lunedì 2 agosto 2010

La mafia a Vicenza

La Lega ha scritto che il Veneto è “pulito”, non ha presenze mafiose. Un paio di giorni dopo c'è stato l'arresto a Mogliano Veneto in provincia di Treviso di Vito Zappalà, uno dei latitanti mafiosi più ricercati, condannato a 29 anni di galera. Questo tipo di persone non si muovono mai da sole e sarà interessante accertare quali suoi compari alloggino nel Veneto. Però a Vicenza abbiamo un problema formalmente di natura diversa ma parimenti grave: le zone franche, una sorta di libertà di violazione delle leggi e delle regole, che i dirigenti pubblici, i politici e la magistratura accordano ai colletti bianchi, ai poteri forti.

Abbiamo avuto la cosiddetta circolare Rossetto; una circolare diramata dagli uffuci tecnici municipali durante gli anni '90 e tenuta in piedi sino al 2002. Un provvedimento in forza del quale un dirigente, arrogandosi poteri che sono solo del consiglio comunale, ritenne di dare agli uffici tecnici medesimi disposizioni che consentivano di rovesciare le disposizioni del piano regolatore in fatto di distanze fra edifici vecchi e in edificazione. Costruire più vicino significa allargare la base degli immobili e quindi aumentare la cubatura. Migliaia di metri cubi abusivi sono stati fabbricati in questo modo, impunemente. E quando la magistratura ha inquisito quel dirigente non ha istruito un giudizio a tempi brevi ma ha atteso, atteso ed i reati considerati si sono prescritti.

Entrando in via Vecchia Ferriera dopo Ponte Alto, alla sinistra è in via di completamento un grande edificio che ammonta più o meno ad un volume di 60.000 metri cubi. L'ufficio del pubblico ministero ha tenuto nel cassetto per cinque anni la perizia, da lui disposta, che rilevava varie illegittimità. Avrebbe potuto intervenire quando si era alle fondamenta, ma ha atteso ingiustificatamente. I potenti proprietari del fabbricato ed i loro progettisti possono dormire tranquilli; tutto finirà nel fumo della prescrizione, se non interverrà prima qualche altro pubblico ministero.

A fronte di questo immobile ce n'è un altro (è il cosiddetto palazzo, ha un volume di 70.000 metri cubi) che è stato completato da quattro o cinque anni. Tale immobile è finito al centro di un processo penale sei anni dopo che il consulente del pubblico ministero aveva consegnato la relazione: sei anni di attesa ingiustificata e di cammino verso la prescrizione. Erano imputati i proprietari, i progettisti, un dirigente comunale Lorella Bressanello (moglie dell'ex sindaco Enrico Huellweck) e un altro dirigente del comune di Vicenza, Roberto Pasini: tutti assolti.

I giudici hanno negato l'esistenza del vincolo paesaggistico riconosciuto dalla Regione, autorità competente in materia, sulla base di un documento preparatorio del piano regolatore del 1979, ma poi superata dal testo del piano effettivamente approvato, che ad esso non fa alcun riferimento. Dunque con questa trovata all'italiana è caduta l'accusa. Inoltre i giudici hanno negato l'intenzionalità del dirigente. Costoro non sapevano, non volevano, non intendevano... «Ah,intendo, il suo cervel, Dio lo riposi,/in tutt'altre faccende affaccendato/a questa roba è morto e sotterrato...». Il resto ce l'ha messo la Corte d'Appello di Venezia che, a fronte del ricorso del Procuratore della Repubblica di Vicenza contro la inaccettabile sentenza assolutoria, non ha ancora fissato, a distanza di ben due anni, la data del processo.

Anche a Vicenza ci sono le vendette trasversali. Tu fai un esposto contro gli abusi di certi tecnici comunali? Ebbene loro ti puniscono con il potere che hanno. C'é stato il caso di una associata al comitato vicentino contro gli abusi edilizi alla quale è stato contestato un abuso (inestente) risalente al 1930... Ad un altro, sempre di questo comitato, hanno cercato di rilevare un difformità edilizia (sempre inventata) di cinquant'anni fa. E se non possono colpirti direttamente lo fanno contro tuoi familiari come è successo ad altro membro del comitato contro l'abusivismo edilizio.

Il comitato contro l'abusivismo edilizio ha il merito di aver scovato numerose illegittimità penali, amministrative e contabili degli uffici comunali del capoluogo berico. Sebbene con la sua azione abbia permesso alla municipalità di incassare una cifra pari 500.000 euro più euro meno, i suoi membri vanno puniti. “Che imparino a farsi gli affaracci loro!” Già, perché il comune di Vicenza è affare dei soli dirigenti comunali? Non voglio ovviamente generalizzare: le mie riflessioni riguardano l'edilizia privata e dintorni.

Il comune di Vicenza non ha soldi; a me sembra che non vada a prenderseli dove ci sono ed ha diritto di averli. Non mi riferisco all'evasione fiscale, argomento certo interessante, bensì sempre all'edilizia. Per edificare una casa bisogna pagare gli oneri di urbanizzazione ed un contributo del costo di costruzione: per l'industria c'è solo quest'ultimo gravame. L'importo di queste voci è fermo da circa vent'anni nonostante in questo periodo l'inflazione sia cresciuta di circa il 30%. Un enorme regalo agli speculatori a spese dei cittadini di Vicenza. Ma c'è un altra perdita consistente. Nell'area di via Vecchia Ferriera vi sono numerosi edifici che, approfittando del fatto che l'area è industriale, sono stati edificati pagando al comune, cioè a tutti noi, solo una spettanza pari al 10% del costo di costruzione. Di contrasto le attività installate in loco sono quasi tutte commerciali, ma non hanno corrisposto all'ente locale gli oneri di urbanizzazione, in questo caso dovuti (mediamente il 30% dei costi di costruzione). Così il nostro comune, cioè noi, non ha incassato centinaia di migliaia di euro, che non intende incassare.

