tinte fosche che fa assomigliare Vicenza più alla Derry di Steven King, dominata dal demone "It", che alla città di Andrea Palladio la quale l'agiografia padana descrive devota a Dio e al lavoro.

L'ultimo di questi passaggi delicati è andato in scena venerdì scorso quando in circostanze ancora tutte da chiarire l'assemblea dei soci, che il 5 marzo aveva invocato trasparenza e una azione di responsabilità contro gli ex amministratori «colpevoli di avere ridotto» la banca nello stato in cui versa adesso, è riuscita a rimangiarsi la parola. Bloccando con un clamoroso niet la proposta di quegli azionisti che si erano detti favorevoli ad agire in sede civile contro l'ex board.

Ne è nato l'ennesimo caso nazionale. Addirittura Radio 24 ieri ci ha costruito un approfondimento speciale durante Focus Economia. Uno speciale durante il quale perfino un osservatore tanto attento quanto navigato come il conduttore Sebastiano Barisoni ha dovuto spostare il grosso del suo ragionamento sul contesto poco trasparente dentro al quale si sarebbe consumato l'ennesimo strappo a danno dei risparmiatori. Non mancano chiaramente gli analisti che hanno puntato l'indice sui soci di peso della banca. I quali in una situazione di incertezza dovuta addirittura ai dubbi sulla reale volontà di Unicredit di mantenere gli impegni per garantire l'acquisto delle azioni di BpVi che il mercato borsistico non volesse accettare (inoptato), avrebbero preferito non far tremare le fondamenta dell'istituto. Ma le cose stanno davvero così? Oppure alcuni tra i grandi soci hanno il nervo scoperto rispetto ad operazioni poco vantaggiose per la banca che il vecchio board avrebbe comunque garantito per ragioni di sistema o politiche? O addirittura esiste una partita in corso per scaricare sul risparmio i pesi dovuti alla vecchia gestione per poi farla tornare in sella, magari sotto mentite spoglie, dal momento che ancora influenza i vertici della banca?

Sarà il tempo, forse, a far chiarezza. Ma le cronache intanto fotografano una situazione che rimane piena di incognite e che rischia di mandare all'aria i buoni propositi che si erano comunque manifestati il 5 marzo, giorno della assemblea che sancì la trasformazione della popolare in società per azioni. Una metamorfosi che sul piano amministrativo ha avuto pieno compimento in questi giorni con la trascrizione del libro dei soci presso i registri della Camera di commercio berica.

Questi registri dicono anzitutto una cosa. Fatto cento il monte delle azioni di BpVi (che dovrebbe sbarcare in borsa anche se non si sa quando) ben il 62,45% appartiene alla stessa Banca ed è pari a 62milioni 818mila 340 azioni. Una cifra monstre. Azioni che dovrebbero finire sul mercato, ma che comunque costituiscono una anomalia de facto che il codice civile in molti casi proibisce (Vvox.it pochi minuti fa ha dedicato una analisi al tema; nella quale si spiega comunque che il dato reale delle quote azionarie sarà comunque estrapolabile solo quando saranno visionabili i bilanci ufficiali). E che potrebbe essere oggetto di un'altra guerra di carte bollate. Va poi aggiunto che il soggetto che controlla quel pacchetto di maggioranza assoluta avrebbe potuto, quanto meno in termini di moral suasion, sbarrare la strada proprio all'azione civile. Il condizionale è d'obbligo perché al momento nomi e cognomi dei soci che realmente hanno detto no all'azione di responsabilità sono schermati dal vincolo di riservatezza che incombe sul verbale della seduta. Ma non è detto che questo schermo duri per sempre. Magari potrebbe essere infranto per l'azione della magistratura o per l'azione in sede civile di qualche azionista.

