domenica 13 dicembre 2015

Popolari venete, ipocrisie e silenzi della stampa mainstream

La vicenda delle popolari venete sta giungendo ad una fase apicale. In un contesto assai critico tra pochi giorni, ovvero il 19 dicembre, i soci di Veneto Banca saranno chiamati ad una drammatica assemblea durante la quale dovranno scegliere, alla grossa, tra trasformare l'istituto in una spa (opzione caldeggiata dall'attuale cda, dai big di Confindustria, dai giornali a loro vicini e da alcune associaizoni dei piccoli azionisti o piccoli soci). O mantenerlo, almeno per alcuni mesi, con l'attuale assetto societario per poi trasformarlo ma dopo avere aperto tutti i cassetti, in modo da coniugare le esigenze dei piccoli risparmiatori con le aspettative dei grandi investitori. Rispetto a tale scenario si possono avere le opinioni più disparate.

Una stampa degna di questo nome, pur mantenendo fede alla linea editoriale di ciascuna testata, dovrebbe dare spazio ad ogni voce. Questo però non sta avvenendo; basti pensare alla geremiade con cui ieri su Il Giornale di Vicenza, Marino Smiderle ha "stampellato" una lettera aperta di Vincenzo Consoli, ex amministratore delegato ed ex direttore generale di VeBa. Consoli, in soldoni, ha scaricato su altri fattori le magagne dell'istituto, ora nei guai, che lo ha visto signore incontrastato per anni. Sempre nel suo intervento Consoli ben si è guardato dal ricordare le rogne penali che proprio in relazione all'affaire VeBa lo vedono tra i principali indagati. Contestualmente lo stesso Smiderle ben si è guardato dal proporre un approfondimento in tal senso.

Frattanto il tema sul futuro azionario di Veneto Banca rimane bollente. Giovedì a Trevignano in provincia di Treviso, coloro che sostengono a spada tratta il no alla trasformazione in spa si sono trovati in 350 al teatro civico del piccolo comune della Marca. È stata una serata con una presenza di pubblico assai cospicua. Ma se si guarda la copertura data all'evento da parte di stampa e tv e li si mette a confronto con lo spazio fornito alle ragioni del sì, viene da ridere (o da piangere) nel constatare quanto i sì siano supportati dai media mainstream. Se a tutto ciò si aggiunge l'ipocrisia con cui molti, troppi, giornalisti hanno sterilizzato l'iniziativa "anti-banche" di Don Enrico Torta e delle associazioni a lui vicine, cancellando ogni riferimento del prelato e dei suoi compagni di viaggio ad una netta opposizione alla trasformazione sprint di VeBa (e di conseguenza di BpVi), si capisce perché il giornalismo, un certo giornalismo, scodinzolante e quindi cravattaro, finisca per godere di poca stima presso l'opinione pubblica. Chi scrive giovedì ha ripreso (senza nessuna pretesa sul piano tecnico) alcune scene della serata. Queste sono a disposizione di tutti e sono visionabili coolegandosi al link in calce. Chiedo ora ai lettori. Queste immagini le avete viste sulle tv regionali o nazionali. Se le avete viste vi chiedo di indicarmi su quali programmi siano passate. C'è poi un'ultima questione che per i media mainstream rimane un tabù. Ed è quella del valore al quale le azioni delle banche, ormai divenute spa da quotare in borsa, saranno inizialmente collocate sul mercato. Già una semplice disamina sulle sofferenze, gli incagli, i crediti deteriorati, le quote di società terze date in pegno alle banche, e i finanziamenti diretti o indiretti concessi per acquistare azioni proprie, descrivono una realtà dura a digerire per molti. Quella per cui una volta giunte alle soglie della borsa le azioni delle banche, dovranno in qualche modo essere svendute, un po' come è stato fatto per le banche greche all'indomani del diktat europeo sul salvataggio della Grecia. Che poi è stato il salvataggio di alcune banche greche che a loro volta erano indebitate con primari istituti di credito, europei in primis, ma anche americani. Il problema è che se si portano fino alle estreme conseguenze questo ragionamento è chiaro che anche per le popolari venete potrebbe materializzarsi lo spettro del cosiddetto "bail in", ovvero un eventuale salvataggio pagato da azionisti, obbligazionisti e correntisti sopra il 100mila euro.

Marco Milioni
GUARDA IL VIDEO

domenica 6 dicembre 2015

L'indiscrezione dall'intelligence: due big veneti coinvolti nell'affaire kazako

Due veneti, due importantissimi esponenti del gotha economico politico del Paese, sarebbero stati a conoscenza con un certo anticipo del blitz che nel 2013 portò la polizia italiana a fermare per poi espellere moglie e figlia del banchiere Muxtar Äblyazov. Di più i due oltre ad essere a conoscenza dell'operazione, l'avrebbero «in qualche modo benedetta» anche con l'aiuto di alcuni soggetti legati a doppio filo ai servizi segreti italiani. L'indiscrezione arriva da alcuni ambienti dell'intelligence militare americana di stanza nelle basi Usa-Nato del Veneto. E della cosa sarebbero bene informati anche i servizi americani e russi che operano sotto copertura delle rispettive ambasciate a Roma.

