venerdì 6 aprile 2012

De profundis Sinergie Italiane società verso la liquidazione

Il bel giocattolo va alla rottamazione. Per Sinergie Italiane è stata annunciata l'eutanasia. Il 28 marzo scorso l'assemblea dei soci ha deliberato la ricapitalizzazione della società specializzata nell'acquisto di gas dai grandi operatori. Ieri i soldi sono stati versati ed è stata anche comunicata la data del 13 aprile come ultimo atto: in quella data si voterà, in una nuova assemblea, per la liquidazione in bonis. Ognuno andrà per conto suo, come voleva da mesi Iren e come di recente aveva deciso di fare anche Ascopiave, la utility trevigiana che aveva partorito questa creatura durante la gestione Salton. Ora, cambiati i vertici in modo traumatico (è noto il contenzioso in corso con l'ex presidente) c'è la volontà di smontare quanto costruito in passato e di voltare pagina.

L'operazione è piuttosto dolorosa. Come noto, Sinergie Italiane ha chiuso il proprio bilancio 2011 con una perdita di 92 milioni, riconducibile sostanzialmente al crollo dei prezzi internazionali del gas lo scorso anno, mentre invece faceva il proprio corso il maxi-contratto take or pay con Gazprom, a condizioni nettamente più onerose, per la fornitura di un miliardo e mezzo di metri cubi di gas all'anno fino al 2021. La perdita secca ha già avuto riflessi sul bilancio Ascopiave, che ha dovuto ridurre drasticamente l'utile dello scorso esercizio e rinunciare alla distribuzione del dividendo. Con la ricapitalizzazione, i soci di Sinergie hanno sborsato pro quota: nel caso di Ascopiave si tratta di circa 25 milioni e per effetto della mancata partecipazione di un paio di soci minori (Alto Milanese Gestioni Avanzate e Utilità Progetti e Sviluppo) la quota è salita al 30,94%.

Stessa percentuale per Iren e Blugas. Con il versamento, la perdita è stata ripianata, il capitale sociale azzerato e ricostituito al valore nominale di un milione di euro. Cosa succede adesso? La messa in liquidazione non dovrebbe creare ulteriori danni alle singole multiutility che hanno partecipato all'avventura. Ma del contratto con Gazprom non ci si potrà liberare: con ogni probabilità, sarà «smontato» e diviso proporzionalmente alla partecipazione di ciascuno nel capitale di Sinergie Italiane. Per Ascopiave, quindi, si tratterà di 500 milioni di metri cubi di gas all'anno. E il nodo sarà il prezzo, che dovrà essere rinegoziato col gigante russo, pena il rischio di ulteriori perdite future. «Si è messo molto in risalto ciò che è successo in Sinergie Italiane - annota Flavio Battista, amministratore delegato ormai in uscita - senza tener conto di una situazione generale di mercato che ha penalizzato in modo notevole tutti gli operatori dello stesso segmento in Italia». Ma tant'è. In questi casi mal comune è difficilmente mezzo gaudio e il consorzio di acquisto viene sciolto. A meno che qualche soggetto industriale, a sorpresa, non si faccia avanti per acquisirlo.

Claudio Trabona
da Il Corriere del Veneto del 5 aprile 2012, edizione di Vicenza; pagina 19

mercoledì 14 marzo 2012

Variati, Salton e la voragine Sinergie

«Scoppia, improvvisa, una grossa grana per Ascopiave. Sul sito della utility trevigiana e sugli avvisi di Borsa Italiana ieri è apparso un comunicato che di fatto è un profit warning alla vigilia del cda per l'approvazione del bilancio 2011, previsto domani. Il problema si chiama Sinergie Italiane, la società di acquisto del gas partecipata al 27,6% da Ascopiave. Stessa quota è in capo a Iren (la multiutility di Torino, Genova e di varie città emiliane) e alla lombarda Blugas. Con quote minori sono presenti altre tre società energetiche, tra cui Utilità, spa milanese che sarebbe collegata alla Compagnia delle Opere. Ma è il gruppo trevigiano ad aver sempre giocato da protagonista dentro Sinergie Italiane: è una creatura della lunga gestione di Gildo Salton ed ha fin qui espresso l'amministratore delegato nella persona di Flavio Battista. Ebbene... il bilancio della partecipata... evidenzia una significativa perdita, pari a 92,2 milioni». Sono questi i passaggi fondamentali di un lungo articolo pubblicato oggi sul Corriere del Veneto a pagina 11. Ma si tratta di una vicenda anche vicentina?