Altrettanto ingarbugliato rimane poi il quadro di coloro che al momento si contendono la hit parade dei soci di BpVi al netto del gigantesco ed anomalo 62,5% detenuto dalla banca stessa. A far data dal 29 marzo 2016 il primo azionista (secondo se si conta la Popolare) di via Framarin risulta la Cattolica Assicurazioni con 894.674 azioni pari allo 0,89% del totale. Segue l'imprenditore Silvano Ravazzolo che col suo 0,82% si piazza terzo. Ma se quest'ultimo somma le sue azioni a quelle del fratello Giancarlo (0,65%) i due sorpassano addirittura Cattolica: con un segno rosso da fare sul diario di bordo della vicenda. Perché proprio i Ravazzolo, che non sono certo dei big dell'economia veneta, sono al centro di una querelle (ben descritta da Mario Gerevini sul Corsera) che li vede tra coloro che sarebbero stati pesantemente finanziati da BpVi per l'acquisto delle stesse azioni di BpVi. Una pratica non consona che sarebbe tra le cause delle disgrazie dell'istituto berico.

Al quarto posto si piazza addirittura una società in liquidazione, la Elan srl di Carré nel Vicentino, con lo 0,66% delle azioni. Della quinta posizione di Giancarlo Ravazzolo è già stato riferito, mentre il sesto è appannaggio del noto imprenditore Luigi Morato con lo 0,56%. Appresso c'è la Lujan (0,52%) un nome che in un lungo servizio de l'Espresso compare legato a filo doppio all'imprenditore romano Alfio Marchini. All'ottavo posto c'è invece la fondazione Roi alle cui vicende Vvox ha dedicato un approfondimento del direttore Alessio Mannino che porta la data del 4 marzo.

E le sorprese non cessano dal momento in cui in nona posizione si colloca un misterioso Gamma Fund, probabilmente straniero, del quale la Camera di commercio nemmeno indica un codice fiscale. In decima posizione fa poi capolino Generali financial holdings (nessuna nazionalità indicata, nessun codice fiscale). A scendere non mancano altri nomi di spicco come Antonella Amenduni Gresele della omonima casata degli acciaieri vicentini. E poi la Nomura bank international, la reggiana Effe Energy (a sua volta controllata da una società lussemburghese), la Folco finanziaria, le Assicurazioni Generali, ancora altri rampolli Amenduni, la Allianz, i Dalla Rovere, i Caovilla, una misconosciuta signora Bertilla Xillo fino ad arrivare alla Soges. Su questa spa che detiene ben 234.457 azioni va fatta una considerazione a parte. Nell'azionariato di Soges c'è Antonino Faranda, imprenditore siculo-laziale nel ramo alimentare, nonché re dei discount della capitale. Della sua galassia, che ruota attorno al marchio Tuo, fa parte anche il brand Doreca che nel 2013 il gruppo BpVi finanzia indirettamente acquisendone un 13%. L'operazione è documentata dalla stessa banca berica che in un pomposo dispaccio stampa sempre del 2013 tesse le lodi dell'operazione.

Ma c'è un ma. Assieme ad un altro imprenditore Faranda nel settembre 2015 finisce invischiato nel gorgo dell'inchiesta Sberlati, una storiaccia sarda di malversazioni a danno dello Stato. Lo stesso Faranda a Roma vanta relazioni di primissimo livello. A partire da quelle con uno degli uomini più chiacchierati e potenti d'Italia, il cosiddetto metamassone Giancarlo Elia Valori. Per le sue liason alto di gamma Faranda finisce anche in uno speciale de Il Foglio redatto lo scorso anno da Stefano Cingolani. Tuttavia il nome di Valori torna ad avvicinarsi a quello della Banca Popolare di Vicenza. Come? Il giorno 8 luglio 2015 Emiliano Fittipaldi su l'Espresso, uno dei più attenti osservatori delle trame e dei villi intestinali della città eterna (è l'autore di Avarizia), scoperchia la pignatta maleodorante dell'affaire Consap. L'ente governativo capitanato da Mauro Masi si sarebbe infatti accollato il peso di un rottame, il fondo immobilare Sansovino, ormai ingestibile dal precedente proprietario, la Sgr Serenissima che vede tra gli uomini chiave proprio Valori. E che vede tra i soci diretti o indiretti la famiglia Amenduni, ma pure l'istituto berico, fino a poco fa capitanato dal rex vini Gianni Zonin. Le partecipazioni della BpVi peraltro erano state al centro proprio di una analisi pubblicata da Vvox poco prima della fine dell'anno. Se ne ricavano alcune domande precise. Chi c'è veramente dietro l'azionariato di peso di BpVi? Quali finalità hanno queste persone? Per quanta parte il futuro della banca sarà il frutto di ragionamenti su base imprenditoriale e quanto invece di accordi o manovre di corridoio, magari in salsa massonica? Quanto hanno pesato gli input giunti dai servizi segreti del Belpaese e magari dai loro referenti d'Oltreoceano, quando BpVi decise di creare d'emblée la controllata Banca Nuova in terra di Trinacria? Quanto contano i buoni rapporti tra Gianni Zonin e Nicolò Pollari ex dominus del Sismi? A qualche politico di rango è mai venuto in mente che Banca Nuova, con tutto ciò che comporta in tema di rapporti con BpVi, sia stata in realtà una centrale occulta incistata in una banca, de facto nelle mani di pezzi degli apparati? E se questo è accaduto quali sono state le coperture a livello di governo? E tra gli alleati d'Oltreoceano?