Il tutto peraltro giunge in un momento molto delicato. Non solo per le ulteriori rivelazioni relative al caso di Alma Shalabayeva. Non solo per i ventilati nessi tra il caso kazako e la galassia Eni ai tempi del suo dominus Paolo Scaroni. Ma anche per il cortocircuito giuridico che si sarebbe creato per le conseguenze di quello che Daniele Autieri su Repubblica.it definisce «un atto riparatorio, maldestro tentativo di evitare una crisi diplomatica con il Kazakhstan, innescata dopo la fuga del dissidente Ablyazov». Va ricordato per l'appunto che recentemente le cronache giudiziarie nazionali hanno fatto clamore quando si è appreso, come ricorda sempre Repubblica.it, l'apertura di un fascicolo per sequestro di persona e falso ideologico a carico di undici persone, tra cui l'attuale capo dello Sco (Servizio centrale operativo della Polizia) Renato Cortese e il questore di Rimini, Maurizio Improta.

Ma a che cosa sarebbe dovuto il corto circuito giudiziario? La questione è semplice. Se è vero che l'operazione di «extraordinary rendition» patita dalla Shalabayeva si fosse materializzata per la autonoma iniziativa di pezzi della Polizia di Stato, magari in accordo con organismi emanazione di stati esteri, e senza informare il Viminale, allora ci troveremmo di fronte a un comportamento censurabile non solo con gli articoli del codice penale che sanzionano il sequestro e il falso ideaologico. Ma anche, quanto meno, con la possibile violazione dell'articolo dell'articolo 289 del codice penale (attentato agli organi costituzionali). In questo caso l'eventuale soggetto danneggiato non è la Shalabayeva, bensì il governo nella sua interezza giacché un eventuale comportamento contra legem nel novero di una verifica del titolo di soggiorno delle due donne in Italia, nuocerebbe all'esecutivo sia nell'espletamento delle spettanze garantite agli Interni, ma anche, nel caso di una possibile querelle diplomatica, alla Farnesina. In questo senso uno scenario a tinte fosche lo descrive il deputato Alessandro Di Battista del M5S.

A questo punto si delineano due direttrici. Uno, il governo capitanato dal democratico Matteo Renzi si spinge fino in fondo. Due, il governo rimane in mezzo al guado, anzi alla palude. Nel primo caso sarà costretto a denunciare alla autorità giudiziaria i servitori infedeli. A svolgere accertamenti propri mediante i servizi per accertare responsabilità pregresse, magari di ex manager del Cane a sei zampe. E per ultimo ma non da ultimo, a constatare la inadeguatezza di un ministero degli Interni, che si è fatto menare sotto il naso in ragione di una operazione nemmeno comunicata al numero uno dell'Interno Angelino Alfano di Ncd, meritevole ormai di dimissioni.

Nel secondo caso invece, quello per cui Alfano fosse a conoscenza dell'imminente blitz, il premier dovrebbe almeno come minimo sindacale invitare Alfano a fare le valigie. Renzi però ha bisogno dei centristi e dei loro legami, a Roma come in altre parti d'Italia, per rafforzare il suo potere. L'inquilino di palazzo Chigi potrebbe essere quindi assalito dalla voglia di silenziare tutto. Magari con la sordina del segreto di Stato. E questo avrebbe un riverbero maligno nei confronti della inchiesta attualmente in corso da parte della magistratura requirente. In questo momento poi c'è un contesto internazionale di grande tensione. Tensione che si dispiega anche nei rapporti tra Usa, Italia e Russia, che anche in ragione di quanto sta accadendo in Medio Oriente si sono fatti quanto mai ambigui, quanto mai viscidi.

Marco Milioni

mercoledì 25 novembre 2015

Ambiente, nel Veneto i controlli della Forestale a rischio

Poche ore fa la Polizia Stradale di Verona ha svelato l'ennesimo scandalo rifiuti del Veneto. Tra le ditte coinvolte ce n'è anche una calabrese, ma per gli inquirenti allo stato è prematuro parlare di infiltrazioni mafiose. Certo è che nella regione che fu della serenissima il comparto ambientale, anche in ragione di una imprenditrìa non di rado refrattaria in materia di ecologia, è periodicamente oggetto di scandali e inchieste di rango nazionale. E ad aggravare il tutto ci sono le rivelazioni del sindacato Ugl-Cfs il quale spiega che nel Veneto, i nuclei della polizia ambientale del Corpo forestale dello Stato (i Nipaf) sono letteralmente ridotti al collasso, in alcune sedi provinciali il personale è prossimo alle zero unità. Questo in buona sintesi spiega Fabio Napoli, segretario veneto del settore che in seno ad Ugl tutela i lavoratori del Corpo Forestale dello Stato. «Dire che siamo preoccupati è dire poco» spiega il sindacalista il quale si augura una maggiore presa di coscienza in materia ecologica da parte della opinione pubblica.

