venerdì 20 ottobre 2017

Pfas, ecobomba veneta tra terra, aria, acqua e prodotti tipici



Il Veneto centrale è seduto sopra una ecobomba ad orologeria. Per ricordarlo a politici, amministratori, burocrati e imprenditori il giorno 8 ottobre a Lonigo, importante centro agricolo e commerciale del basso Vicentino, hanno sfilato in oltre diecimila. La cittadina, che affonda le sue radici nella preistoria, è divenuta suo malgrado, il simbolo di una contaminazione da derivati del fluoro. Sono i Pfas e sono prodotti dalla Miteni, una fabbrica che si trova a Trissino, venticinque kilometri più a Nord sempre in provincia di Vicenza. Nel 2013 l'affaire Pfas è diventato un caso nazionale, anzitutto per le sue proporzioni giacché la contaminazione tocca un bacino potenziale di utenti di 350mila persone residenti nelle provincie di Vicenza, Padova e Verona lungo il bacino dell'Agno-Guà-Fratta-Gorzone, un sistema fluviale che nasce sulle piccole Dolomiti per giungere sino all'Adriatico.

Proprio nel 2013 l'Agenzia ambientale della Regione Veneto, l'Arpav, a seguito di uno studio sulla qualità delle acque potabili, di superficie e di falda, condotto in collaborazione con l'Istituto superiore di Sanità (Iss), aveva identificato nella Miteni la sorgente di tale contaminazione. L'azienda inizialmente ha disconosciuto gli addebiti; poi però le contestazioni, anche a seguito di una serie di esposti molto circostanziati da parte di alcune organizzazioni ambientaliste e da parte di alcuni attivisti del M5S, sono sfociate in una inchiesta della procura della repubblica che potrebbe avere esiti clamorosi. A quel punto sempre l'azienda, col consigliere delegato Antonio Nardone, ha chiamato in causa quelli che fino al 2008 erano i precedenti proprietari della Miteni, ovvero i giapponesi della Mitsubishi anche se il presidente Brian Anthony McGlyn, dettaglio non da poco, rivestiva la stessa carica sotto entrambe le prorpietà. I giapponesi dal canto loro dopo un periodo di coabitazione societaria con l’Eni, avevano precedentemente acquisito l'impianto proprio dal colosso energetico italiano, il quale a sua volta l'aveva acquistato dalla Marzotto, l'influente casata industriale veneta che è originaria proprio di Trissino in valle dell'Agno.

L'UTILIZZO E I RISCHI PER LA SALUTE
Ma quale è il campo di utilizzo di queste sostanze? In realtà i Pfas hanno un campo di utilizzo sterminato. Gergalmente sono noti come tensioattivi che hanno la capacità di impermeabilizzare metalli, tessuti, pellami. Vengono impiegati nell'industria dell'abbigliamento (Goretex), in quella del pentolame (Teflon), ma anche in quella navale, aeronautica e militare. Gli impianti che la producono nel mondo non sono tantissimi, ma spesso i territori interessati da questo tipo di produzione sono divenuti teatro di inchieste e contenziosi titanici. Basti pensare a quello ventennale, raccontato sulle testate statunitensi più blasonate, nato sulle rive del fiume Ohio in West Virginia. Per una esposizione a danno di 70mila persone, l'avvocato Robert Billot, che di recente ha fatto visita ai luoghi veneti della contaminazione, ha trascinato il colosso DuPont in tribunale costringendolo de facto ad un accordo transattivo che ha raggiunto la cifra monstre di 670 milioni di dollari: una causa epocale che non solo ha fatto scuola sul piano del diritto, ma che ha anche obbligato la multinazionale a finanziare un imponente studio indipendente «che ha dimostrato» le conseguenze dei Pfas sulla salute umana: si parla infatti di sostanze che causano gravissimi disturbi ormonali e che in alcuni casi, potrebbero anche essere cancerogene. In Italia, come nel resto del mondo, la politica è intervenuta fissando limiti di performance (ovvero limiti guida) che però a livello internazionale differiscono da Stato a Stato. Nel 2016 il ministero dell'ambiente italiano ha fissato alcune soglie specifiche scatenando una polemica durata settimane. Va ricordato infatti i Pfas sono una famiglia di sostanze molto diverse tra loro: più è lunga la catena atomica che li compone maggiore è la tossicità della molecole e di conseguenza variano le soglie. Miteni infatti dal 2011 non produce più i temuti composti a catena lunga, ma nella comunità scientifica, come ha ricordato più volte Marina Lecis, il consulente tecnico scientifico che ha contribuito alla stesura di alcuni esposti penali, tali sostanze vengono riconosciute ugualmente nocive se non di più. Il punto però è che le mamme che l'8 ottobre avevano manifestato a Lonigo sono preoccupate perché lungo i comuni del bacino interessato dalla contaminazione (Lonigo è il luogo simbolo, ma destano preoccupazione i dati ugualmente alti registrati negli acquedotti di Cologna, Montagnana, Sarego e molti altri ancora) i valori riscontrati in alcuni soggetti della popolazione, bambini inclusi sono comunque alti. Più alti della soglia di 90 nanogrammi per litro introdotta dalla Regione Veneto che ha identificato un limite più stringente di quello stabilito a Roma.