Marco Milioni

lunedì 29 febbraio 2016

Pfas, Berti chiama in causa Zaia: «Dov'è il governatore? Solo il M5S affronta l'emergenza»

I veterinari conoscono analisi non emerse, Brusco: «Le mostrino al M5S, gli unici che hanno il coraggio di divulgarle». Centinaia di migliaia di veneti sono stati esposti e continuano ad essere esposti ai Pfas, che ormai sono entrati nella catena alimentare. Ma la Regione tace e Zaia parla di tutto fuorché della salute dei veneti: a dirlo è il capogruppo del Movimento 5 Stelle in consiglio regionale, Jacopo Berti, che in queste ore interviene ancora rispetto allo scandalo esploso la settimana passata.

«Siamo di fronte alla Chernobyl veneta - attacca Berti - stiamo parlando di una catastrofe immane, stiamo parlando di acqua avvelenata e potenzialmente mortale e stiamo parlando di 400mila veneti a rischio. Gli esperti dichiarano che la situazione è ormai fuori controllo, ma Zaia dov'è? Il governatore è scomparso e pensa alle sue inaugurazioni invece di prendere posizione su una situazione gravissima... Solo il Movimento 5 Stelle ha avuto il coraggio di guardare in faccia il problema e di affrontarlo - ricorda il capogruppo del Movimento in consiglio regionale - stiamo facendo tutto il possibile per bloccare la morte liquida. Il governo regionale sta invece negando la verità dei fatti a tutti i veneti e si guarda bene dal rispondere. Il silenzio sarà la complicità quando la situazione precipiterà, vorrei sapere come fanno a non dire nulla di fronte alle evidenze che emergono dal verbale della commissione tecnica regionale sui Pfas del 13 gennaio».

Nel verbale si legge ad esempio che «non è stato dato seguito ad azioni di tutela della salute per le persone che hanno mangiato e stanno mangiando alimenti con presenza e concentrazioni critiche». Ai dubbi esposti sull'argomento dal sindacato italiano dei veterinari (Sivemp), al quale sembra assurdo lo scaricabarile delle istituzioni e il fatto che queste ultime non abbiano letto certe analisi, risponde invece il consigliere regionale Manuel Brusco: «Capisco lo sconcerto del Sivemp, e nessuno di noi attacca la categoria dei veterinari. Il M5S dà responsabilità ai singoli, che come spesso capita nella politica di solito sono i vertici - dice l'esponente pentastellato - ci rincuora apprendere che il Sivemp sia consapevole dell'entità dell'emergenza e si unisca alla nostra richiesta di chiarezza e trasparenza».