La risposta è sì. Vicenzapiu.com del 23 dicembre 2011 pubblica un lungo servizio sulle magagne trevigiane di Salton. Appena il giorno prima lo stesso manager, su input politico del sindaco vicentino Achille Variati del Pd, si era insediato a capo di Aim Servizi a rete con la qualifica di amministratore unico. Il 17 febbraio Nuovavicenza.it  pubblica un'intervista a Salton nella quale lo stesso amministratore unico spiega che nei suoi piani c'è la volontà di replicare con Aim e con altri soggetti lo stesso modulo adottato con Sinergie. Possibile che sul cruscotto della giunta comunale di Vicenza (guidata da un centrosinistra a geometria variabile) non si sia accesa una spia rossa? Possibile che una performance così clamorosa di Salton fosse sconosciuta all'esecutivo berico?

Ma c'è di più. Salton è notoriamente vicino all'europarlamentare vicentino del Pdl Lia Sartori, all'ex ministro del welfare Maurizio Sacconi del Pdl e all'ex ministro della cultura, il padovano Giancarlo Galan, sempre del Pdl. Che cosa hanno questi tre in comune? La vicinanza, e spesso l'ammirazione, per il capo dei capi del Pdl, l'ex premier Silvio Berlusconi. Quest'ultimo da anni viene dato in buonissimi rapporti con il presidentissimo Russo Vladimir Putin. Tra i due, almeno secondo Wikileaks, ci sarebbero anche rapporti d'affari mai chiariti. Putin, si sa, oltre ad essere lo zar politico della grande Russia, viene anche descritto come il vero referente della politica energetica del Paese euroasiatico, il che dalle parti di Mosca fa rima con Gazprom. Il colosso russo dell'energia appunto. E da cosa sarebbe originata «la voragine» targata Sinergie? Da un contratto che avrebbe premiato Gazprom e che avrebbe punito Sinergie. Almeno così spiega il Corveneto di oggi che nel dettaglio usa queste parole: «...Sinergie paga in buona parte il maxi-accordo con Gazprom per la fornitura di 1,5 miliardi di metri cubi di gas all'anno fino al 2021. Il contratto è di tipo take or pay che fissa in anticipo le condizioni. Il prezzo si è rivelato l'anno scorso assai più alto di quello che Sinergie Italiane è riuscita a praticare ai propri soci-clienti. La differenza ha devastato il bilancio...». Che dice il sindaco di Vicenza di questi chiari di luna? Ci sono aspetti oscuri nella vicenda? Sinergie bis con la griffe di Aim è ancora la cosa migliore? Le grandi aggregazioni certamente permettono economie di scala. Ma anche disastri su vasta scala perché i numeri in gioco sono immensi.

Marco Milioni

giovedì 8 marzo 2012

Quando Bruno disse: «Mi sentii “ricattato”»

(i.t.) È il 12 marzo di due anni fa quando Bruno Mastrotto fornisce agli inquirenti la sua versione sui famosi 300 mila euro che consegnò al consulente fiscale Marcello Sedda per corrompere i vertici delle Entrate di Arzignano e Venezia in relazione all'accertamento fiscale. «Non avrei voluto farlo, ma Sedda - spiega agli inquirenti - mi aveva detto che mi sarebbe certamente convenuto pagare atteso che, viceversa, ci sarebbero state conseguenze negative per altre società del gruppo, oltre al fatto che non si sarebbe definito l´accertamento in adesione in corso. Ma io mi sentii “ricattato”». Da allora ne è stata lavorata di pelle negli stabilimenti che riforniscono il mercato mondiale. Bruno e il fratello Santo, che mezzo secolo fa hanno getto le basi del gruppo, nonostante le sofferenze di questi due anni, non hanno perso la voglia di intraprendere. Chiara Mastrotto, la determinata avvocata figlia di Bruno, rappresenta ad un tempo la continuità - con i valori positivi di una grande famiglia d´imprenditori che ha forgiato il colosso -, ma anche la discontinuità per gli errori commessi nei rapporti col Fisco. Il gruppo Mastrotto ha voltato pagina, nel frattempo si è internazionalizzato, senza perdere rapporto con vocazioni e radici vicentine.

