sabato 16 agosto 2014

Caro Renzi, l'Italia va disincagliata dalle secche della crisi

Caro presidente del consiglio Matteo Renzi,

Le scrivo, come è diritto di ogni cittadino, per porLe una domanda: la riforma della Costituzione su cui il governo punta le sue carte servirà a disincagliare l'Italia dalle secche di questa lunga stagnazione?

Lei certo sa, Signor Presidente, che l'Italia si distingue per alcuni primati poco invidiabili. Secondo dati Ocse richiamati dalla Corte dei conti, siamo al terzo posto al mondo per evasione fiscale (preceduti solo da Turchia e Messico), e Confcommercio stima in 154,4 miliardi di euro le tasse non pagate nel solo 2012. Secondo Transaparency International l'Italia è uno dei Paesi più corrotti d'Europa (con Romania, Grecia e Bulgaria), peggio di Namibia e Ruanda. Secondo il World Freedom Index l'Italia è terzultima in Europa per libertà di stampa, stando in classifica fra Haiti e Burkina Faso. Intanto a fronte di un consumo di suolo medio in Europa del 2,8%, l'Italia raggiunge un devastante 6,9%, pur con incremento demografico zero (dati Ispra). La disoccupazione giovanile è balzata al 43,3%, contro il 7,9% della Germania e la media europea del 22,5% (dati Eurostat).

Secondo il dipartimento per lo sviluppo di palazzo Chigi l'Italia è ultima in europa per investimenti in cultura, con una contrazione della spesa doppia che in Grecia. Una riforma universtitaria pessima e gestita ancor peggio mette in ginocchio la ricerca e riduce il merito ad un optional spesso superfluo. Centinaia di imprese italiane chiudono i battenti o vengono assorbite da aziende cinesi, sudamericane, mediorientali. Come una valanga continua la «fuga dei cervelli»: decine di migliaia di giovani formatisi in Italia portano in altri Paesi i loro talenti, vanificando l'alto investimento che il Paese ha fatto su di loro (nel 2013, quasi 44mila italiani hanno chiesto di lavorare nella sola Gran Bretagna). Mentre cresce la diseguaglianza sociale, si radica la sfiducia dei cittadini nella politica, come ha mostrato il forte astensionismo alle europee, con un 41,32% di non votanti a cui va aggiunto l'8,31% di schede bianche, nulle o disperse. In questo contesto, come Lei sa bene, Signor Presidente, il buon risultato percentuale del Suo partito vale più o meno la metà di quel che sembra.

A fronte di questi problemi, l'azione del Suo governo si concentra su questioni di ingegneria istituzionale, come se ridurre di numero i senatori (ma non i deputati), o evitarne l'elezione popolare, possa salvare l'economia italiana. Secondo Mario Draghi, l'Italia ha bisogno di «riforme strutturali sui mercati dei prodotti e del lavoro», ma in Italia si produce sempre meno e si lavora sempre meno. L'Italia deve ridurre la pressione fiscale: con un reddito annuo di 28mila euro, ub italiano paga il 27% di imposte, un americano il 15%; ad un reddito di 75mila euro corrisponde un'imposta del 28% negli Usa, del 43% in Italia. Questa enorme differenza dipende dalla rarità della evasione fiscale negli Usa (dove è severamente punita), mentre i nostri governi di ogni colore (anche il Suo) fanno ben poco per combatterla. Lei ha cercato invano Signor Presidente, di trasmettere il Suo ottimismo: le Sue previsioni di crescita del Pil si sono rivelate fallaci, e il calo dello 0,2% nell'ultimo trimestre, contro un +3,2% della Gran Bretagna ed un +1,1% dell'area Euro, lascia poco spazio alla retorica. Cresce intanto il debito pubblico, che nel 2013, ha raggiunto il 132,6% sul Pil e falliscono uno dopo l'altro i tentativi di spending review.

La stagnazione è ormai recessione, nasconderlo è un boomerang per chi lo fa. Corruzione, evasione fiscale, disoccupazione e altri problemi italiani sono ben noti ai nostri partner in Europa e nel mondo: se non si affrontano subito il governo perde credibilità e accredita l'ipotesi cambiare la Costituzione sia una tecnica dilatoria per non sfidare le urgenze. Le chiedo allora, Signor Presidente: in quale modo una nuova costituzione contribuirà a diminuire il debito pubblico, a trovare lavoro ai giovani, a frenare l'emorragia dei talenti, ad arrestare corruzione e evasione fiscale, a rilanciare formazione e ricerca, a incentivare le imprese, l'economia e la cultura, a tutale il paesaggio, l'ambiente e il patrimonio artistico?