Allora Napoli il Veneto, lo confermano pure le cronache delle ultime ore, è al centro di grandi problemi ambientali. La cosa è stata segnalata da più parti a partire dalla commissione Ecomafie. In che cosa consiste in questo ambito il lavoro della Forestale? Quali sono le varie competenze del corpo?
«Le competenze del corpo forestale sono tante, a partire da quelle indicate nella legge 36 del 6 febbraio 2004. Per quanto riguarda l’attività del Corpo Forestale dello Stato nel Veneto possiamo dire che questa, come nel resto del Paese si esplica sostanzialmente nel controllo del territorio (antibracconaggio, abusivismo edilizio, contravvenzioni funghi, tutela della biofauna boschiva). Poi ovviaamnete c'è il controllo sulle grandi questioni ambientali incluso lo smaltimento illecito dei rifiuti. In moltissime occasione i nostri uomini riscontrano attività delittuose volte a smaltire illecitamente rifiuti pericolosi mescolandoli a terre, o a residui di lavorazione dell’attività di cava. Tutto questo materiale può quindi essere utilizzato nei terrapieni, si veda per esempio il caso della Valdastico sud e degli svincoli di Padova. Questo sistema permette un doppio guadagno, la ditta che deve fare il lavoro di riempimento con materiale di scavo risparmia sul materiale ficcandoci dentro i rifiuti. Allo stesso tempo, guadagna dallo smaltimento».

C'è altro?
«Molto importante è anche l’attività legate ai controlli agroalimentari. Nel Veneto è stato istituito un gruppo di controllo per le verifiche di  settore con apprezzabili risultati. Per quanto riguarda l’abusivismo edilizio nel capoluogo berico come è noto è stata importante l’attività svolta dal Nipaf di Vicenza relativa al “Piruea Cotorossi”, che ha visto sequestrata una parte dell’area in cui è prevista la nuova cittadella giudiziaria».


Quando si parla di lotta agli illeciti si parla anche di Nipaf. Una sigla che pochi conoscono. Che cosa è il Nipaf, quanto importante è la sua azione? Nel Veneto quale dovrebbe essere provincia per provincia la sua pianta organica e quale è invece, sempre provincia per provincia la situazione reale?
«Nipaf è un acronimo per Nuclei Investigativi di Polizia Ambientale e Forestale. Tali nuclei sono istituiti in ogni provincia e svolgono le loro funzioni su tutto il territorio; possono inoltre raccordarsi con le strutture territoriali come i comandi stazione. I Nipaf effettuano attività investigativa di alto profilo in particolare su fenomeni di rilievo in materia di criminalità ambientale. Questi nuclei oltretutto sono in contatto costante con le procure della repubblica. La dotazione organica dei Nipaf è prevista in tre elementi oltre il responsabile per ciascuna provincia, tuttavia in molte provincie si lavora in sott’organico».

Solo tre uomini? Non è un po' poco?
«Sullo sfondo c’è il grande problema di organico nel Corpo Forestale dello Stato, un corpo la cui funzione forse viene forse meglio percepita al Nord. Ad ogni modo in un paese come l’Italia dove il territorio viene molto consumato, sarebbe opportuno avere a disposizione un organico molto superiore rispetto alla dotazione attuale».

Quali sono le altre difficoltà in cui versa il corpo nel Veneto? Perché in molti considerano una seria lotta all'inquinamento e ai reati un tabù? Quanto pesa in tal senso l'azione di lobby della grande industria? Le leggi sono migliorabili?
«Innanzitutto purtroppo manca una definizione giuridica di ambiente, con un coacervo di enti con competenze spesso eccessivamente frazionate, che  rendono difficile per agli agenti polizia giudiziaria, ma anche per i cittadini la comprensione e l’applicazione o il riscontro del quadro normativo».

E poi?
«A complicare la situazione aggiungiamo che oggi siamo tra i paesi che hanno un maggiore corpus normativo in materia ambientale. Gli appartenenti al Corpo forestale debbono far fronte ad una serie impressionate tra norme penali, civili, amministrative, disciplina nazionale e locale. Occorre stare al passo anche sui libri e non è facile quando il personale è tirato all'osso. Quanto alle lobby ci preoccupa il fatto che spesso troppi interessi particolari finiscono addirittura codificati nella legge. Non va bene. Ci sono però anche alcuni cambiamenti positivi come i tempi di prescrizione raddoppiati. Come previsto dalla legge 68 del 22 maggio 2015 in materia di delitti ambientali».