Brusco ricorda come la Regione non abbia ancora fornito i documenti richiesti dal gruppo M5S sulla vicenda, e neppure la copia originale del verbale che ha dato vita al “Venetoleaks” sui Pfas. «Se il sindacato dei veterinari - come emerge dalla sua nota - ha documenti e analisi che non sono stati presi in possesso o in considerazione dalle istituzioni presenti a quel tavolo - è l'invito di Brusco - e che potrebbero aiutare tutti a fare luce sulle pesanti ombre che aleggiano sulla questione, lo invitiamo calorosamente a fornirli a noi. Come abbiamo dimostrato, sarebbero in buone mani e tutti i cittadini verrebbero a conoscenza delle informazioni in essi contenuti».

sabato 20 febbraio 2016

Pd, scontro Bressa-Santini. Ma i circoli si ribellano

Il dato politico è uno: la segreteria cittadina del Pd di Antonio Bressa non è più unitaria. Si è formalizzata l’esistenza di una minoranza interna. Quella del cosiddetto “gruppo di Praglia”, guidato dal senatore Giorgio Santini, che ha messo nel mirino il giovane segretario renziano. L’altro dato politico è il grido che si leva dai segretari di circolo: «Basta con queste beghe, la gente non ci segue più. Il confronto si faccia negli organi di partito, non sui giornali o sui social network».

L’ultimo botta e risposta. Ma l’indignazione dei coordinatori dei circoli non basta a fermare lo stillicidio di documenti che ogni giorno si sprecano sulla polemica, nata dopo la spaccatura sul nuovo stadio Euganeo. «La reazione di Bressa al nostro documento è scomposta. E finge di non capire – si legge nella nota firmata dai 20 esponenti Praglia-dem – Le questioni poste non possono essere liquidate superficialmente con bugie e sufficienza». Cosa si contesta a Bressa? «In venti mesi dalla sconfitta alle comunali non è uscita nessuna proposta della segreteria cittadina. In più: indecisione, ambiguità, superficialità ed errori su temi strategici come nuovo ospedale e stadio Euganeo».

La replica di Bressa. Dal canto suo il segretario parla di «polemiche distanti dalla sensibilità di iscritti e elettori». «Ho invitato i firmatari di quel documento a incontrarci, sono disponibile al confronto – replica Bressa – Ma rifiuto categoricamente l’idea che la segreteria cittadina non abbia messo in campo le iniziative politiche di contrasto all’amministrazione».

Le origini della rottura. Una rottura che ha origini lontane. Tanto che i Praglia-dem parlano di una segreteria Bressa «nata in un momento storico in cui il Pd guidava Padova e che non ha ancora saputo prendere atto che dopo due pesanti sconfitte elettorali la situazione è radicalmente cambiata». Ma a Bressa si imputano diverse scelte contestate. Dall’intervento sulle candidature regionali fino alla famosa telefonata registrata per “incastrare” Piero Ruzzante nella lotta per le preferenze. Ma lo scontro non fa che anticipare i posizionamenti in vista delle prossime politiche (previste nel 2018 probabilmente con l’Italicum): da Santini che sgomita per il ruolo di capolista, cioè rielezione assicurata, ad Alessandro Naccarato che aspira alla deroga per il quarto mandato.

La voce dei circoli. In tutto questo la base assiste “percossa e attonita” al disgregarsi del partito. Raggiunti al telefono molti segretari di circolo ieri non hanno voluto commentare. «Preferisco che queste cose non escano sui giornali», dice Giorgia Cassano del centro. «Queste questioni devono restare all’interno del partito. Noi siamo impegnati sul territorio con molte azioni», aggiunge Lucio Belloni di Forcellini. «Sono convinto che questo dibattito debba restare dentro il partito. Ma spero ci sia anche una direzione», aggiunge Tommaso Maghini di Santa Croce. «Ci sono i luoghi e i momenti per risolvere i contrasti. Usiamo le nostre energie per contrastare Bitonci», riflette Enrico Beda, segretario della Mandria ma anche consigliere comunale. Dovendo tirare le somme, alla fine, su 16 circoli sono sei i segretari che hanno firmato il documento di Praglia. Anche se due (Intermite della Guizza e Maghini di Santa Croce) non avrebbero gradito il nuovo comunicato di ieri. Gli altri stanno con Bressa o non sono comunque schierati contro il segretario cittadino.