C'è poi la questione della cosiddetta torre Girardi, la quale sorge a qualche centinaia di metri prima del casello autostradale di Vicenza ovest. La provincia lo ha dichiarato interamente abusivo con un provvedimento confermato presso i tribunali amministrativi; però il comune non lo demolisce prendendo a pretesto due perizie di comodo, una disposta per di più dallo stesso comune. Di più, sempre in riferimento alla vicenda della torre Girardi il comune di Vicenza non provvede nemmeno ad incassare quanto comunque gli spetta. L'assessore all'edilizia privata Pierangelo Cangini ha affermato con grande clamore che, essendoci degli abusi (bontà sua), incasserà ben 900.000 euro. Ma, secondo le leggi urbanistiche, spetterebbero al comune un bel po' di soldi in più. Anzi una montagna di soldi in più. Sei o sette milioni di euro; cioè il valore venale dell'edificio. Anche qui l'amministrazione rinuncia ai diritti di coloro che rappresenta, cioè sempre noi.

Quanto riportato ora in modo un po' generico per ragioni di brevità, è comunque il frutto di una analisi scrupolosa, corroborata da una documentazione completa. Ad ogni modo da questo quadro pur sommario e parziale, risulta l'impotenza, scelta liberamente, della magistratura vicentina e del comune di fronte ai poteri forti ed ai colletti bianchi. Ciò costituisce una grave ingiustizia ed iniquità, una negazione del principio di legalità e di uguaglianza di trattamento, ma è anche fonte di minor erogazione di servizi ai cittadini di Vicenza dovuta alle minori entrate a causa di queste acquiescenze rispetto ai desiderata dei vari potentati che trovano domicilio dentro e fuori i palazzi delle istituzioni. Ovviamente sono i cittadini a farne le spese. In termini di accesso agli asili nido e ai centri estivi; in termini di accesso alla assistenza domiciliare, di aiuto agli sfrattati ed alle famiglie in difficoltà sulla casa; in termini di accesso agli interventi per i giovani e per lo sport. Per caso tutti questi scompensi sono dovuti alla mancata acquisizione di quei fondi?

Fulvio Rebesani
Vicenza, 30 luglio 2010
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venerdì 30 luglio 2010

Regione, sì ai maxidirigenti. Ma il mandato è dimezzato

Con voti differenziati da candidato a candidato, e con presidente Zaia e assessori inchiodati ai banchi a costo di non partecipare ad altri appuntamenti annunciati, il Consiglio regionale ieri mattina ha approvato la nomina dei direttori generali decisi dalla Giunta.

LE VOTAZIONI. Il neo-segretario generale della programmazione è Tiziano Baggio, il manager da sempre vicino a Zaia che lo vuole nel ruolo di direttore generale della Regione: ha avuto i 35 voti della maggioranza, con 4 contrari e 18 astenuti. Via libera anche all’altro “esterno”, il vicentino Domenico Mantoan che guiderà il settore servizi alla persona (sanità e sociale): per lui 33 sì, due in meno di Baggio, con 7 astenuti e 17 contrari. Più largo il voto per gli altri cinque, dirigenti interni: oltre 40 i sì per Mauro Trapani (bilancio-economia), Angelo Tabaro (cultura-turismo), Silvano Vernizzi (territorio-infrastrutture), Sergio Trevisanato (lavoro-istruzione-personale), Mariano Carraro (ambiente-lavori pubblici). All’unanimità è stato votato il segretario generale del Consiglio veneto Roberto Zanon. Più risicato il via libera al segretario del Consiglio per gli affari generali-giuridici Stefano Amadi (33 sì).

IL DIBATTITO. Il voto è stato caratterizzato da un lungo dibattito. L’opposizione ha contestato l’annuncio di risparmi, sostenendo che poi seguirà anche la nomina di un numero imprecisato di commissari straordinari per settori specifici per cui i costi complessivi della dirigenza regionale potrebbero risultare superiori a quelli attuali. In particolare il vicentino Raffaele Grazia (Udc) ha contestato a Zaia che si possa parlare di “direttore generale” perché la legge regionale prevede ben altro ruolo per il segretario della programmazione. Ha sottolineato che nella delibera di nomina di Mantoan si parla solo di “sanità” e non di sociale (arriverà un commissario?), e ha sostenuto che la sua indicazione nasce «da un patto scellerato tra una parte della Lega e una parte del Pdl (il riferimento è a Tosi e Sartori)» che «vuole continuare a gestire la sanità veneta con attenzione al business della costruzione di nuovi ospedali con i project financing più che ai servizi di cura dei malati». Anche il vicepresidente Franco Bonfante (Pd) ha chiamato in causa l’ombra di Flavio Tosi, sindaco di Verona, come ispiratore delle scelte per la sanità.

IL MANDATO RIDOTTO A METÀ. Da parte sua il vicepresidente Marino Zorzato ha confermato la linea dei risparmi e della riorganizzazione: «Non appena avremo il nuovo statuto rivedremo insieme la pianta organica e l'organizzazione della Regione perseguendo l'obiettivo di contrarre la fascia dei dirigenti. Per questo motivo oltre a ridurre gli stipendi dei massimi dirigenti regionali abbiamo proposto anche il nuovo limite a 30 mesi dei loro incarichi». L’altra sorpresa di ieri infatti è stata che, con un largo voto di 42 sì, è passato un emendamento della maggioranza che riduce il mandato dei segretari regionali di Giunta e Consiglio a metà: 30 mesi.

CANDIDATURE AGLI ENTI. Proposta dal vicentino Costantino Toniolo (Pdl), assieme a Lega e Pd, è passata ieri anche la deroga che dà ai consiglieri regionali un paio di mesi di tempo per proporre candidature per le nomine di rappresentanti della Regione nelle società partecipate e negli enti di interesse regionale. In ballo ci sono 26 nomine per società Rocca di Monselice, Veneto Nanotech, l’Arena di Verona, aziende speciali come Verona Innovazione, Vicenza Qualità, Treviso Tecnologia, PromoTreviso, Padova Promex e altre.

da Il Giornale di Vicenza del 29 luglio 2010; pagina 7

mercoledì 28 luglio 2010

Il Verso del Nord? Il raglio ovviamente

Perché si fa un gran parlare attorno al manifesto Verso Nord? Come mai quello che dovrebbe essere un semplice documento d'intenti nell'ottica di un rilancio dell'Italia settentrionale è diventato un caso politico, soprattutto nel Veneto? La cosa è molto semplice.