Tutto bello quindi?
«Oh certamente sì... Se non fosse che lo stesso governo che ha varato questo efficiente quadro normativo è lo stesso che vuole eliminare il Corpo forestale dello Stato: l'unica forza di polizia specializzata nella repressione dei reati ambientali. È come ridare vigore ad un gioco con regole più idonee, ma lasciando a casa i giocatori più attrezzati. Nel qual caso la forestale».

Da mesi si parla di una riforma del corpo che verrebbe in qualche modo agglomerato all'Arma dei carabinieri. Non sono mancate le voci di chi teme che i motivi veri alla base della riforma siano ben altri. Quali potrebbero essere?
«La legge delega 124/2015 di riforma della pubblica amministrazione prevede l’assorbimento del Corpo Forestale dello Stato, forza di polizia ad ordinamento civile specializzata nei reati ambientali in altra forza di Polizia, preferibilmente sembra che vogliano optare verso l’Arma dei carabinieri, una a competenza generale. Non c'è nessun pregiudizio nei confronti dei Carabinieri, quale istituzione candidata ad “ospitarci”, tuttavia va evidenziato che per il Governo Renzi l'eventuale accorpamento, per motivi di semplificazione della pubblica amministrazione,  riguarda esclusivamente il Corpo forestale dello Stato con i suoi quasi due secoli di storia; ma guarda caso la stessa cosa non riguarda i 2.495 forestali delle regioni autonome (Sicilia, Valle D’Aosta, Friuli, Trentino) che, paradossalmente, da un emendamento nella legge delega escono pure rafforzati».

In che quadro avviene tutto ciò?
«Noi giungeremo quindi ”abolizione” del Corpo forestale, nonostante siano già state eliminate le 2.800 unità delle polizie provinciali. a questo punto una domanda nasce spontanea».

Quale?
«Chi ci sarà a presidio del territorio, del patrimonio ittico-venatorio? Chi farà opera di contrasto in tema di illeciti ambinetali? Chi presidierà interi territori di montagna senza che divengano sguarniti e senza riferimento per il cittadino? Il cielo non voglia che la tutela amnientale in una con il draconiano depotenziamento della Frestale possa costituire un sacrificio sull’altare della crisi economica ed occupazionale per favorire la cosiddetta crescita. L’attività di Polizia giudiziaria portata avanti dal Corpo forestale dello Stato, proprio grazie alla sua autonomia e alla competenze professionali dei Nipaf e dei Comandi Stazione, corre un rischio. Quello di essere militarizzata anche perché la forestale in moltissime occasioni è stato l'organo di controllo, prevenzione e repressione che ha fatto emergere clamorosi casi di malaffare». 

Quanti sono i forestali nel Veneto. Quanti in Italia. E perché spesso l'opinione pubblica li confonde con quelli della Sicilia?
«Il Corpo forestale dello Stato in tutte le regioni d’Italia è presente all’8 aprile 2015 con 7134 elementi a fronte dei 9358 previsti sulla pianta nazionale, mentre in Veneto  il ci sono in servizio 371 elementi a fronte di una pianta organica di 510 unità. La carenza d’organico riguarda infatti soprattutto le regioni del Nord».

E al sud?
«Solo in Sicilia ci sono 28.000 forestali regionali che non hanno nulla a che vedere con il nostro corpo. I forestali siciliani costano 480 milioni l’anno. Che cosa posso dire? Se un governo alla fine tiene in piedi i privilegi della cosiddeta casta mentre sventola come risultato della spending review l'annientamento del nostro corpo vuol dire che si è perso completamente il senso del rapporto tra risorse in campo e il perseguimento degli scopi che tali risorse dovrebbe garantire».

Marco Milioni

domenica 18 ottobre 2015

Banche che passione

Ieri, 17 ottobre, su Il Fatto a pagina 8 il bravissimo Giorgio Meletti fa una summa delle rogne che stanno divorando il sistema bancario italiano. Sono tutti argomenti conosciuti, in parte comuni ad altri Paesi, ma la penna del cronista mette in sequenza i fatti in modo esemplare.

LO SPACCATO. Ne esce uno spaccato nero per l’Italia, in cui la incapacità dei manager sommata alla pratica di concedere crediti agli amici degli amici, dei politici, dei finanzieri e dei mafiosi, ha generato una situazione spaventosamente instabile. Per la quale sarà il vecchio, malconcio, maleodorante e indebitato Stato a doverci mettere la classica pezza. Indebitandosi ancor più all’insegna del motto perdite pubbliche e profitti privati. E quindi a quando, magari dopo un paio di salvataggi a carico di Pantalone, dovremo aspettarci l’arrivo d’un professorino da Bruxelles, magari con la gavetta zelantemente completata presso qualche banca iperindebitata, che invocherà lacrime e sangue per rientrare nei ranghi? Grecia docet.