da Il Giornale di Vicenza del 6 marzo 2012; pagina 28

Mastrotto, pace col Fisco da 27 milioni

Un accordo definitivo che sigla la pace. Il gruppo Mastrotto volta pagina nei suoi rapporti con il Fisco. I vertici della principale realtà industriale conciaria italiana, composta da società anche estere con un fatturato che si aggira sui 500 milioni di euro, hanno raggiunto un´intesa con l´Agenzia delle Entrate di Venezia e Vicenza per sanare l´evasione fiscale accertata l´anno scorso dalla polizia tributaria nel pagamento degli straordinari in nero a centinaia di dipendenti. L´accordo prevede che il gruppo di Arzignano fondato dai fratelli Bruno e Santo, e oggi guidato dall´avvocato Chiara, versi allo Stato una somma attorno ai 27 milioni di euro a fronte delle tre principali contestazioni formulate dalla guardia di finanza: i “fuori busta” per gli straordinari; la fatturazione fittizia per coprire gli straordinari in nero e le cosiddette operazioni tramite società “esterovestite”, un meccanismo per eludere l´imposizione tributaria.

L´inchiesta guidata dai finanzieri del tenente colonnello Paolo Borrelli, dunque, ha consentito all´erario di recuperare la tassazione che il gruppo Mastrotto non aveva versato allo Stato nell´arco di alcuni anni, durante i quali nel distretto berico per eccellenza il meccanismo della concorrenza attraverso società che procuravano pellami a prezzi scontati purché si praticasse il “nero sistematico”, aveva prodotto un fenomeno distorsivo e patologico. Tra questi il consolidamento del meccanismo del “fuori busta” senza tassazione, che per il gruppo Mastrotto aveva coinvolto una parte cospicua degli 800 dipendenti, con la necessità di attivare una struttura amministrativa parallela per far fronte alla gestione dell´imponente uscita di denaro ufficiosa.

Tuttavia, rispetto ai numeri che erano emersi a fine agosto, quando il “caso Mastrotto” aveva assunto dimensioni nazionali e si parlava di oltre 100 milioni allorché furono notificati i “processi verbali di contestazione”, le cifre si sono ridimensionate di parecchio, come prova l´accordo raggiunto tra la direzione provinciale delle Entrate di Vicenza, guidata da Eugenio Amilcare, e il gruppo industriale. Ma non c´è stato alcun patteggiamento: l´azienda ha riconosciuto l´illecito ed ha tirato una riga.

Con la firma del patto, l´azienda ha subito versato un sostanzioso acconto sui 27 milioni previsti, mentre la restante parte sarà pagata secondo un piano di rateizzazione standard nei rapporti tra Entrate e contribuenti. Tra l´altro, merita di essere sottolineato che i dipendenti della Mastrotto non dovranno pagare imposte su quanto percepito in nero, come qualcuno ipotizzò quando scoppiò il caso, perché l´azienda si è accollata tutti gli oneri.

Sono stati i fratelli Bruno e Santo, e l´amministratore delegato Chiara, che sono assistiti dall´avvocato Mauro Meneghini, a spingere per una soluzione che fosse la più rapida ed equilibrata possibile, sotto il profilo finanziario, impegnandosi a chiudere la vertenza col Fisco salvaguardando i lavoratori.

Tra l´altro, la Mastrotto fin da quando era scoppiato il bubbone di Reset, aveva fornito piena collaborazione alla tributaria, consegnando la contabilità parallela dalla quale era stato possibile riscontrare il meccanismo illegale che garantiva vantaggi alla società e ai lavoratori. Tra le sanzioni già versate ci sono gli oneri previdenziali che grazie alle contribuzioni in nero venivano evasi.
Infine, anche sul fronte penale Bruno e Santo Mastrotto sono prossimi a raggiungere un accordo che consenta loro di mettere alle spalle una complessa vicenda giudiziaria che li ha molto provati.