Il dominio dell'ex governatore azzurro Giancarlo Galan sulle terre che furono già della Serenissima è finito. Dopo le elezioni di primavera a un vecchio sistema di potere, che aveva i suoi referenti politici più accreditati in Galan e Lia Sartori (eurodeputato del Pdl) è venuto meno. La vittoria a mani basse del Carroccio, che pure è alleato del Pdl, ha messo in discussione vecchie rendite di posizione, a partire dalla sanità. Non che io abbia preferenze per una o per l'altra visto che sempre di voraci oligarchie si tratta, ma comunque la giostra questa è. Se a questo si aggiunge che il Pd quando va bene è un ectoplasma e quando va male allunga le mani sulla res publica al pari della destra, si capisce ancor meglio la natura di Verso Nord: una sorta di area politica virtuale pensata per spaventare un po' il Carroccio.

Come a dire “caro neogovernatore leghista Luca Zaia, se non sganci qualcosa io mi alleo col mio ex peggior nemico”. Che poi 'sto nemico possa essere temibile ho più di qualche dubbio visto che solo i gonzi democratici sperano di far saltare il banco con la scusa di Verso Nord, quando invece sanno bene che nel breve termine otterranno solo le briciole, se va bene. Del resto a che pro l'ex aspirante governatore veneto Massimo Cacciari (che in un faccia a faccia da Bruno Vespa sulla Rai aveva definito «falso e bugiardo» Galan) ora flirta con i fedelissimi del Galan ministro del Pdl? Del resto non si può rimanere sorpresi se uno come Variati abbia immediatamente sottoscritto il documento fondativo di Verso Nord, visto che a Vicenza non è il Pd che governa ma una lobby ogm in cui ci sono maggior enti e potentati da sempre vicini al Pdl ma con un sindaco democratico. Verso Nord non è una invenzione di Cacciari. Cacciari l'ha copiata al sindaco berico Achille Variati.

Se invece si guarda al medio e lungo periodo Verso Nord non ha altro che la funzione di grande calderone nel quale fondere, dopo averne cancellato alla meglio le origini, pezzi di centrodestra e centrosinistra, in modo da avere pronta una nuova forza politica che possa continuare a intrallazzare quando il gran capo Silvio Berlusconi sarà buttato giù dai lobbisti internazionali e dai suoi pari lobbisti nazionali che fino a ieri lo hanno spalleggiato, proprio per quella sindrome del servo infedele che in passato colpì dei tipini del calibro di Benito Mussolini e Saddam Hussein.

Ma in questo contesto come replica il Carroccio sul piano culturale? Davide Lovat, che nella Lega vicentina è la lucerna historiae, ovvero «queo studià», sul GdV del 26 luglio lascia una perla della sua abituale saggezza: «Verso Nord ovvero verso nulla... Il leghismo, forma italiana del pensiero comunitarista identitario europeo è una corrente di pensiero (pensiero!?, ndr) nuova che provoca le menti sconvolgendo gli schemi abituali... ». Il problema rispetto alla tesi di Lovat è duplice. Il primo è che Lovat, poverino, a quello che dice ci crede veramente. In secundis Lovat ha ragione quando afferma che il leghismo è la forma italiana del peniero comunitarista europeo. Sì proprio italiana, nel senso peggiore del termine, ovvero cafona, cialtrona e come dimostrano l'affaire Arzignano e lo scandalo Lombardia anche mafiosa. Lovat infatti non direbbe ciò che ha detto sul GdV del 26 luglio nella pagina delle lettere, se avesse letto il Corsera di sabato che affibbia al Vicentino la maglia nera tra le province del nord in termini di case non dichiarate al fisco. E chi se non il Carroccio ha dominato in questi ultimi lustri sulla provincia berica? Basti vedere poi come la Lega in parlamento è ligia nel finanziare le missioni di guerra italiane all'estero tanto care ai lobbisti atlantici fustigati da Lovat. La Lega purtroppo ha un valore di forza antagonista del pensiero unico alla stessa stregua delle forze di opposizione in “1984” di George Orwell: ricordate? Si trattava di opposizioni finte, create dal sistema, buone solo per dare a qualcuno l'illusione di opporsi al sistema medesimo e contemporaneamente buone per pizzicare i potenziali ribelli. Ma allora dopo il manifesto di Cacciari, dopo le reprimende leghiste, quale è il vero verso del Nord? Il raglio ovviamente... ma un raglio del Nord.

Marco Milioni
link originario: http://www.lasberla.net/index.php/2010/07/il-verso-del-nord-il-raglio/

venerdì 16 luglio 2010

Politica serva delle lobby



Le cronache giudiziarie stanno ridisegnando l’Italia come una piramide di comitati d’affari, con vetta a Roma ma poi estesa ovunque, in una specie di federalismo dell’arte di arrangiarsi. La cosiddetta P3 ne è l’ultima immagine, dove riemerge perfino Flavio Carboni, vecchio piduista che ebbe il suo momento ai tempi dell’assassinio del banchiere Roberto Calvi, trent’anni fa. Ma l’elenco è lungo: la cricca di Anemone e gli appalti del G8; gli impuniti della ricostruzione dell’Aquila; le speculazioni ospedaliere in Lombardia dove pure la spesa sanitaria rispetto al Pil è la metà di quella della Campania bassoliniana. Proseguire sarebbe stucchevole. Meglio chiedersi come mai ritorni la corruzione, ingigantita e non di rado bipartisan, mentre l’opinione pubblica sembra indignarsi sempre meno.