Zanonato e Sallustio. Non vuole entrare nella polemica l’ex sindaco Flavio Zanonato. Ma sollecitato a intervenire cita una frase di Sallustio: «Quando, molto tempo fa, con i giovani comunisti protestavamo davanti alla Zedapa, in via Gozzi, sui muri dominava una citazione del “Bellum Iugurthinum”: concordia parvae res crescunt, discordia maximae dilabuntur». Tradotto: nell’armonia anche le piccole cose crescono, nel contrasto anche le più grandi svaniscono.

da Il Mattino di Padova del 20 febbraio 2015; pagina 22

venerdì 12 febbraio 2016

Dieci domande per Iorio

In questi giorni sono tornate a materializzarsi molte nubi all'orizzonte della Banca Popolare di Vicenza. Ci sono le ansie generate dai conti. Che non vanno bene. E ci sono quelle generate dalle opacità che ancora permangono sull'istituto berico. A partire da quelle evidenziate dai media o in sede di question time a Montecitorio. L'amministratore delegato della banca Francesco Iorio, predica pazienza e ottimismo. Continua a sostenere la necessità di guardare avanti. Ma per guardare avanti, è la storia che lo insegna, bisogna sempre fare i conti, quanto meno in termini di comprensione, con quanto accaduto nel passato. Perché ieri, oggi e domani alla fine sono le declinazioni dello stesso unicum come grottescamente insegna Franco Franchi nell'indimenticabile “Un mostro e mezzo”. Ed è proprio con lo sguardo rivolto al passato che Iorio, se vuole portare una ventata di chiarezza sulla banca da lui capitanata, potrebbe rispondere ad alcune domande. Ecco l'elenco di quelle che così, su due piedi e alla rinfusa, mi vengono in mente.

Uno, che cosa pensa del fatto che nell'attuale consiglio di amministrazione di BpVi seggano diversi componenti che sono espressione della “passata era Zonin” tale circostanza le arreca qualche imbarazzo?

Due, che cosa pensa lei del vicepresidente Andrea Monorchio? Come descriverebbe lei i suoi rapporti con quest'ultimo? Si tratta di rapporti cordiali e distesi?

Tre, che cosa pensa lei del fatto che tra i componenti del cda figuri un imputato per gravissimi reati fiscali (Matteo Marzotto) e un rinviato a giudizio (Marino Breganze) per il gravissimo reato di usura? Che cosa sa l'amministratore delegato del procedimento penale che è costato una gravissima condanna per usura in primo grado a Francesco Maiolini nella sua veste di ex direttore generale di Banca Nuova (Gruppo BpVi)? Iorio sa che la vicenda che ha portato alle indagini su Breganze e su Maiolini è la medesima?

Quattro, Iorio sa che l'Espresso in un servizio di Vittorio Malagutti descrisse Maiolini come l'ex «vicerè» di Zonin in Sicilia? In quel servizio c'è un passaggio in cui si legge che «Maiolini sa come muoversi nell'acqua torbida del potere isolano. Tra l'altro mette a libro paga parenti e amici di politici e magistrati. Qualche esempio: il figlio del procuratore di Palermo, Francesco Messineo, la figlia di Diego Cammarata, sindaco del capoluogo tra il 2001 e il 2002. Grazie ai legami con i governatori, prima Cuffaro, poi Salvatore Lombardo, in breve tempo Banca Nuova diventa una sorta di succursale finanziaria della Regione e gestisce miliardi di fondi pubblici. Maiolini corre. Forse troppo. Fatto sta che nel 2012, a maggio, perde il posto. Era diventato un viceré, autonomo a tal punto da fare ombra al capo, a Zonin. E il presidente non tollera concorrenti in casa». Alla luce di tutto ciò lei è a conoscenza se tra i conti aperti presso Banca Nuova, o presso altre filiali del gruppo, esistano conti riferibili a persone o soggetti riferibili: alla massoneria, ai servizi segreti, alla Dia, ad alte cariche dell'Arma dei carabinieri, della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato o del corpo diplomatico italiano o di paesi stranieri? E in ultimo a soggetti riferibili alla magistratura?

Cinque, il dottor Iorio per caso è a conoscenza della vicenda dell'ex amministratore delegato del Vicenza Calcio Danilo Preto nell'ambito dell'affaire Sgroi? Il direttore generale è a conoscenza di eventuali rapporti, presenti o passati, tra BpVi o sue controllate e il Preto? O tra società oggi o un tempo riconducibili a Preto e la galassia societaria della BpVi?