Con la nuova legge elettorale s'intende riconquistare alla democrazia i 22 milioni di italiani che non hanno votato, o incentivare l'astensionismo purché un partito ottenga il premio di maggioranza? Vale la pena dilapidare l'eredità della sinistra in un abbraccio mortale con Berlusconi, condannato in via definitiva ed espulso dal Senato, mediante un patto i cui contenuti precisi non vengono resi pubblici? Le riforme avviate hanno lo scopo di rafforzare l'esecutivo, ma secondo Transparency International una delle cause della crisi italiana è che già oggi «il potere legislativo dipende troppo dal potere esecutivo, che governa senza la debita assunzione di responsabilità». È proprio opportuno accrescere ancora il ruolo dell'esecutivo?

La riforma apporta alla Costituzione mutamenti radicali. Anch'io, come molti cittadini, ritengo improprio che tali proposte siano nate dal governo e non dal Parlamento, e che vengano approvate da senatori e deputati nominati secondo una legge elettorale incostituzionale. Ma la domanda è ora un'altra: se mai quel testo entrasse in vigore tal quale, come e in che cosa la recessione del Paese ne verrebbe corretta? E se invece il testo facesse per mesi e mesi la spola fra Camera e Senato assorbendo tempo ed energie, non sarebbe un dirottamento rispetto ai problemi reali del Paese?

Non crede che il Suo governo acquisterebbe prestigio e credibilità se mostrasse nei fatti di ricordarsi dei diritti dei cittadini sanciti dalla Costituzione e dimenticati dalla politica con la scusa della crisi? Non sono diritti secondari: sono il diritto al lavoro per tutti i cittadini (art. 4), la funzione sociale della proprietà (art. 42), la pari dignità sociale dei cittadini e la loro eguaglianza (art. 3), la garanzia per tutti di «un'esistenza libera e dignitosa» (art. 36), il diritto alla cultura (artt. 9, 21, 33), il diritto alla salute (art. 32). Sono diritti ignorati o taglieggiati in nome della crisi economica. In che modo la Costituzione che Lei ha in mente intende farli risorgere dalle ceneri?

Salvatore Settis

fonte:
lettera aperta a La Repubblica pubblicata il giorno mercoledì 13 agosto 2014, pagina 24

giovedì 24 luglio 2014

Replica all'avvocato Ricciulli

Gentile avvocato Ricciulli,

poco fa ho pubblicato integralmente la Sua garbata missiva a me indirizzata il giorno 17 luglio 2014, missiva che verteva sulla vicenda del Suo assistito dottor Indrieri. Le scrivo queste righe per precisare alcune questioni. Il servizio oggetto delle Sue doglianze non è farina del mio sacco, si tratta semplicemente della copia integrale di un articolo pubblicato il 9 dicembre 2011 sul portale Lavocedellevoci.it a firma Alessandro De Pascale. Tale approfondimento era stato, mi conceda la licenza, ricopiato su questo blog con un semplice motivo: dare contezza delle mie analisi rispetto ad un articolo, questo sì a mia firma, pubblicato sul periodico VicenzaPiù numero 226 del giorno 4 gennaio 2012 alle pagine 18 e 19. Quest'ultimo servizio veniva poi ripreso dalla edizione on-line del medesimo periodico in data 8 gennaio (il tutto è visionabile alla url:
http://www.vicenzapiu.com/leggi/profondo-sud-dal-caso-despar-al-caso-valdastico-sud).

Sono perfettamente cosciente delle molte ragioni del suo assistito. Ma vorrei dare contezza anche delle mie, che sono soprattuto di natura deontologica. Quando cita una fonte il giornalista che correttamente svolge il suo lavoro fa di tutto perché quest'ultima sia verificabile. Ed era questo l'intento di chi scrive quando quel servizio è stato integralmente riportato su questo blog. Di più, il mio articolo pubblicato su VicenzaPiù si sofferma fra l'altro sulla vicenda Despar ma nemmeno cita quella del dottore Indrieri.