La corruzione è ancora legata alla spesa pubblica: alle commesse opache, al mercato del diritto, agli incentivi furbeschi, che ora esplodono nell’eolico, domani chissà, ai pagamenti a piè di lista, per cui si operano i pazienti anche quando non serve. Ma rispetto agli anni pre-Mani Pulite c’è un cambiamento. Allora, l’industria parastatale e la pubblica amministrazione erano piegate al finanziamento dei partiti e dei loro dirigenti, spesso associati all’industria privata. Oggi, sono i faccendieri e le lobby che, materialmente o culturalmente, comprano i governanti, asservendoli.

È l’inversione di una storia antica che ha nell’indebolirsi della politica la sua radice. Negli anni '90, i partiti della Seconda Repubblica si gettarono alle spalle tessere, correnti, congressi e con essi l’idea che la leadership fosse da riconquistare ogni giorno, collegio per collegio. Le privatizzazioni furono sentite come l’alba della meritocrazia, dopo la corruzione. Con il tempo si è visto un nuovo tramonto: Parmalat, Popolare di Lodi, Telecom, Fastweb, Unipol, Rai, i traffici sul gas russo, i veleni su Finmeccanica. Un altro elenco lungo e stucchevole. Del quale, tuttavia, non si può tacere il finale: il crac del capitalismo finanziario anglosassone, fonte di ispirazione del riformismo italiano, su entrambi i lati dello schieramento politico.

L’idea che la mera privatizzazione dell’economia potesse restituirci un’etica pubblica si è consumata nel falò delle vanità dei fondi che speculano senza costrutto e dei soliti noti che tosano le grandi imprese, nelle paghe smodate dei top manager, banchieri e non, mentre le disuguaglianze aumentano e l’ascensore sociale si ferma. Rimane la privatizzazione della politica. Che va oltre i conflitti d’interesse e contagia il sistema dei partiti dove i leader, o chi ha le chiavi della cassa, sono i padroni. Padroni blindati dalla legge elettorale che costringe i cittadini a votare i loro prescelti, sulla base di un’adesione ideologica in tempi senza ideologie. Come stupirsi se i prescelti, anonimi e miracolati a Roma quanto in provincia, subiscano la tentazione di mettersi al servizio di chi prometta la mancia?

P.S. Che cosa aspettano il sottosegretario Nicola Cosentino e il coordinatore del Pdl, Denis Verdini, a dare le dimissioni o Silvio Berlusconi a pretenderle? O il Pdl a farsi sentire?


Massimo Mucchetti
da Il Corriere della Sera del 14 luglio 2010; pagina prima

mercoledì 30 giugno 2010

Senza fine

In questi giorni nella casella di posta elettronica di molti ciechi sta giungendo un messaggio, contenente un appello alla sottoscrizione di una petizione, che vorrebbe ottenere dal presidente del Consiglio e dal ministro dei beni culturali un passo indietro circa il taglio dei finanziamenti pubblici all’ente Regina Margherita di Monza.

Infatti questo ente la funzione del quale è rendere accessibili ai minorati della vista libri e spartiti in formato digitale e non, in forza del decreto Legge che mette in atto l’ultima manovra finanziaria, rischia di subire un taglio di 2.650.000 euro su un totale di 4.000.000, che probabilmente porterà alla chiusura dello stesso. Questo perché se l’ente in oggetto già ora non riesce a soddisfare le richieste degli iscritti, figuriamoci poi come potrebbe operare con un taglio dei finanziamenti pubblici come quello sopra descritto.

Questa chiusura comporterebbe una quasi totale interruzione di questo genere di servizi, che provocherebbe un importantissimo deficit culturale. Infatti stiamo parlando della possibile chiusura dell’unico ente in Italia accreditato ed autorizzato e sistematicamente dedicato alla accessibilità della cultura ai ciechi ed ipovedenti, mediante la trasformazione di un testo o spartito, in formato digitale accessibile ai membri della Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti (altri 50 euro di iscrizione).

Ricordando infatti che la quota di iscrizione alla libreria per ciechi Regina Margherita di Monza nell’ultimo anno è passata da 10 a 50 euro a causa di tagli già avvenuti, vorrei sottolineare l’inciviltà di un Paese che considera inutile un ente che, ad esempio, permette ai bambini e ragazzi deficitari della vista, di affrontare le scuole elementari e medie inferiori e superiori, utilizzando i libri che anche i loro compagni normalmente utilizzano.

Un ente che quindi mi sento di indicare come finalizzato alla realizzazione di uno dei principi fondamentali della nostra bellissima costituzione, ed in particolare del comma secondo dell’articolo terzo, che sancisce come sia «compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando difatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Domandiamoci ora: questa rinuncia avviene in nome di cosa poi? Di una crisi che a detta di chi oggi governa era già finita sul nascere? Bugie su bugie come le motivazioni che vengono oggi addotte per giustificare la reale necessità di un’altra programmazione pluriennale delle finanze pubbliche, mediante l’ennesimo decreto legge. Decreto che accompagnato dai tre “Documenti di programmazione economica e finanziaria” annuali rispettivamente per il 2011 2012 e 2013, di circa dodici miliardi di Euro l’uno, dovrebbe permetterci di avvicinarci a quei parametri che, sin dal trattato di Maastricht del 1992, la UE ci impone di rispettare. Parametri questi divenuti poi obbiettivi fissati con un analogo Decreto Legge già nel 2008 ma mai raggiunti, così come emerge dal bilancio consuntivo dello Stato del 2009.