Sei, per quanto consti all'amministratore delegato Iorio tra i membri (in carica o meno non importa) del cda, del comitato esecutivo o del collegio dei sindaci figurano persone che hanno o hanno avuto pendenze giudiziarie?

Sette, per quanto consti all'amministratore delegato Iorio, tra i membri (in carica o meno non importa) del cda, del comitato esecutivo o del collegio dei sindaci figurano persone appartenenti alla massoneria?

Otto, che cosa pensa l'amministratore delegato Iorio della vicenda del cosiddetto affaire Carrai narrata recentemente da Il Fatto? Lei pensa che tale vicenda possa prestarsi in qualche modo ad essere malamente interpretata come il tentativo di una sorta di 'captatio benevolentiae' da parte di alcuni ambienti prossimi al gruppo BpVi nei confronti di alcuni ambienti vicini al governo? Lei è a conoscenza della circostanza appunto descritta da Il Fatto il quale cita nel suo servizio Flavio Maffeis? Lei è conoscenza che Flavio Maffeis, sempre secondo il quotidiano, oltre ad essere il vicepresidente di Farbanca, una controllata di BpVi, ha patteggiato anni fa una pena per corruzione nell'ambito dello scandalo della seconda metà dei Novanta noto come “Farmatangenti”?

Nove, che cosa sa il dottor Iorio dei rapporti tra Vincent Spogli, già ambasciatore Usa in Italia e Gianni Zonin, già presidente della Banca Popolare di Vicenza? Iorio è a conoscenza delle richieste di chiarimento in merito ai rapporti tra i due partiti da alcuni ambienti della società civile vicentina? 

Dieci, lei Iorio, ha mai sentito parlare di un fantomatico gruppo Doyan, di un fantomatico «Archivio 19» e di un fantomatico «Memoriale Vigna»? Lei che cosa pensa dello scenario descritto sul quotidiano Vvox,it in un servizio del giorno 6 febbraio 2016?

giovedì 11 febbraio 2016

Mercato ortofrutticolo. Ecco il nuovo ingresso

Un nuovo ingresso per il mercato ortofrutticolo. Potrebbe essere il primo tassello della riqualificazione. Anche se ancora si tratta di uno studio di fattibilità e non di un lavoro concreto. Tuttavia l'amministrazione comunale nei giorni scorsi ha deciso di affidare un incarico all'ingegnere Massimo Urso per la riprogettazione del sistema degli accessi e delle uscite.

L'obiettivo è messo nero su bianco in una determina firmata dal direttore Diego Galiazzo. «L'amministrazione comunale ha la necessità di ripristinare la funzionalità del sistema di ingresso e uscita del mercato ortofrutticolo al fine di ripristinare il precedente assetto di controllo e manutenzione». Non avendo in Comune un tecnico disponibile («Il personale tecnico interno adeguatamente specializzato è già pienamente occupato da altre incombenze d'ufficio», si legge nel documento di palazzo Trissino), la struttura ha scelto di affidarsi a un professionista che avrà il compito di ripristinare il vecchio sistema di accesso, in grado di monitorare con attenzione gli ingressi e le uscite dalla struttura che nel 2016 sarà al centro di diversi interventi.

Secondo quanto scritto nella carta di affidamento, lo studio di fattibilità (che poi dovrà tradursi in lavori) costerà al Comune 4.440 euro. «Se il progetto - si legge - presentasse inattendibilità tecnica ed economica motivata dall'organo tecnico ed economico dell'amministrazione allora non sarà dovuto alcun compenso». L'assessore alla semplificazione un mese fa era stato chiaro: il 2016 sarà l'anno del mercato ortofrutticolo.