Ivano Tolettini
da Il Giornale di Vicenza del 6 marzo 2012; pagina 28

venerdì 10 febbraio 2012

Pedemontana, basta ricorsi. Si fermi il Veneto del «non fare»

La vicenda della Pedemontana veneta può essere portata come esempio di quell'Italia che non vuole cambiare e finge di non vedere che con le scuse della ricerca dell'ottimo, nei fatti svolge un ruolo di tutela di pochi interessi personali a scapito del bene della collettività.

Sono passati pochi giorni dalla presa di posizione del Consiglio di Stato, che ha rigettato la decisione del Tar del Lazio su un ricorso di un privato, di cui siamo ancora in attesa della sentenza di merito prevista per il 14 febbraio; ebbene il Tar del Lazio interviene nuovamente, mettendo da parte ogni prudenza che consiglierebbe almeno di aspettare il giudizio di merito del Consiglio di Stato, e accetta un nuovo ricorso teso a fermare i lavori della Pedemontana.

Provo grande amarezza ma soprattutto indignazione. Mentre noi imprenditori e i lavoratori delle nostre aziende ci troviamo ogni giorno ad affrontare mille difficoltà e problemi, il nostro Sistema Paese dimostra di non voler prendere atto che il mondo sta cambiando e che la nostra società deve essere pronta a rinnovarsi e a recuperare allo stesso tempo i ritardi accumulati negli «anni del non fare». Sono sicuro che i miei contraddittori mi risponderebbero che questo è proprio quello che vogliono: costruire un nuova Italia e un nuovo Veneto bello e senza inquinamento: «un Paese del Bengodi».

Chi non può essere d'accordo. Peccato che così si dimentichino le stragi continue sulle strade (perché del tutto inadatte alla mole di traffico che devono sostenere) i maggiori costi di trasporto che i cittadini e le imprese devono affrontare per spostarsi (dal 4 all'8% rispetto alla media europea) e che i già magri bilanci aziendali e familiari non riescono ad sostenere. Lo stesso dicasi per l'inquinamento che il traffico congestionato determina nei nostri paesi e nelle città della Pedemontana. Ma per il Tar del Lazio in quella zona «non esiste un'emergenza traffico», nonostante il governo abbia preso atto dell'insostenibilità della situazione con un apposito decreto.

Dico basta! Le comunità locali nella stragrande maggioranza, le forze politiche economiche e sociali in maniera quasi unanime invocano da decenni un'infrastruttura che il governo e il Cipe hanno riconosciuto necessaria e inserita nella Legge Obiettivo. Queste continue interruzioni stanno alterando qualsiasi programmazione, stanno dilatando il termine dell'opera con una notevole perdita di soldi pubblici. C'è un progetto che è stato riconosciuto come il migliore ed un Concessionario pronto ad iniziare i lavori, con un Commissario straordinario intento a sciogliere gli ultimi nodi e che già nel caso del Passante di Mestre ha dimostrato capacità ed equilibrio. Lasciamoli lavorare! È un'invocazione fin troppo sfruttata, ma che questa volta mi sembra riassuma il pensiero delle imprese e della società veneta tutta.

Franco Miller
delegato alle Infrastrutture di Confindustria Veneto

da Il Corriere del Veneto del 10 febbraio 2012, di Vicenza; pagina 3

venerdì 30 dicembre 2011

Tar Lazio: stop alla Pedemontana Veneta

Stop clamoroso per la Pedemontana Veneta. Lo ha deciso il Tar del Lazio con una sentenza del 24 dicembre che è stata resa pubblica ieri. A ricorrere alla magistratura amministrativa era stato Patrizio Zen un residente a Loria nel Trevigiano, il quale aveva sollevato il problema di una serie di incongruità nel tracciato che lo interessava, ma anche nell'iter che aveva condotto alla nomina del commissario Silvano Vernizzi. Ed è per questo motivo che in queste ore la notizia sta facendo il giro dei media trevigiani. La stessa notizia però si riverbera direttamente su tutto il tracciato della Spv, un tracciato che per la maggior parte interessa la provincia berica, area Bassanese inclusa. A rivelare ulteriori dettagli è il portale on-line de La Tribuna di Treviso sul quale oggi si legge che i giudici amministrativi hanno considerato «illegittima la dichiarazione dello stato di emergenza nel settore del traffico e della mobilità nel territorio dei comuni di Treviso e Vicenza, firmata dal premier Silvio Berlusconi il 31 luglio 2009, e la successiva ordinanza del 15 agosto con le disposizioni urgenti di protezione civile per fronteggiare l’emergenza».