Infatti all’indomani dell’insediamento dell’attuale esecutivo, i ministri dell’economia, dello sviluppo economico, della semplificazione (ed altri “insigni giuseconomisti”) ebbero a redigere il primo dei numerosissimi decreti legge emanati da questo Governo, che aveva le medesime finalità della manovra correttiva emanata la settimana scorsa per Decreto appunto . Stiamo parlando del D.L. 112 del 25 giugno 2008, poi convertito in legge il 9 agosto dello stesso anno, in soli nove minuti nonostante la prolissità e la complessità del suo contenuto . Questa norma giuridica recante il titolo “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”, recitava all’articolo uno: «Le disposizioni del presente decreto comprendono le misure necessarie e urgenti per attuare, a decorrere dalla seconda metà dell’esercizio finanziario in corso, un intervento organico diretto a conseguire, unitamente agli altri provvedimenti indicati nel Documento di programmazione economica e finanziaria per il 2009... un obiettivo di indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche che risulti pari al 2,5 percento del PIL nel 2008 e, conseguentemente, al 2 per cento nel 2009, all’1 per cento nel 2010 e allo 0,1 per cento nel 2011 nonché a mantenere il rapporto tra debito pubblico e PIL entro valori non superiori al 103,9 per cento nel 2008, al 102,7 per cento nel 2009, al 100,4 per cento nel 2010 ed al 97,2 per cento nel 2011».

A questo punto però mi chiedo quanto segue. Queste solenni affermazioni espresse da un ministro dell’economia che si affermava consapevole della crisi che in quei mesi andava a delinearsi come la peggiore dopo quella del '29, in una norma giuridica avente forza di legge datata 2008, come dovremmo interpretarle oggi, che possiamo certificare un debito pubblico italiano nel 2009 consolidatosi all’incirca al 115% del PIL del medesimo anno? Io non lo so. So però che il 102% nel rapporto debito pubblico PIL, obbiettivo del 2009 oggi è divenuto l’obbiettivo del 2013. So anche che gli strumenti formali (decreto legge di programmazione pluriennale) e sostanziali (tagli a danno dello stato sociale inteso in senso amplio) per raggiungere gli obbiettivi sono rimasti i medesimi.

Così un fattore che mi appare piuttosto palese al di là del fatto che i conti siano saltati per motivi più o meno nobili (un aumento della evasione fiscale, piuttosto che un calo del pil derivante dalla crescente ed inarrestabile disoccupazione, o dal doveroso incremento della spesa pubblica per la cassa integrazione) ci permette di dire che il decreto fratello di quello sopra citato che in questi giorni ci è stato presentato come manovra finanziaria in risposta allo sconquasso monetario e finanziario riconducibile alla crisi greca, trova nella stessa una motivazione fasulla.

Si perché i giornalisti ed analisti che incalzano da gennaio il ministro dell’economia con la domanda circa la necessità o meno di una manovra correttiva a maggio giugno non trova di certo origine in una “crisi Greca” manifestatasi solo poco fa, bensì in un fallito traguardo di bilancio pubblico, fissato appunto dal D.L. 112 sopra citato al dicembre 2009. A questo punto allora io mi chiedo ex ante: quale è il perché di tale mancato raggiungimento degli obbiettivi fissati ex lege? In secundis: dove dovrei trovare le motivazioni che mi facciano accettare il fatto che, in forza del nuovo taglio che il Ministro dei beni culturali si accinge a operare, io da cieco non potrò più utilizzare i libri di testo con i miei discenti (se mai ne avrò ancora l’anno prossimo visto e considerato che potrei essere uno di quei precari che il solito decreto 112 del 2008 ha tagliato mediante una riduzione di spesa pubblica di otto migliardi di euro nella scuola)?

Signori qui c’è gente che la crisi l’ha già vissuta e sa che nei prossimi anni continuerà a viverla ad esempio attraverso il blocco di aumenti di uno stipendio che, se mai continuerà ad esserci , è già oggi agli ultimi posti delle classifiche europee. La ricetta che però questo governo continua a proporre per arginare il disastro in corso, impostata su sacrifici in capo sempre ai soliti lavoratori subordinati, non la posso accettare in silenzio. Non riesco infatti a tacere ne sull’evasione fiscale (cresciuta nell’ultimo anno da 100 a 120 miliardi di euro mentre dalla lotta alla stessa se ne sono recuperati solamente nove) ne sulla corruzione /concussione, che secondo la Corte dei Conti nell’ultimo anno ci è costata 60 miliardi di euro.

Questioni queste che sommate offrirebbero un bacino di miliardi di euro, dal quale pescare le risorse per limitare una crisi che, imprenditori evasori e corrotti e politici concussi hanno enormemente contribuito a provocare. Allora parlo e dico: diamine, mettetele le mani nelle tasche degli italiani; ma nelle tasche di coloro che prima della crisi di fatto o di diritto risultavano agiati economicamente e che ora lo sono divenuti, in termini relativi od assoluti, ancora di più. Riportiamo così ad esempio la tracciabilità dei pagamenti a somme intorno ai 100 euro, portiamo le imposte sulle rendite finanziarie ad una soglia in linea con le medie europee, aumentiamo la pressione fiscale su redditi abnormi e simili, ma finiamola di accanirci sempre contro i soliti noti.

Sto parlando dei lavoratori subordinati che, oramai da troppi decenni, sopportano gran parte “dell’onere” del riempimento delle casse dello stato, che dovrebbero consentire un’esistenza dignitosa a tutti i cittadini. Anzi ciò di cui stiamo parlando non è un diritto solamente del cittadino, bensì dell’uomo che non riesco a non riconoscere leso nella sua dignità appunto, nel momento in cui si considera inutile la possibilità di accesso alla lettura per i ciechi, sinora garantita per quanto più possibile dalla libreria per ciechi Regina Margherita di Monza. Anche per questo motivo invito tutti a sottoscrivere la petizione (http://www.ipetitions.com/petition/prova/) per salvare un ente per nulla inutile.

Riccardo Melchiorre
link originario: http://www.lasberla.net/index.php/2010/06/senza-fine/

lunedì 28 giugno 2010

Parco della Pace? No, foglia di fico

Non capisco cosa abbiano da festeggiare Variati, la Bottene e i pacifisti della domenica: hanno combattuto per anni, alcuni soltanto a parole, il Dal Molin a stelle e strisce, e ora si ritrovano con un parco ribattezzato della pace accanto ad una caserma con truppe di guerra (i parà della 173a brigata vanno a crepare in Afghanistan e Irak per “esportare la democrazia”). Il trucco sta nella parola “pace”: 650 mila metri quadri di verde a fare da foglia di fico alla sconfitta del no alla Ederle 2. E tutti ad applaudire. Questi o ci sono o ci fanno.