da Il Giornale di Vicenza di giovedì 11 febbraio 2016; pagina 12

giovedì 31 dicembre 2015

Il Ft, le banche e i media veneti

Secondo il Financial Times, che viene citato dal Corriere Veneto di oggi 31 dicembre 2015 in pagina 11, la situazione patrimoniale delle popolari venete è assai grave. Tanto grave da rischiare il cosiddetto 'bail in', ovvero la famosa formula di salvataggio interno a carico di azionisti, obbligazionisti e correntisti sopra i centomila euro. Proprio per scongiurare uno scenario del genere, sempre secondo il prestigioso quotidiano britannico, le circostanze potrebbero quindi portare tali istituti di credito verso una situazione di tipo greco; vale a dire una situazione in cui al momento dello sbarco sulle piazze degli affari si cercherà di collocare le azioni a prezzi stracciati. Con tutti gli annessi e i connessi in termini speculativi vien da dire. La notizia comunque è da annotare.

Tuttavia fa sorridere che una eventualità del genere, paventata a più riprese in questi mesi da chi ha criticato l'operato decennale delle due popolari venete, venga solo ora, più o meno goffamente dipende dal punto di vista, confutata dai vertici di VeBa, tanto per fare un esempio. Detto in altri termini, come mai l'amministratore delgato di VeBa Cristiano Carrus, sempre stando al Corveneto di oggi, si spende solo ora in questi termini? Non era uno scenario gonfio di speranze quello da lui descritto il 19 dicembre a Volpago durante l'assemblea dell'istituto da lui capitanato?

In questo contesto però colpisce la stitichezza dei grandi media. L'opzione tratteggiata dal Financial Times (l'artcolo pubblicato il 29 dicembre bisognerebbe leggerselo tutto perché sono numerosi gli spunti di interesse) per vero si discosta assai poco da quella che è stata affrescata da alcune testate più attente a vedere dietro la notizia. O dalle analisi che durante gli ultimi mesi sono fiorite spontanee durante i tanti dibattiti organizzati sul futuro delle popolari venete. Anche il sottoscritto nel suo piccolo aveva cercato di dare il suo contributo al dibattito, invano però. Ma come mai lo scenario alla greca è divenuto tutto ad un tratto mediaticamente realistico solo ora che ne parla il Ft? Non è che qualcuno, fino a quando ha potuto, ha cercato ti tenere la mordacchia all'informazione, finendo poi per arrendersi difronte ad una fonte troppo grossa combattiva e autorevole per essere solamente ignorata? Se fosse così, e il che non è affatto impossibile, avremmo la ennesima conferma di una informazione veneto-italica, generalmente schierata dalla parte dei soliti noti. Salvo doversi poi ravvedere di tanto in tanto per evitare l'ennesima figura barbina. Per la serie, ilpadrone del megafono ha sempre ragione...

Marco Milioni

giovedì 17 dicembre 2015

Caro socio ti scrivo, lettera aperta ai veneti

Dice, la trasformazione in spa di Veneto Banca e l'aumento di capitale da un miliardo van fatti perché altrimenti l'istituto salta per aria giacché ha sette miliardi di sofferenze... Ma allora, come diceva il buon Nino Frassica, delle due tre. O la banca è davvero malmessa e allora con un miliardo di aumento di capitale da votare sabato non si fa nulla. Oppure le sofferenze non sono vere, e allora qualcuno sta agitando lo spauracchio per obbligare i soci a ripianare un po' di perdite per poi permettere ai nuovi padroni, abolito il voto capitario, di papparsi il tutto a prezzo di saldo. Oppure ancora, le sofferenze ci sono, la proprietà dopo sabato cambia, ma in seguito la Ue potrebbe dire ok, magicamente, a quegli aiuti di Stato che ci son stati per Mps, per le banche dell'Italia centrale e che invece non ci sono stati, fino a oggi per le popolari venete.

Dice, ma i grandi giornali sono tutti schierati per il sì. Embeh? Di riffa o di raffa sono tutti legati all'establisment finanziario, da quando in qua i tacchini festeggiano il Natale? Dice, ma è la Bce che chiede di trasformare subito Veneto Banca in spa. E perché allora, entro sabato, non lo chiede anche per Popolare Vicenza? Dice, ma lo chiede anche Schiavone, i sindaci del Pd, Luca Zaia, i sindacati, il Marino Smiderle del Corriere Veneto tale Alessandro Baschieri nonché l'Alessandro Baschieri del Giornale di Vicenza ovvero Marino Smiderle. Pure il M5S tentenna mentre i big di Veneto Banca si mormora abbiano pure convinto gli irriducibili dell'Odissea che hanno incontrato poche ore fa... Ma non vi siete resi conto che li hanno pigliati uno a uno per ridurli all'ordine?