Ora, che la recente giurisprudenza, europea o nazionale, indichi pedissequamente la strada tracciata nella Sua missiva è al momento arduo da dimostrare. Ad ogni modo, lo prenda come una sorta di beau geste o di gentlemen agreement del tutto distanti dalle questioni di diritto, poiché il sottoscritto non ha intenzione alcuna di apparire come il fustigatore di chicchessia, potrà notare che l'articolo oggetto della sua doglianza è stato completamente rimosso (se non per un brevissimo cappello iniziale). Sono stati rimossi altresì tutti i riferimenti indiretti al Suo assistito. Ad ogni modo, vista la delicatezza dell'argomento, che pertiene in primis alla libertà di stampa, e visto che parecchi contenuti del servizio vergato da De Pascale sono presi paro paro dagli atti della Commissione antimafia (non mi inoltro in una inutile discussione filosofica su verità assoluta e verità fattuale né tanto meno sulla fallibilità delle dichiarazioni rese da chiccessia anche alla commissione), mi sento in dovere di informare di questo pacato scambio di vedute l'ordine dei giornalisti, gli osservatòri sulla informazione, nonché la stessa Commissione antimafia, proprio affinché la Sua missiva e la mia risposta costituiscano un importante momento di approfondimento sulle dirimenti questioni sollevate da Lei e, più modestamente, dal sottoscritto.

Marco Milioni
mrk223@gmail.com

La parola all'avvocato

La pagina e il suo contenuto sono in manutenzione. Chiunque sia interessato ad ulteriori informazioni può contattare Marco Milioni, l'amministratore del blog, all'indirizzo e-mail: mrk223@gmail.com

martedì 15 luglio 2014

Viva le sfumature

Durante le settimane passate ho letto con interesse le dichiarazioni di Giovanni Manfredini, avvocato di Roberto Meneguzzo, dominus di Palladio Finanziaria, una delle società finita nel vortice del caso Mose. Manfredini sui media è apparso pacato e riflessivo. Insomma una condotta che appare diversa da quella vibrante ed appassionata che lo stesso legale pareva serbare nei confronti del sottoscritto in processo per diffamazione a Trento in cui lo stesso Manfredini era legale di parte civile del querelante, il pubblico ministero vicentino Paolo Pecori. Viva le sfumature, verrebbe da dire.

Marco Milioni

giovedì 3 luglio 2014

Halilovic, confiscati i 100 mila euro dei nomadi

Confiscati i soldi dei nomadi. Quei 100 e rotti mila euro trovati su un conto corrente ora sono dello Stato. Lo ha deciso il collegio del tribunale di Vicenza, presieduto da Gianesini, che ha accolto la richiesta avanzata dal pubblico ministero Ruberto con la misura di prevenzione patrimoniale. I giudici hanno invece restituito alla famiglia Halilovic il terreno di proprietà di strada Nicolosi, dove sorge il loro campo, come sollecitato dalle difese con gli avv. Rachele Nicolin, Chiara Bellini, Andrea Balbo e Lucia Maron. Si trattava infatti di un bene ereditato da più di 5 anni, e quindi non più aggredibile dallo Stato.
La notizia del sequestro aveva fatto scalpore. Quella famiglia di rom, che vive accampati fra camper e tende, senza servizi, è ricca sfondata. In qualche anno, dai conti correnti di padre e figlie è passato quasi un milione di euro. Da dove sono arrivati tutti quei soldi, visto che in dieci anni i tre hanno dichiarato al fisco redditi complessivi per 49 mila euro, neanche 5 mila l'anno? «Da proventi illeciti», era il legittimo sospetto. È per questo che la guardia di finanza, con un'intuizione investigativa del nucleo di polizia tributaria, aveva chiesto alla procura l'applicazione di una misura di prevenzione patrimoniale. Di fatto, il sequestro di quanto Ibrahim Halilovic, 45 anni, e le due figlie Zingara, 30, e Diana, 27, avevano nella loro disponibilità. I detective del tenente colonnello Fabio Dametto avevano trovato nelle scorse settimane 100 mila euro in un conto, e chiesto i sigilli per il terreno.
I tre Halilovic negli ultimi anni hanno aperto e chiuso 25 libretti di risparmio, attraverso i quali sono stati «movimentati» qualcosa come 953 mila euro. Ne sono rimasti attivi 4, tutti intestati a Zingara: tre non avevano soldi, nel quarto c'erano 100.622 euro. Che sono stati confiscati. Zingara, infatti, non lavora; sua sorella Diana ha un'attività di venditrice ambulante, ma non ha mai presentato dichiarazioni dei redditi. Ibrahim, ha dichiarato neanche 50 mila euro in dieci anni. Cifre non compatibili con quanto trovato in banca.