Il quotidiano della Marca poi cita testualmente un passo della sentenza spiegando che vengono così invalidate «non soltanto le proroghe successivamente disposte con riferimento alla delega di poteri nei confronti dell’organismo commissariale, ma anche le determinazioni assunte dal commissario delegato Silvano Vernizzi». E tra queste c'è il progetto definitivo firmato il 20 settembre scorso: ovvero il cuore dell'intera trafila amministrativa. Sul piano giuridico la chiave di volta del ricorso è la contestazione della dichiarazione dello stato emergenziale, che ha permesso al commissario delegato Vernizzi di approvare il progetto definitivo al posto del Cipe, il comitato interministeriale di riferimento.

La questione di fondo però è che lo stesso schema giuridico, anche se con sfumature diverse, è stato ripreso anche da altri ricorrenti rispetto alla cui azione legale è previsto a breve sempre un giudizio al Tar. «A questo punto - fa sapere Massimo Follesa, uno dei portavoce del coordinamento dei comitati che si oppone alla Spv, il Covepa - logica vorrebbe che quei pochi lavori iniziati, a nostro avviso contra legem, siano subito bloccati. Cosa che sulle prima risulterebbe proprio in questi termini». Follesa si dice certo che le parti giudicate soccombenti, a partire dal commissariato presieduto da Vernizzi, faranno ricorso al Consiglio di Stato. «Noi però - spiega ancora Follesa - oltre ad esprimere soddisfazione per il pronunziamento del Tar non ci tireremo indietro perché siamo consapevoli della bontà delle nostre ragioni».

Marco Milioni
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venerdì 9 dicembre 2011

Si scrive Despar. Si legge mafia?

La catena di supermercati Despar puzza di mafia. A dirlo è la Direzione nazionale antimafia che da anni indaga sul colosso della grande distribuzione e sugli interessi delle cosche nell'intero settore agroalimentare. Dietro la Despar, secondo gli inquirenti, potrebbe addirittura esserci l'attuale capo di Cosa Nostra, nonche' il quinto latitante più ricercato al mondo e superboss di Trapani, Matteo Messina Denaro. Lo scorso 10 maggio, durante una vasta operazione della Dia di Roma e della squadra mobile di Caserta, vengono arrestate 68 persone. Secondo il giudice per le indagini preliminari, Marzia Castaldi, lungo la Penisola c'é un asse criminale tra la camorra del clan dei Casalesi e la mafia trapanese che «impone il monopolio dei trasporti su gomma ai commercianti che operano nel settore dei prodotti ortofrutticoli, con la conseguente lievitazione dei prezzi».

Al centro del patto, la gestione del mercato ortofrutticolo di Fondi (Mof), situato nel Lazio, quasi al confine con la Campania. Si tratta della struttura più grande d'Italia che i magistrati antimafia definiscono un «contesto asfissiante, vera negazione dei piu' elementari principi economici liberal-democratici», perche' all'interno di questo sistema a nessun operatore commerciale «era dato sfuggire alle maglie di siffatta spartizione (...) a prescindere dalla qualità o meno del servizio reso e della concorrenzialità del prezzo richiesto e pagato». Tra le 68 persone arrestate in quell'operazione, ci sono anche i fratelli Antonio e Massimo Sfraga, che gestiscono a Strasatti, una frazione del comune siciliano di Marsala, un grande centro per la commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli. I due fratelli verranno poi scarcerati dal tribunale del Riesame di Napoli, il 10 giugno, per «mancanza dei gravi indizi di colpevolezza»...



Alessandro De Pascale
LaVocedellevoci.it del 9 dicembre 2011
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http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=322

Nota a margine
Per questioni di natura legale una buona parte di questo articolo è stata rimossa. L'ultima revisione è del 24 luglio 2014. Le considerazioni a margine di tale scelta sono qui spiegate. Ad ogni modo per ragioni di studio, di approfondimento o per altre eventuali ragioni la copia integrale dell'articolo può essere richiesta a Marco Milioni, il responsabile di questo blog (mrk223@gmail.com).