Schiavone è stato per anni magistrato a Treviso, possibile che sulle furberie ai piani alti di VeBa non abbia mai sentito nulla? Zaia non amministra una regione che ha un debito contratto col gruppo Intesa (130 milioni) la quale è a capo della cordata che garantisce l'acquisto di azioni di VeBa se sabato gli azionisti non votano l'aumento di capitale? Non è che il governatore ricciolino teme che se sgarra e propugna il no ad una Veba che si trasforma in spa, la banca che lo tiene virtualmente per le palle, "gli chiede alla sua regione" come dicono al Sud, di rientrare dal fido come fa con la piccola impresa di Trebaseleghe o di Loria? Ma il Pd non è quello che ha la coscienza più che sporca su Mps e non si può permettere di fiatare su Bankitalia dove conoscono i trascorsi dei suoi rapporti con una personcina di nome Geronzi? Ma i sindacati non sono quelli che col governo Monti (ex Goldman Sachs) non hanno fiatato nulla quando quell'esecutivo ha dato l'ok al taglio delle pensioni più sanguinoso della storia?

Dice, ma caspita. VeBa va trasformata in spa perché se sabato non lo fanno i soci, lo farà d'imperio la Bce per il tramite di Bankitalia. Ma se il destino è segnato e se ormai tutto è perso perché si chiede ai piccoli soci di dare il colpo di grazia alla bestia morente? Non potrebbero darlo direttamente lorsignori dell'empireo e da uomini assumersi la responsabilità della mattanza sui piccoli risparmaitori? Non è che hanno capito che nel Veneto le mazzate inferte ai piccoli delle popolari darà il via ad un bagno di sangue sociale e per questo invocano la complicità delle vittime? In pratica ti dicono che mettertelo in culo è obbligatorio, epperò pretendono pure il tuo consenso scritto.

Morale della favola. Sabato il sì alla trasformazione in spa è pressoché scontato. Ma siccome a marzo si vota per la trasformazione in spa di BpVi, che è messa peggio di VeBa, e non ha ancora trovato tutti i compratori finali e non ha ancora finito di rifoderare i suoi bilanci col cartongesso, gli utilizzatori finali delle terga dei veneti, chiedono che la cosa passi senza troppo clamore. E nel segreto dei corridoi fabbricano vaselina da reclamizzare con messaggi a quotidiani unificati. Un po' dispiace, perché sabato il Veneto avrebbe potuto mostrare all'Europa intera di avere i coglioni. Gli autonomisti, i leghisti, i federalisti, i venetisti, gli indipendentisti, i gommisti e pure gli scambisti, invocano da anni il referendum per staccarsi dai diktat dell'Italia.

Sabato hanno a disposizione quello per staccarsi dai diktat della ancora più odiata Bce. E al posto di votare no compatti, per cercare una soluzione alternativa, o quanto meno per non accollarsi la responsabilità del baratro, voteranno sì. In ordine sparso, anzi in ordine sperso. Dimostrando così di non meritare un centimetro quadrato di quella terra meravigliosa che è, o era vista la cementificazione finanziata anche da quelle banche sulla via di Francoforte, il Veneto. Cari veneti e venetisti, a meno di un colpo di reni, finirete schiavi del Reno. Ma è giusto così perché «chi percora se fa il lupo se lo magna» dicono gli abruzzesi. Ci avete messo quarant'anni a costruire una fortuna, ce ne metterete venti per sputtanarvela con la finanza internazionale: la slot machine su cui non tramonta mai il sole. Rammolliti dai schei, dai suv, dalle tv al plasma e dai centri commerciali ora vi rassegnate al nulla, pur di non combattere. Sputi cordiali.

Marco Milioni

P.S. Dice un antico adagio degli amerindi: puoi combattere senza vincere, ma non puoi vincere senza combattere...