da Il giuornale di Vicenza di mercoledì 2 luglio 2014, pagina 16

lunedì 9 giugno 2014

Salviamo il diritto di cronaca dai partiti

Chi si ricorda il caso Sallusti e la mobilitazione seguita alla condanna del giornalista? All'epoca, vista la notorietà della persona i media parlarono e molto. Anche della necessità di una modifica in senso più moderno delle norme sulla diffamazione e sulla diffamazione a mezzo stampa. All'epoca destra e sinistra si sperticarono spiegando che si sarebbero impegnate, fra le altre ad una maggiore salvaguardia di chi fa informazione tutelando in modo esplicito il diritto di cronaca. La norma è al vaglio delle camere. Ma le ultime indiscrezioni che arrivano da Montecitorio come da altri palazzi romani, parlano di una manovra combinata fra pezzi del Pd e di Fi per rimuovere dal testo rinnovato eventuali passaggi a tutela del diritto di cronaca. Si parla di richieste più o meno velate che sarebbero giunte ai partiti, specie da settori dell'imprenditorìa, della pubblica amministrazione ma soprattutto della avvocatura e della magistratura.

Queste sono le indiscrezioni che circolano nella capitale. E poi c'è chi chiede invece uno sforzo di altro tenore giacché la ratio cui ci si dovrebbe ispirare è quella di una modifica che irrobustisca e chiarisca definitivamente l'ambito del diritto di cronaca, superando gli ormai, per molti versi, desueti e contraddittori, pronunciamenti della Cassazione. Va ricordato infatti che il codice, non a caso elaborato durante il fascismo, non menziona il diritto di cronaca, ma menziona solo il concetto di tutela della onorabilità della persona. Va pure ricordato che per il codice penale italiano, o ancor meglio per la giurisprudenza, la diffamazione si dispiega non solo se si pronunziano affermazioni offensive e o false nei confronti di terzi. Ma il blogger o il cronista, per esempio, possono incappare nel reato (la discrezionalità del magistrato è estrema in questo caso, il che mette i blogger e i cronisti free-lance o delle piccole testate in una condizione di inferiorità perenne per ovvie ragioni) pure quando riportano affermazioni di terzi, anche se ben documentate, delle quali è citata la fonte.

Questo avviene perché il contorno nel quale sia richiamabile la cosiddetta scriminante del diritto di cronaca è assai labile. Nel ragionare in questo senso si dovrebbe prendere spunto dalle leggi e dalla giurisprudenza svizzere, tanto per dirne una. Ma anche dalla legge tedesca nonché americana dove la diffamazione (un reato considerato di portata minore, quando non derubricato ad illecito amministrativo) sussiste solo quando si dimostra che il giornalista mente sapendo di mentire: in Germania per esempio i tedeschi fanno maggiore affidamento sulle corti civili e sulla consuetudine della lettera di rettifica o di scuse con l'impegno a non ripetere l'offesa.

Su queste basi sarebbe quindi importante introdurre una novità per cui all'articolo che punisce la diffamazione (articolo 595 del codice penale) vada aggiunta una dicitura come la seguente: «Non è punibile chi, anche nell'ambito della attività giornalistica o informativa, riferisce affermazioni
di terzi, pur offensive o calunniose, delle quali è indicata la fonte o l'origine e delle quali affermazioni si specifica la paternità di terzi». Si tratta di una modifica minima, equilibrata sul piano giuridico. La quale permetterebbe di affrontare con grande chiarezza e maggiore serenità gli anni che ci attendono. Anni in cui la buona informazione, che non è monopolio della stampa o dei giornalisti, può essere uno stimolo al cambiamento in meglio del Paese. Questo breve post vuole essere un piccolo contributo affinché giornalisti, blogger, divulgatori, scrittori e professionisti della informazione, facciano sentire la loro voce perché le camere non rinuncino ancora una volta a rendere esplicito e chiaro l'ambito del diritto di cronaca.

Marco Milioni, giornalista e blogger
mrk223@gmail.com

lunedì 26 maggio 2014

Renzi stravince, ma ora ha paura

La notizia dell'arresto dell'ex ministro dell'ambiente Clini diffusa dall'Ansa nel primo mattino è clamorosa. E probabilmente passerà in secondo piano a causa della presenza contemporanea del risultato delle elezioni europee. Il larghissimo consenso ottenuto da premier democratico Matteo Renzi si dovrà misurare anche con le tematiche ambientali, terreno insidioso per molti aspetti. A poche ore dalla chiusura delle urne però non si può non abbozzare una analisi. Matteo Renzi stravince. Beppe Grillo rimedia uno schiaffo, ma non cade. La Lega tiene e cresce, centristi e centrodestra arrancano. Tsipras, ovvero Sel, spera di superare il barrage del 4%. Sulla stampa si leggono già i titoloni per supersuccesso di Matteo Renzi, che ha polverizzato la soglia del 40% inglobando tutta l'area di governo. Con lui c'è l'establishment finanziario e industriale del Paese, buona parte delle elite e dei ceti benestanti che hanno ampiamente goduto delle storture del sistema Italia. Per lui hanno votato, nel quadro di una astensione ormai al 50% degli aventi diritto, anche quei meno fortunati che non vogliono abbandonare la speranza.