Achille Variati sindaco del Pd, partito contrario a Vicenza e favorevole a Roma, sicuramente è uno che ci fa. «Una grande vittoria della città che pone le fondamenta per la riconciliazione di Vicenza», ha proclamato con ostentato trionfalismo. Il perché lo ostenti è logico: a lui interessa archiviare per sempre la divisione fra i vicentini sulla base per togliersi di dosso una volta per tutte il marchio di capo-popolo delle pentole e beniamino degli “anti-americani” (che poi non è vero, ma la vulgata è questa). Un marchio che nel mercato politico-elettorale non solo non paga più – Achille deve la sua elezione anche ai voti del Presidio e company – ma che ormai i voti glieli farà perdere. I duri e puri del no sono destinati all’eclissamento per inutilità: qual è, infatti, il senso politico della battaglia contro una base che verrà costruita e che ha avuto pure il contentino di un giardino pubblico come premio di consolazione? Questo Variati l’ha capito già da quando, l’anno scorso, ha scaricato pubblicamente la Bottene e compagni. Oggi, col governo Berlusconi che dà il benestare al finanziamento della tangenziale nord (11,5 milioni di euro) e al famoso parco, lo sganciamento dal movimento ex oceanico dei No Base si compie definitivamente.

Achille deve virare al centro, ai voti moderati, se vuole ottenere la riconferma nel 2013 (sempre che non opti, dato l’alto tasso di imprevedibilità della politica italiana, per un seggio parlamentare). Di qui la corte fatta a Claudio Cicero. Ecco, su questo personaggio non vorremmo spendere molte parole. Ci costringe a farlo la realpolitik variatiana, che vorrebbe addirittura fare del campione dell’aeroporto a tutti i costi (lui che dovrebbe fare compagnia, benché per altri motivi, alle Bottene e agli Albera fra gli sconfitti eccellenti di tutta questa vicenda) il nuovo assessore della squadra di Palazzo Trissino. Ci ritroveremmo in giunta l’ex assessore di Huellweck in quota An che fu responsabile operativo in quella precedente dello sconclusionato e impossibile scambio base militare-scalo civile, un'illusione a cui solo un fanatico come lui, ossessionato dalle visioni di aerei sfreccianti e strade trafficate, poteva credere in perfetta buona fede. Lasciamo pure perdere le sue personali inclinazioni ideologiche (il suo totem è il Duce che inaugura le opere del regime), tanto ora mai di cose di questo tipo non frega più niente a nessuno. È che il pacchetto di voti che rappresenta la sua lista civica fa gola ad un centrosinistra che vedrà evaporare quelli alla sua estrema sinistra. È il mondo impersonato da Cicero che Variati vuole inglobare, gente tendenzialmente di centro o di destra e che ama il “fare” (per il fare). Anche perché il centrodestra ufficiale, sprofondato nelle rivalità e nelle lotte per qualche briciola di potere, è completamente in panne e, molto probabilmente, lo resterà a lungo. Con Cicero sarebbe più facile, per Achille, darsi un'immagine credibile di candidato trasversale, tutto fatti e niente preconcetti, capace di accogliere le istanze di chi non si riconosce del Pd e tanto meno nella “sinistra” (ma esiste ancora, a Vicenza e in Italia? Destra e sinistra sono veramente categorie morte e stramorte).

Chiusa la parentesi Cicero, torniamo alle anime belle che giocheranno nel parco. «Festeggeremo il 12 luglio con Marco Paolini all’interno del parco della pace, ci sembra il modo più giusto per continuare a dire il nostro no alla guerra», ha dichiarato tutta contenta Cinzia Bottene. «Sarà la più grande area verde della città dove famiglie, giovani e anziani, bambini e persone disabili, turisti e sportivi, italiani e stranieri, potranno incontrarsi in serenità ed armonia con la speranza che la storia dell'umanità riuscirà a far cadere altri muri: quelli di tutte le basi militari nel mondo», ha sostenuto idilliaco John Giuliari, assessore con delega sognante alla Pace. La Pace, questo mito che spegne il cervello e ammansisce le pecore. L'errore e l'inganno stanno tutti in questo idolo, il vitello d'oro a cui nessuno osa dire no. L’opposizione alla base americana non avrebbe dovuto confondersi fino a identificarsi col pacifismo tout court, perché il risultato è stato di farla passare come l’ennesima protesta di sinistra velleitaria e demagogica, anziché come rivolta in nome della sovranità nazionale e dell’autodeterminazione locale (nonché contro un modello di sviluppo dominato dall'arroganza padronale degli Stati Uniti). Difatti, adesso basta appiccicare l'etichetta della “pace” ad un parco e le ragioni di quella rivolta saranno dimenticate, e la rivolta stessa non sarà servita a niente. Perché mica ci vorranno far bere sul serio la fiaba per poppanti che un po' di verde farebbe cadere i «muri di tutte le basi militari del mondo», spero. La retorica auto-compiacente sa di beffa, e oltre che far ridere fa anche un po' incazzare.

A questo punto, noi che siamo sempre stati contro il Dal Molin americano, diciamo che è arrivato il “the end”. Mettiamocela via, perché noi vicentini, tutti quanti, compresi, anzi in particolare i contrari che si beano con gli alberelli e i “polmoni verdi”, l’americanizzazione di Vicenza ce la meritiamo. Buona passeggiata nel parco.

Alessio Mannino
link originario: http://www.lasberla.net/index.php/2010/06/parco-della-pace-no-foglia-di-fico/

Concia, i tentacoli della cricca veneta

Che cosa è successo durante gli ultimi giorni a Vicenza e provincia? Come vanno valutati gli ultimi sviluppi delle inchieste Dirty Leather e Reset? Come vanno valutate le ultime rivelazioni uscite sulla stampa locale? Si può parlare di un livello politico lambito dall'inchiesta della procura berica? I primi riscontri pubblicati dai media ovviamente dovranno affrontare un percorso giudiziario lungo. Ma una cosa è la verità secondo i dettami del codice penale, altra è invece la verità storica descritta anche dai comportamenti sociali.