LO SCENARIO. Se a questo aggiungiamo l’incognita sui derivati e la bomba delle clausole di salvaguardia (Il Fatto del 17 ottobre in pagina 3) ben si capisce che cosa stia cucinando questo governo in combutta, o meglio sotto dettatura, delle lobby bancarie, finanziarie e industriali che lo alimentano. Benvenuti nella mafia 4.0. Quella che non spara. Anzi che spara solo coi tassi d’interesse…

POSTILLA VENETA. E in questa giostra i veneti non pensino di stare tanto allegri. Primo perché due tra i maggiori istituti di credito del territotio, BpVi e Veneto Banca sono, finiti nell’occhio del ciclone mentre Dio solo sa se non ci finirà pure il Banco Popolare. Secondo perché sul piano politico il Veneto ha già toppato. Non solo per il silenzio e l’imbarazzo (con le docute eccezioni) con cui la politica è rimasta a guardare gli scandali. Ma soprattutto perché l’amministrazione regionale capitanata dal Carroccio, indipendentemente da come finiranno le inchieste, avrebbe dovuto cominciare a prendersi cura di quei piccoli risparmiatori che sono stati colpiti davvero duro dagli effetti degli scandali. E ai quali bisognerebbe garantire un minimo di supporto in termini di aiuto, anche economico, da parte dei servizi sociali. Come quando c’è un’alluvione. Perché di suicidi dovuti allo scoppio dell’affaire banche nel Veneto già ce n’è stato qualcuno. Dobbiamo preparaci al solito stillicidio seguito dalle ineveitabili lacrime di coccodrillo?

domenica 4 ottobre 2015

Schio, il caso Imam e il flop della stampa veneta

Oggi Vvox.it pubblica un mio approfondimento sul caso dell'Imam scledense che è stato espulso dal nostro Paese su decisione del Viminale. Ho ritenuto opportuno sentire direttamente il questore di Vicenza e il dirigente della Digos affinché dal loro autorevole punto di osservazione fosse chiaro un concetto. L'algerino, almeno al momento, non è stato colpito da alcun provvedimento penale né da accuse di terrorismo. È stato allontanato solo perché il suo comportamento è stato ritenuto in conflitto con il testo unico sulla immigrazione.

Insomma una violazione amministrativa, sul piano astratto come una contravvenzione al codice della strada. Ora, se Sofiane Mezzerreg deciderà di ricorrere al Tar, sarà il tribunale amministrativo del Lazio a far da giudice tra lui e gli Interni. Non è questo il punto. Come è chiaro lo scrupolo con cui la questura di Vicenza ha condotto le indagini, anche in considerazione del fatto che gli investigatori altro non hanno fatto che obbedire alla legge visto che c'era stata una segnalazione. Il punto invece è il comportamento della stampa del triveneto, che ha descritto gli accadimenti in modo così ambiguo, fino a trarne le conclusioni ridicole. Fra queste quelle cui giunge oggi in prima pagina su Il Giornale di Vicenza il suo direttore Ario Gervasutti, sulle quali ritornerò in seguito. Non parliamo poi del titolone del Messaggero Veneto «Istiga i bambini al terrorismo, espulso dall’Italia l’ex imam di Udine». Si tratta di un comportamento da codice penale che invece non sta nelle carte degli investigatori. E l'imam potrebbe anche ricorrere alle vie legali per quel titolo (anche se il sottoscritto da anni si batte per la cancellazione del reato di diffamazione, come approfondirò in seguito). Ad ogni buon conto A lor signori della stampa (che si son profusi in articoli o pseudoarticoli di cronaca giudiziaria e che ben si son guardati di allargare l'orizzonte della questione, salvo sentire il Magdi Cristiano Allam di turno, che solo un GdV formato Isola dei famosi poteva ripescare dal bagnasciuga della notorietà, e ignorando uomini di cultura come Franco Cardini o Massimo Fini) dovrebbe essere chiaro un concetto.