Tra l'altro Vincenzo Cordiano, il medico vicentino che per primo ha lanciato l'allarme Pfas nel Veneto, quando sente discutere di limiti, sia che vengano posti dallo Stato che dalla Regione, parla senza mezzi termini di «specchietti per le allodole» ribadendo che in accordo con la posizione assunta da Isde-Medici per l'ambiente, di cui Cordiano tra l'altro è presidente per il Vicentino, gli unici valori accettabili sono quelli pari a zero. Una presa di posizione che ha dato forza al coordinamento «mamme no Pfas» per chiedere che in attesa di nuove linee di approvvigionamento l'acqua non contaminata sia portata nelle case con le autobotti: un'operazione che potrebbe costare alla Regione sui 17 milioni di euro all'anno.

LE IMPLICAZIONI GIUDIZIARIE
E le preoccupazioni delle mamme di recente si sono moltiplicate quando tra i comitati è maturato il convincimento che l'azienda, stretta tra le difficoltà economiche e quelle dell'inchiesta, di punto in bianco possa prendere la palla al balzo di una ipotetica richiesta di risarcimenti per chiudere la fabbrica lasciando sul groppone della collettività ogni onere di bonifica. E se tuttavia da una parte il consigliere delegato Nardone sentito da Repubblica.it ha negato perentoriamente questa eventualità, dall'altra Alessandro Gariglio, l'avvocato di Greenpeace che da mesi segue il dossier Pfas, è altrettanto perentorio nell'affermare che «la drammatica necessità di dotare l'azienda di risorse fresche sta scritta nell'ultimo bilancio della Miteni quello del 2016». Lo stesso avvocato tra l'altro fa sapere che non più tardi di lunedì scorso ha depositato alla procura di Vicenza un dettagliato dossier commissionato da Greenpeace a Somo, l'osservatorio specializzato nella ricerca sul comportamento delle multinazionali. «Abbiamo fornito ai magistrati che seguono l'inchiesta - sottolinea ancora il legale - un ulteriore strumento per fare luce sull'intricato dedalo societario che sta dietro la Miteni. Ovviamente Greenpeace - spiega Gariglio - non può disporre di rogatorie internazionali, ma la magistratura, qualora il reale assetto della proprietà sia necessario al lavoro degli inquirenti, anche grazie alla nostra segnalazione, potrà agire con tutti gli strumenti che la legge le mette a disposizione».

Tuttavia durante il corteo dell'8 ottobre hanno fatto sentire la propria voce altri due volti molto noti del fronte «no Pfas». Il primo è il vicentino Edoardo Bortolotto, esperto di diritto penale dell'ambiente, è uno degli avvocati che nel tempo ha redatto gli esposti contro la Miteni: «Non vorrei mai che la questione dei limiti diventasse una foglia di fico sul problema reale che riguarda i possibili danni alla salute e all'ambiente. In tal senso l'orientamento della Cassazione è costante: chi ha inquinato anche con sostanze la cui presenza rispetta le soglie di legge va comunque perseguito e condannato perché quei valori costituiscono solo un limite di allarme oltre il quale l'autorità amministrativa è costretta ad un determinato intervento».

Il secondo invece è Giovanni Fazio, medico di Arzignano e portavoce della associazione ambientalista Cillsa: «Chiediamo che le autorità, Regione e Ulss in primis, ci informino sullo stato della contaminazione nel ciclo alimentare perché comunque agricoltura e zootecnia hanno adoperato quell'acqua. E chiediamo che in caso di inadempienze da codice penale la procura agisca di conseguenza».