IL RITORNELLO. Da settimane in un pezzo dell'opinione pubblica (anche per le continue prese di posizione di politici come Giorgio Gentilin sindaco di Arzignano in quota Pdl) si è diffusa la sensazione, ed è un vero ritornello, che gli imprenditori fossero finiti in una sorta di vortice perverso. Il quale li obbligava in qualche maniera a pagare mazzette, pena una serie di controlli approfonditi che avrebbero messo nei guai la ditta finita nel mirino degli agenti tributari. «Mi sentii ricattato» fa sapere infatti urbi et orbi il numero uno della concia arzignanese Bruno Mastrotto.

PARADIGMA MASTROTTO. La sua visione di fondo però è contestata in primis dagli inquirenti; è chiaro infatti che se uno teme come la morte di essere controllato dal fisco è assai probabile che non abbia le carte in regola. Almeno il buon senso dice questo. Ma quali sono i rapporti numerici in ballo? Un esempio eclatante è appunto quello di Bruno Mastrotto. Al posto di chiudere con lo stato una partita fiscale da sette milioni se la sarebbe cavata con una «supertangente di 200 mila euro... Una pacca sulla spalla che sarebbe stata accompagnata dal pagamento all’Erario di 700 mila euro a titolo di accertamento con adesione». Così spiega le cose Il Corveneto del 18 giugno. Una ricostruzione che compare similmente su una mezza dozzina di testate, nazionali e non, tra i silenzi dei big della politica berica (sinistra radicale esclusa) e quelli dei vertici dell'Assindustria locale.

IL J'ACCUSE DELLA PROCURA. Ivano Nelson Salvarani, suo l'ufficio di procuratore della repubblica di Vicenza, non è però rimasto in silenzio; anzi mette i puntini sulle “i” e rammenta a tutti che la gran parte dei bènefìci di una pratica scorretta erano e sono appannaggio degli imprenditori che non pagano le tasse. «Dovevano denunciare» gli agenti del fisco infedeli, ripete il procuratore. L'evasione infatti è il presupposto non solo di arricchimenti illeciti, ma pure di una concorrenza sleale nei confronti di quegli operatori che rispettano le regole.

Se si considera che i numeri della evasione stimata sono da urlo e che ad Arzignano di riffa o di raffa una impresa conciaria su due non è ossequiosa delle norme, si capisce che il tanto decantato comparto della concia deve parte del suo successo non solo ad una gestione allegra dei rapporti col fisco, ma anche a controlli che da lustri e lustri sortiscono effetti quasi nulli. Lo scenario è quello di un sistema corrotto da almeno venti o trent'anni. A parlare così, almeno per quanto riguarda la diffusione degli illeciti fiscali, non sono pochi visionari di turno, ma i vertici della GdF vicentina; i quali nell'ambito delle indagini si sono limitati a focalizzare l'attenzione verso i comportamenti che ancora possono essere perseguiti sul piano penale o fiscale, mentre hanno per forza lasciato per strada ogni addebito già divorato dalla prescrizione.

E LA POLITICA? «I fatti di questi giorni dimostrano che i legislatori, come gli amministratori locali, in tutti questi anni non hanno voluto o saputo mettere mano ad un malaffare del quale tutti, chi più chi meno, parlavano. Ricordo bene che da semplice militante la questione "concerie" divenne subito un tabù anche dalle parti del Carroccio. Forse perché è dalle parti dei padroni del vapore che sta il potere reale? I fatti di queste settimane mi fanno rispondere affermativamente a questa domanda...».

A porre la questione in questi termini è l'ex consigliere comunale vicentino (ed ex leghista) Franca Equizi in una lettera aperta resa nota il 22 giugno. Una lettera durissima, al momento senza repliche, nella quale la Equizi racconta la sua esperienza di militante del Carroccio della prima ora.

LA UIL NEL MIRINO. Equizi però non si ferma e se la prende con la Uil. Fa adombrare in qualche maniera il dubbio che Antonio Bertacco, responsabile veneto del settore concia e chimica, abbia tirato in ballo la questione occupazionale, per lanciare un messaggio cifrato agli investigatori. Come a dire che se si dovesse indagare troppo a fondo si rischia di mettere in crisi anche il livello occupazionale. L'ennesima dimostrazione, se verificata, che gran parte del comparto non potrebbe esistere se non fosse stata perseguita la logica degli illeciti di massa.

Non a caso la Equizi prende di mira la frase di Bertacco riportata dal Corriere Veneto il 19 giugno: «Quando su un distretto di 450 aziende medio-piccole e 120 industrie si hanno 77 società coinvolte nell’evasione, vuol dire che è un fenomeno macroeconomico. Potrebbero esserci risvolti occupazionali dopo l’estate». Si tratta per giunta di un passaggio che avrebbe fatto storcere la bocca a diversi investigatori, i quali, per le pochissime notizie che filtrano da palazzo Negri, si stanno muovendo su un terreno difficile, anche per la scarsa o nulla collaborazione di chi è a conoscenza di circostanze utili all'indagine.

FONTANELLA IN SILENZIO. Per di più in questi mesi di indagine che hanno straziato l'imprenditorìa della Valchiampo c'è un politico di primissimo piano che è rimasto in silenzio. Si tratta di Giuliana Fontanella (Pdl). Quest'ultima per anni è stata la referente di spicco del suo partito proprio per la Valchiampo. Per anni è stata la potentissima presidente della commissione attività produttive in seno al consiglio regionale veneto. La Fontanella è stata anche uno dei protagonisti delle ultime elezioni regionali dove non ha ottenuto la riconferma. Ma chi da lei si aspettava parole di chiarezza rispetto alle vicende della concia è rimasto deluso.