La democrazia si distingue dagli altri regimi per la sua fragilità intrinseca. E perché porta inevitabilmente dentro di sé i semi del suo collasso. Questa è al contempo la sua grande debolezza e la sua forza straordinaria. Ma se partiamo dal presupposto che le espressioni del libero pensiero debbano essere in qualche modo subordinate alla tenuta dello Stato, costi quel che costi, allora la nostra non è una democrazia, ma un'altra cosa: più diversa, ma soprattutto più ipocrita. Una prova indiretta, ma tangibile, di questo assunto è la esistenza di reati arcaici come l'istigazione a delinquere, l'ingiuria, la diffamazione, il vilipendio del capo dello Stato, il disturbo d'una funzione religiosa. O di reati più moderni come l'incitamento all'odio razziale. Si tratta comunque di marchingegni (ancor peggiore è la rivalsa possibile in sede civile) che con la scusa del controbilanciamento tra libertà d'espressione con la sfera degli altrui diritti, un non senso giuridico, una fesseria sesquipedale, ingabbiano la libertà d'espressione rispetto alla quale la libertà di professare la propria fede viaggia in qualche modo a braccetto.

L'anno prossimo cade il 60esimo della morte di Evelyn Beatrice Hall, una delle più apprezzate biografe di Voltaire. La Hall facendo leva sui convincimenti del filosofo francese, ma non solo sui suoi elaborò un concetto straordinario: «Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo». È il vero discrimine fra ciò che in termini di libertà d'espressione è democrazia e ciò che non lo sia. Purtroppo quella frase molti fingono di ignorarla. Troppi la ignorano completamente. Il che è peggio. Poi la gente se la prende con la carta stampata. Vorrei, tanto per dirne una, misurare quanto spazio sia stato dedicato alla composizione della commissione regionale sui project financing. Che tracolma di persone chiacchierate o indagate. Con un grattacapo del genere il governatore Luca Zaia ben si è guardato dal commentare una sua scelta indecente. Nessuno gli ha spiegato che se l'imam fosse stato italiano da cento generazioni nessuno avrebbe potuto contestargli un bel niente?

Epperò ha trovato il tempo di parlare del caso dell'Imam. Anche un bimbo capirebbe che la vicenda dell'algerino è stata strumentalizzata per non parlare di magagne ben maggiori che attanagliano la nostra regione. «Beata l'ignoranza, se stai bene de mente de core e de panza» diceva un siderale don Buro interpretato da Christian de Sica in Vacanze in America. Erano i ruggenti anni '80. E Carlo Vanzina, con la scusa della satira sociale, aveva già dettato la linea del rincoglionimento generale portato a compimento durante il dominio "berlusconian-centrosinistr-Renziano". Amen.

Marco Milioni

venerdì 25 settembre 2015

Adusbef, Il Fatto e VicenzaPiù sul caso BpVi

(m.m.) L'atmosfera attorno al caso BpVi Zonin rimane torrida. Poche ore fa è antrata nella contesa mediatica Adusbef, la quale chiede chiarimenti sul comportamento di Bankitalia e della procura della Repubblica di Vicenza. Questo è quanto riporta almeno ilfattoquotidiano.it. Stranamente alla riflessione che chiama in causa la procura risponde l'avvocato berico Massimo Pecori (figlio del pm Paolo Pecori; ma è al pm però Il Fatto aveva indirizzato il suo rilievo e non al figlio). Il legale, ex assessore al patrimonio al comune di Vicenza, affida le sue parole a Vicenzapiu.com: «A parte il fatto che io mi occupo semplicemente del recupero crediti, se ci fosse un nesso cronologico o di attività seguita con il mio incarico potrei anche capire ma sinceramente mi sembra solo smania di voler andare trovare a tutti i costi qualche relazione che non esiste». Peraltro non è la prima volta che questo argomento viene trattato dalla stampa veneta nonché da quella nazionale. E sempre su Vicenzapiu.com, attorno al caso giudiziario del mese trova spazio una intervista al curaro all'avvocato Renato Ellero, che dal suo punto di vista di professore universitario tratteggia alcuni interessanti scenari.

LEGGI ILFATTOQUOTIDIANO.IT
LEGGI LE DICHIARAZIONI DI MASSIMO PECORI RESE A VICENZAPIU.COM
ASCOLTA L'INTERVISTA A RENATO ELLERO

domenica 2 agosto 2015

Il Galan che è in Zaia

Non che la cosa fosse ignota. Ma alla fine Luca Zaia ha dovuto mostrare la sua vera natura. Quella di erede del sistema di potere messo in piedi da Galan e soci. Basta una scorsa veloce al progetto di legge regionale sulla revisione dei project financing per capire quale sia l'intenzione reale del governatore veneto. «Per la copertura di oneri che sono previsti a carico della Regione - si legge all'articolo 4 comma 5 del disegno di legge 15 del 29 giugno 2015, primo firmatario Zaia - per la realizzazione di singole opere non oggetto di provvedimenti di revoca e che non sono ancora finanziati, la giunta regionale è autorizzata a ricorrere alla concessione di mutui da parte della Cassa Depositi e Prestiti o da parte di altri Istituti di credito e comunque a contrarre ad altre forme di indebitamento consentite dalla legislazione vigente per un importo complessivo non superiore a Euro centocinquanta milioni di euro».