ZAIA E L'ALLARME IN COMMISSIONE
Il che potrebbe suonare come una generica preoccupazione ma non è così. Ai primi d'ottobre infatti incalzato durante una puntata de “Le iene” su Italia 1 il governatore veneto Luca Zaia (Lega) non è stato in grado di dire nulla sui risultati della indagine che la Regione avrebbe condotto proprio sulla contaminazione alimentare. Un silenzio che diventa assordante se messo in relazione alle dichiarazioni esplosive del sindaco di Lonigo Luca Restello (leghista pure lui) rese in Commissione ecomafie: «... il problema - si legge nel verbale del 26 settembre 2017 da poche ore reperibile on-line sul sito della Camera - è quello riguardante l'agricoltura. Voi sapete che l'acqua che viene emunta si trova in particolare in provincia di Vicenza... Nel Veronese, infatti, con il canale irriguo Leb si riesce a portare l'acqua, in pratica, in tutte le campagne, mentre nel Vicentino questo non avviene e tutti gli agricoltori hanno un pozzo privato, andando ad emungere direttamente dal sottosuolo l'acqua necessaria all'irrigazione dei campi. Orbene, è necessario che quest'utilizzo d'acqua sia impedito. Anche se non ci sono ancora dati ufficiali, infatti, dalle indiscrezioni che ho avuto tutte le produzioni agricole sono certissimamente contaminate da questi inquinanti. È necessario uno stanziamento ulteriore di denaro per ripristinare tutta la rete idrica superficiale irrigua nei campi e potenziare le capacità del Leb di portare acqua anche in questa parte non servita del vicentino». Parole pesantissime che raccontano una realtà molto più cruda di quella descritta dallo stesso Zaia sempre alle telecamere delle Iene.

NELLA PANCIA DELLA MITENI
Il discorso di Restello, al di là dell'allarme di vasta portata su tutto il comparto agricolo, per di più pone alcuni quesiti dirimenti. Se Miteni è responsabile dell'inquinamento in quanta parte questo è ascrivibile alle sostanze nocive finite nel depuratore di Trissino e quanto invece deriva da eventuali perdite sotto il sedime di uno stabilimento adagiato su una superficie vastissima che sormonta una zona di ricarica della falda? È vero che durante i controlli ambientali all'interno della fabbrica i carabinieri del Noe, incaricati dalla procura berica, avrebbero fatto alcune scoperte molto significative sul piano del livello dell'inquinamento? Ed è vero che fonti di contaminazione da Pfas sarebbero state trovate anche fuori dal bacino dell'Agno-Guà-Fratta? Al secondo quesito ha risposto ai primi del mese il quotidiano l'Arena che parla di quantitativi rilevanti rinvenuti a Soave nel Veronese non troppo distante dall'area di servizio Scaligera, un autogrill collocato proprio lungo l'autostrada Brescia-Padova tra le province di Verona e Vicenza. Il tutto mentre nel comprensorio trissinese si moltiplicano timori che anche l’aria, quanto meno in passato, possa essere stata significativamente contaminata dai Pfas.

Per quanto riguarda poi la gravità della situazione che sarebbe stata rilevata durante le ispezioni all'interno della fabbrica, sono eloquenti le parole di Davide Faccio, sindaco leghista di Trissino pure lui sentito dalla Commissione ecomafie: il verbale è ancora quello del 27 settembre. Il primo cittadino parla della bonifica e della caratterizzazione, ovvero il procedimento tecnico-amministrativo teso a conoscere lo stato reale delle fonti inquinanti e la loro gravità: «Il problema è che Miteni ha un'estensione talmente grande che...» per assumere i campioni «... e testarli ci vogliono capannoni interi» giusto per «riuscire a custodire tutto questo materiale» per non parlare delle risorse umane necessarie a svolgere un lavoro del genere, tanto che l'Arpav, rivela sempre il sindaco, avrebbe contattato le agenzie cugine di altre regioni «per avere supporto» in questo senso visto che «il lavoro sulla caratterizzazione è notevole e sicuramente» non porterà a risultati «nell'immediato».