STEFANI E BONADEO. Rimane tutta da chiarire frattanto la questione delle presunte liason parlamentari tra Vittorio Bonadeo (un passato nella GdF e nelle Ftv, tra i fiscalisti più conoscuiti in città, attualmente ai domiciliari per l'inchiesta Reset-Dirty Leather) e il deputato leghista Stefano Stefani. In una intercettazione pubblicata da Il Corriere del Veneto il 7 giugno 2010, Bonadeo fa capire al suo interlocutore, si tratta di Mario Pietrangelo (indagato come Bonadeo), che lo stesso Bonadeo si sarebbe dato da fare affinché un gruppo di deputati, tutti leghisti o quasi, redigesse una interpellanza parlamentare con lo scopo, più o meno dichiarato, di mettersi di traverso rispetto al lavoro della procura di Vicenza in relazione alla vicenda del fallimento della MyAir e in relazione al fallimento della Conceria Dal Maso.

INCARICHI CHIAVE. Ma la domanda da un milione di dollari è un'altra. L'interpellanza è un fatto a sé stante oppure è la spia del fatto che gli incarichi chiave presso l'agenzia delle entrate di Vicenza come quella di Arzignano erano assegnati con l'obiettivo di accomodare i controlli? E si può ipotizzare lo stesso dei posti chiave presso la direzione regionale della agenzia delle entrate a Venezia? Quest'ultima infatti non ha solo in capo le pratiche per le aziende con grandi fatturati, ma ha una certa voce in capitolo proprio nella definizione degli organici e dei ruoli il grosso dei quali spetta alla sede centrale a Roma; ma soprattutto Venezia riveste preminenti funzioni in materia di programmazione, indirizzo, coordinamento e controllo delle succursali provinciali e locali.

LA CRICCA VENETA. I giornali che hanno raccontato l'ipotesi investigativa della magistratura, hanno soprannominato questo gruppo di funzionari presunti infedeli in forza alla agenzia delle entrate “la cricca veneta”. Ne farebbero parte Angelo Fiaccabrino, il dirigente Roberto Soraci, Antonio Letizia, Claudio De Monte e Filiberto Segantini. In quest'ottica Il Corriere del Veneto del 17 giugno riporta stralci dell'interrogatorio di Vittorio Malucci.

Malucci, responsabile della agenzia delle entrate di Arzignano dal 2000 al 2005 fornisce la sua verità in modo preciso: «Non so se Fiaccabrino e altri della direzione regionale prendessero soldi ma posso presupporre di sì. In ordine a Fiaccabrino ero certissimo che prendesse soldi... Tra Fiaccabrino e Segantini c'era un'amicizia storica... reputo che Fiaccabrino prendesse soldi perché quello era l'andazzo alla Direzione Regionale di Venezia in quegli anni... Dal 2000 i responsabili degli accertamenti alla direzione regionale erano Sanfilippo, Del Greco, e Lanzafame... Il trait d'union tra Arzignano e Venezia era Fiaccabrino che aveva la forza di parlare con l’Agenzia delle Entrate...».

IL NOCCIOLO DELLA QUESTIONE. Così la testimonianza resa da Malucci tra la fine di febbraio e i primissimi di marzo 2010 apre una finestra, anzi una vetrata, sul sistema. Per muovere funzionari di livello e dirigenti, pianificare tabelle di servizio occorre avere referenti di altissimo livello in seno alla agenzia delle entrate. È possibile che un gruppo di consulenti fiscali (l'altra parte della cricca) capeggiati da Bonadeo avesse, da solo, il potere di influire sulle decisioni che contano in seno all'agenzia delle entrate? In questo senso infatti la direzione generale a Roma ha aperto, con l'espresso consenso del direttore generale Attilio Béfera, una indagine ispettiva interna. Di più; se il racconto di Malucci dovesse trovare riscontri, sarà la prova certa per affermare che incarichi e organigrammi siano stati taroccati su input politico e su richiesta ultima di qualche big della imprenditoria berica? E che significa poi che Fiaccabrino «aveva la forza di parlare con l’Agenzia delle Entrate», si suppone del Veneto? Significa che aveva agganci di alto livello, anche politico?

RAPPORTI MINISTERIALI. Ora gli equilibri in seno alla agenzia delle entrate non sono modificabili dal primo che passa. L'agenzia è un ente autonomo posto sotto la vigilanza e l'indirizzo politico del dicastero dell'economia capitanato dal ministro Giulio Tremonti (Pdl). Se, sul piano teorico, si vuole avere una copertura per muovere il tal direttore, piuttosto che il tal funzionario, magari per sistemarli in posti chiave da dove condurre accordi poco leciti, bisogna avere rapporti di primissimo livello presso il ministero competente. Il che significa, sempre a livello teorico, ministro, sottosegretari, capo di gabinetto, direttori di dipartimento e via dicendo. Le rivelazioni di Malucci possono portare così lontano?

IL TEAM. Ovviamente solo gli inquirenti hanno in questo momento gli elementi per dare una risposta. Il procuratore berico Ivano Nelson Salvarani, il pubblico ministero Marco Peraro (cotitolare dell'inchiesta), il comandante della guardia di finanza provinciale di Vicenza Antonio Morelli, il capo della tributaria provinciale e suo braccio destro Paolo Borrelli, il comandante della finanza di Arzignano, il tenente Angelo Aloi e i loro detective: nelle loro teste, nei loro atti e nei loro computer c'è il bandolo della matassa di una delle maggiori inchieste per evasione fiscale mai iniziata nel Veneto. Da capogiro i numeri: 1,4 miliardi la base dell'imponibile; oltre un centinaio di milioni di euro gli importi evasi. C'è però un quesito di fondo che gira tra i cronisti vicentini di giudiziaria. Ci vorrà molto prima che qualche giornale pubblichi l'elenco completo degli imprenditori finiti sotto indagine penale o fiscale? Ci sono cronisti vicentini che già sono in possesso di questo elenco che scotta? Perché sino ad oggi non è saltato fuori?

Marco Milioni
da Vicenzapiù del 26 giugno 2010; pagina 4