Questo potrebbe essere il costo per l'uscita in bonis dalla partita dei project financing. La cosa grave è che Zaia non spiega esattamente quali siano gli oneri per la regione. Segno evidente che non ci sono. O, a meno che non siano stati occultati in qualche incoffessabile accordo mai venuto alla luce, se ci sono, sono più che altro immaginari, perché il richiamo all'articolo «21 quinquies della legge 7 agosto 1990 numero 241» in ragione del quale lo Stato prevede un ristoro a favore del privato è campato per aria. Il ristoro infatti è previsto dalla norma solo a fronte di circostanze specifiche, per esempio un contratto valido, magari di convenzione, già stipulato tra le parti. L'avvio di un semplice iter non costituisce alcun titolo di pretesa da parte dei privati. Zaia, o meglio i legulei che gli hanno scritto il disegno di legge, lo sanno; tanto che per impiccare la regione all'albero di futuri pagamenti verso terzi, all'oggi non si capisce perché dovuti, è necessario che sia proprio la deibera allo studio del consiglio a disegnare il diritto acquisito per il privato.

E come lo fa? Stabilendo che se le mutate condizioni di mercato non rendono più sostenibile il progetto di finanza proposto dal privato è l'ente regionale a indennizzare il privato stesso. Incredibile ma vero. È tutto nero su bianco, basta leggere l'articolo 4 comma 4 del disegno di legge al vaglio del consiglio regionale: «Nel caso in cui, nell’ambito della procedura di revisione, la Giunta accerti l’attuale insussistenza di condizioni di fattibilità dell’iniziativa per il venir meno delle condizioni economico-finanziarie a supporto della sostenibilità economico-finanziaria dell’intervento... l’Amministrazione procede all’adozione degli atti conseguenti... salva la possibilità di addivenire ad una revisione del piano economico finanziario nel caso che le condizioni di fattibilità siano variate per cause imputabili alla Regione o per sopravvenute modifiche normative». Come si sa il diavolo si nasconde nei dettagli.

Per di più  nel disegno di legge in itinere per rendere ancora più praticabili le possibili richieste risarcitorie dei privati, che altrimenti poco avrebbero da pretendere, si compie un'altra forzatura. Quale? Alla base del project financing sta la nozione che il rischio d'impresa non se lo cucca Pantalone, ovvero il pubblico, ma il privato. Di converso se si leggono le carte si scopre il distillato di un'altra astuzia: astuzia da quattro soldi, per chi ha dimestichezza con la materia, difficile a scovarsi se non la si mastica un pochino. Mister Zaia infatti per circoscrivere e rendere ancor più cogente l'ambito di eventuali ristori non usa il termine, come sarebbe da aspettarsi, «contratti» in essere o convenzioni, bensì quello di «procedimenti». Di regola io pubblico al limite ti posso riconoscere un danno se vengo meno ad un impegno sottoscritto mediante contratto. Non se il mercato ha cambiato orientamento e punisce la tua iniziativa d'imprenditore. Per questo motivo l'avere utilizzato all'articolo 4 comma 6 il temine procedimenti («per le ipotesi di revoca di procedimenti di finanza di progetto...») e non contratti o convenzioni o concessioni, dilata in modo spaventoso l'opzione per il privato di batter cassa a palazzo Ferro Fini. E non è un caso che già comincino a levarsi le prime doglianze. In pratica basta avere avviato una procedura che abbia passato il vaglio della dichiarazione di interesse pubblico (e l'indagine sul Mose ci ricorda come Galan, Chisso e Minutillo procedessero in tal senso), per potere andare accompagnati con l'avvocato a palazzo Balbi a chiedere milioni. Rimane da capire se la cosa sia frutto della ignoranza del governatore in materia di diritto amministrativo, o se qualche manina abbia inserito, in una legge che in prima battuta può pure avere un impianto condivisibile, quei due tre commi famelici i quali potrebbero trasformarsi in manna dal cielo per i soliti amici degli amici scottati da un mercato del quale in realtà non affrontano mai le asperità, e che ha fatto naufragare un modello di business, quello di lorsignori, già ampiamente ossigenato dall'ente pubblico.