Ma c'è poco da stare allegri. Il vento contro l'establishment europeo, finanziario, economico o politico che sia è forte. E tale rimarrà se l'approccio rigido del gotha continentale rimarrà immutato. Se Renzi non riuscirà a rinegoaziare profondamente alcuni moloch come il fiscal compact o come lo stesso trattato di Lisbona, in autunno dovrà vedersela con una finazniaria lacrime e sangue: sia che a Roma ci sia l'attuale parlamento sia che questo si rinnovi con percentuali simili a quelle uscite dalle europee. Detto in soldoni ci vuole pochissimo perché il credito di popolarità incassato oggi, si trasformi in debito d'ossigeno in Paese obbligato, in primis da Renzi, a seguire i diktat della finanza internazionale. Il che per il giovane premier toscano potrebbe significare dolori e problemi i più vari. La vetta altissima raggiunta in queste ore potrebbe trasformarsi nella pedana di partenza di uno schianto mortale se veramente in poco tempo il capo dell'esecutivo non sarà in grado di addrizzare storture e rendite di posizione facili da criticare, ma difficilissime da vincere. Anche perché un bel pezzo dello stesso sistema, per sopravvivere, è gattopardescamente già divenuto renziano.

Anche se non è caduto Beppe Gillo è uscito sconfitto. Perché? Semplicemente perché è stato poco grillino. Per una forza che si propone di destrutturare il corpo malato del Paese non basta metterla solo sulla caciara, spesso congegnata in modo brillante peraltro; ma bisogna andare a colpire l'avversario nelle sue casematte, sulla roba, fornendo contemporaneamente modelli alternativi credibili. Un esempio? Si guardi alla sostanziale mancanza di affondo sulla Pedemontana Veneta: uno scrigno di voti per la Lega che in Europa dice di battersi contro il sistema ma che a livello locale lo alimenta flirtando con i partiti che a Strasburgo a parole dice di combattere. Si guardi al silenzio pressoché totale sul Mose, sui project financing. Si pensi ancora al mancato utilizzo delle prerogative della commissione antimafia. In questo caso l'enorme potenziale che i parlamentari hanno in termini di sindacato ispettivo e di capacità di colpire sul territorio è rimasto inutilizzato e rischia di finire all'ammasso.

E ancora attorno al M5S, a livello locale come a livello nazionale, si era creato un anello di soggetti di grande spessore culturale incuiriosito dalle capacità di incidere sulla società di questo nuovo movimento. Alcune idee erano state messe sul tappeto. Fra queste una di Giulietto Chiesa. Grillo e soprattutto Gianroberto Casaleggio hanno preferito dare poco spago a chi magari non dice solo sì e ti bacchetta se serve, andandosi a legare mani e piedi ad un cerchio di fedelissimi che si è rivelato evanescente. Questa situazione è andata di pari passo con una seconda circostanza: il sistematico allontanamento non tanto o non solo dei dissidenti famosi, quelli finiti sui giornali. A fare riflettere è soprattutto l'allontanamento o il confinamento in ruoli marginali di quegli attivisti più preparati e con una personalità più spiccata: il tutto è stato spesso perfezionato con l'aiuto di referenti di zona fidati ma poco efficaci. O perché poco avvezzi a capire il quadro della situazione, o perché condizionati da timori reverenziali, o perché presi dentro in qualche interesse più o meno minuto. Un discorso analogo vale anche per i soggetti candidati o eletti nelle amministrazioni locali, che scontano inesperienza e spesso insipienza. L'onestà da sola non basta, occorrono le capacità e la predisposizione al combattimento, quello sui ring che contano.

Silvio Berlusconi è sul viale del tramonto. Ma cercherà ancora di far valere il suo peso in termini di condizionamento sul governo. Per valutare questo apsetto basterà vedere come Renzi affronterà alcuni temi importanti come la giustizia, l'introduzione dell'autoriciclaggio, la legge sulla concentrazione pubblicitaria e quella sulle infrastrutture telematiche dove Berlusconi e famiglia conservano diversi monopòli. Come dicono i giornalisti americani, "follow the money".

Marco Milioni