I LAVORATORI: VASI DI COCCIO TRA VASI DI FERRO
Tuttavia in questa burrasca perenne i lavoratori della Miteni rischiano di finire come i vasi di coccio in mezzo a quelli di ferro. L'azienda lamentando un difficile momento economico alcune settimane fa ha disdetto «unilateralmente» quelli che si chiamano gli accordi di secondo livello, ovvero quelle migliorie sul piano della organizzazione del lavoro e sul piano economico, di cui per anni le maestranze avevano beneficiato «anche in ragione della delicatezza delle lavorazioni chimiche» per le quali la fabbrica è classificata a rischio Seveso, il più alto nella norma italiana. E c'è di più, perché oltre al profilarsi all'orizzonte di una crisi aziendale, presunta o reale che sia, molti tra gli operai registrano valori di Pfas nel sangue «migliaia di volte superiori» a quelli più alti denunciati dai residenti del bacino. «Noi operai - fa sapere Renato Volpiana, membro della rappresentanza sindacale di fabbrica per Filctem-Cgil - ci stiamo battendo senza sosta perché siano salvaguardate al meglio la salute dei lavoratori e le condizioni di sicurezza dei 140 dipendenti nell'impianto, ma ognuno deve fare la sua parte». Il riferimento è al duro contenzioso in essere con l'azienda che è sfociato in una serie di scioperi. Ma sul piano della salute come hanno intenzione di regolarsi i lavoratori? «Per questioni di riservatezza - precisa ancora Volpiana che l'8 di ottobre era anche lui a Lonigo - non posso parlare al momento, ma se qualcuno pensa che staremo con le mani in mano si sbaglia di grosso» conclude il sindacalista trissinese.

LO SCENARIO

Sul piano più generale rimane la questione della pressione ambientale esercitata sul Veneto centrale non solo dalla Miteni, ma da tutta l'industria chimica dell'Ovest Vicentino, a partire da quella conciaria, che da quarant'anni è al centro di polemiche al vetriolo giacché una parte del mondo ecologista accusa queste industrie di avvelenare l'aria, le acque e i terreni in spregio delle norme ambientali. In realtà la classe dirigente regionale non è mai riuscita a fare i conti col passato e men che meno, è riuscita a ripensare un modello di sviluppo che sul medio periodo fosse compatibile con l'ambiente. Così i problemi si sono cronicizzati e ora, dopo l'arrivo della crisi, questa mancanza di lungimiranza rischia di essere pagata a caro prezzo. In realtà negli anni non sono mancati i suggerimenti di chi come il professor Gianni Tamino, già ordinario di biologia a Padova, uno dei massimi esperti italiani del settore, aveva provato a proporre modelli produttivi meno invasivi, ma la politica e la classe imprenditoriale per mille motivi sono rimaste indietro o addirittura non hanno ascoltato il lamento che giungeva dalle province di Padova e Verona, dove forte è la vocazione agricola e zootecnica. Un mancato ascolto del quale il giorno 8 ottobre hanno parlato davanti alle telecamere di Telearena, pur con toni diversi, anche il presidente della provincia di Vicenza, il democratico Achille Variati e il suo pari grado veronese, ovvero Antonio Pastorello che invece è espressione del centrodestra. Da qualche giorno l’amministrazione regionale sostiene, almeno per quanto concerne l’acqua al rubinetto, di aver potenziato gli impianti di filtraggio in modo da poter garantire acqua a zero pfas. Ma c’è chi come il consigliere regionale veneto Andrea Zanoni del Pd, si dice scettico.

Marco Milioni

2 commenti:

  1. a 3/4 km dai pozzi di prelievo dell'acqua di Almisano c'è la falda buona, che se estratta, sistemerebbe almeno il problema acquedotti, senza perdere tempo di avvelenamento. Questo con solo 2 milioni di euro e tempi in Somma Urgenza di 1 mese. Ma questo NON lo vogliono fare. Vedete Voi il perchè. Sarebbe già in funzione da 2 anni e si sarebbe già pagato, con la spesa dei filtri al carbone. Non è credibile scientificamente Pfas zero improvvisamente, stanno taroccando alla grande, come hanno sempre fatto. Per ulteriori precisazioni, siamo a disposizione

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  2. Da + di 1 mese si è insediata la Commissione Regionale Pfas : Essendo TUTTO già CHIARISSIMO, vorremmo sapere i risultati. Brusco parli e/o scriva qualcosa. Non c'è niente di segreto, anzi DEVE ESSERE TUTTO TRASPARENTE. Sono già ben oltre 40 anni che mezzo milione di abitanti si sorbiscono Veleni vari, oltre ai Pfas. Per i non Pfas sono esattamente + di 60 anni, quindi 60 anni di "coperture" di malapolitica, perchè già si sapeva nel 1955 e chi di competenza aveva scritto e/o avvisato

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