Ora per capire chi siano lorsignori basta un controllo incrociato con i documenti ufficiali che alcuni preoccupati funzionari dell'assessorato alle infrastrutture hanno fornito alle commissioni bilancio e trasporti, i due organismi che hanno accompagnato la gestazione della legge verso l'aula che dovrebbe cominciare a visionare la delibera già il 4 agosto. Da quelle poche ma significative carte si capisce quali siano le forze in gioco. E si capisce pure chi potrebbe avere interesse affinché il consiglio approvi una norma che salvi la banda del project, ovvero il club degli amici di Galan. La tabella in possesso della giunta parla chiaro: «Confederazione delle autostrade per la Nogara Mare; Pizzarotti, Mantovani e Maltauro per il Sistema tangenziali Veneto; Grandi Lavori Fincosit, Adria infrastrutture» e chi più ne ha più ne metta. Nei mesi passati Zaia, più o meno, è riuscito a far ingollare la balla che lui, anche se scarico da coinvolgimenti penali (per ora), dei project di Galan non sapesse nulla pur essendo stato numero due della giunta. Un altro mega rospo il leghista l'ha fatto inghiottire ai veneti quando il suo esecutivo ha approvato la delibera vergogna che modificava la convenzione della Pedemontana Veneta a favore del soggetto privato.

Oggi ci riprova addirittura con una legge che per volere dello stesso governatore deve essere approvata a tambur battente. Ma perché tanta fretta? Per caso oltre alla legge che farà brindare gli amici di Galan, che affranti dalla arsura della crisi dei loro progetti al gusto di asfalto e cemento, potrebbero trovare un po' di refrigerio nelle tasche del contribuente veneto, la cosiddetta norma blocca project serve pure ad apparecchiare uno stop alla Valsugana bis? Sì proprio quella Valsugana bis che sembra essere uno dei principali ostacoli ad un sì trentino alla Valdastico Nord, l'ennesima porcata riconcepita durante l'era dell'utilizzatore finale di Arcore, riproposta ai veneti da una accolita di politici e imprenditori pronta cassa trasversalmente devoti alla grande mammella pubblica?

Se Zaia vuole davvero bloccare i project, più che 150 milioni, ne metta da parte tre o quattro per un collegio legale veramente autonomo e con le palle. Ricorra alla magistratura penale e a quella amministrativa (contro la Spv il Tar ha già dato ragione a chi si oppone) e se del caso aizzi l'opinione pubblica contro la cricca del Mose con ferocia quintupla di quella con cui certi ambienti leghisti si sono scagliati contro l'ondata, vera o presunta, di clandestini e profughi. Allora Zaia dimostrerà davvero di essere un amico del Veneto (sui veneti stendiamo un velo pietoso perché molti si meritano quanto patito fino ad oggi, o perché culturalmente servi, o perché intrallazzati a loro volta col sistema). In caso contrario l'enologo di Treviso si mostrerà per quel che è. L'ennesimo doroteo attento solo alla gestione del potere e degli interessi ad esso retrostanti. Il che spiegherebbe tutto il finto distacco dimostrato verso l'era Galan. Un distacco messo in scena non per contrastare quei supremi interessi, ma per divenirne nuovo e più passabile maggiordomo. Per dirla come Pierino, alias Alvaro Vitali, (si passi la citazione forse troppo colta per la giunta regionale), «invertendo le chiappe il prodotto non cambia». Insomma detto alla grossa con questa norma la regione rischia di inventarsi un debito verso terzi, quando caso mai sono i privati della cricca del project che dovrebbero rendere il maltolto, anzi il malloppo, alla collettività delle Venezie. Quanto al Mose poi ci sarebbe un ultima cosa da dire.

Chi ha letto le carte della progettazione nonché i dubbi emersi in tantissimi ambienti scientifici sa una cosa. Tempo tre quattro anni alcuni nodi verranno al pettine. Uno di questi è il sistema di cerniere che tiene le paratie mobili ancorate al resto del sistema. Ruggine, salsedine, pressione faranno strame del sistema vanto del gruppo Mantovani alias famiglia Chiarotto. Il Mose, che dio solo sa quando sarà completato, diventerà allora anche una ferita non cicatrizzabile. Il che comporterà un esborso milionario costante per mantenerlo se non funzionante, perché probabilmente non lo sarà mai, ma almeno stentatamente integro. In questa faccenda la cosa simpatica sta però nel fatto però che eventuali malfunzionamenti, per legge, gravano sullo Stato e non su chi ha realizzato (scientemente o meno poco importa) i lavori alla viva il parroco. Un altro rubinetto infinito è stato aperto in ragione di un ordito premeditato molto tempo prima. Ora, i soloni di Confindustria che predicano un giorno sì e l'altro pure contro gli sprechi della spesa pubblica e a favore del rientro dello Stato dal suo debito, come mai non imprecano contro questa spesa malata che fa rima con grandi opere? E se mutatis mutandis questo meccanismo lo rivedremo anche nella Spv, allora significherebbe che le stesse menti, hanno dato vita allo stesso congegno infernale...

Marco Milioni
url01: http://taepile.blogspot.it/2015/08/il-galan-che-e-in-zaia.html
url02: http://supporto01.blogspot.it/2015/08/il-galan-che-e-in-zaia.html