venerdì 25 settembre 2015

Adusbef, Il Fatto e VicenzaPiù sul caso BpVi

(m.m.) L'atmosfera attorno al caso BpVi Zonin rimane torrida. Poche ore fa è antrata nella contesa mediatica Adusbef, la quale chiede chiarimenti sul comportamento di Bankitalia e della procura della Repubblica di Vicenza. Questo è quanto riporta almeno ilfattoquotidiano.it. Stranamente alla riflessione che chiama in causa la procura risponde l'avvocato berico Massimo Pecori (figlio del pm Paolo Pecori; ma è al pm però Il Fatto aveva indirizzato il suo rilievo e non al figlio). Il legale, ex assessore al patrimonio al comune di Vicenza, affida le sue parole a Vicenzapiu.com: «A parte il fatto che io mi occupo semplicemente del recupero crediti, se ci fosse un nesso cronologico o di attività seguita con il mio incarico potrei anche capire ma sinceramente mi sembra solo smania di voler andare trovare a tutti i costi qualche relazione che non esiste». Peraltro non è la prima volta che questo argomento viene trattato dalla stampa veneta nonché da quella nazionale. E sempre su Vicenzapiu.com, attorno al caso giudiziario del mese trova spazio una intervista al curaro all'avvocato Renato Ellero, che dal suo punto di vista di professore universitario tratteggia alcuni interessanti scenari.

LEGGI ILFATTOQUOTIDIANO.IT
LEGGI LE DICHIARAZIONI DI MASSIMO PECORI RESE A VICENZAPIU.COM
ASCOLTA L'INTERVISTA A RENATO ELLERO

domenica 2 agosto 2015

Il Galan che è in Zaia

Non che la cosa fosse ignota. Ma alla fine Luca Zaia ha dovuto mostrare la sua vera natura. Quella di erede del sistema di potere messo in piedi da Galan e soci. Basta una scorsa veloce al progetto di legge regionale sulla revisione dei project financing per capire quale sia l'intenzione reale del governatore veneto. «Per la copertura di oneri che sono previsti a carico della Regione - si legge all'articolo 4 comma 5 del disegno di legge 15 del 29 giugno 2015, primo firmatario Zaia - per la realizzazione di singole opere non oggetto di provvedimenti di revoca e che non sono ancora finanziati, la giunta regionale è autorizzata a ricorrere alla concessione di mutui da parte della Cassa Depositi e Prestiti o da parte di altri Istituti di credito e comunque a contrarre ad altre forme di indebitamento consentite dalla legislazione vigente per un importo complessivo non superiore a Euro centocinquanta milioni di euro».

Questo potrebbe essere il costo per l'uscita in bonis dalla partita dei project financing. La cosa grave è che Zaia non spiega esattamente quali siano gli oneri per la regione. Segno evidente che non ci sono. O, a meno che non siano stati occultati in qualche incoffessabile accordo mai venuto alla luce, se ci sono, sono più che altro immaginari, perché il richiamo all'articolo «21 quinquies della legge 7 agosto 1990 numero 241» in ragione del quale lo Stato prevede un ristoro a favore del privato è campato per aria. Il ristoro infatti è previsto dalla norma solo a fronte di circostanze specifiche, per esempio un contratto valido, magari di convenzione, già stipulato tra le parti. L'avvio di un semplice iter non costituisce alcun titolo di pretesa da parte dei privati. Zaia, o meglio i legulei che gli hanno scritto il disegno di legge, lo sanno; tanto che per impiccare la regione all'albero di futuri pagamenti verso terzi, all'oggi non si capisce perché dovuti, è necessario che sia proprio la deibera allo studio del consiglio a disegnare il diritto acquisito per il privato.

E come lo fa? Stabilendo che se le mutate condizioni di mercato non rendono più sostenibile il progetto di finanza proposto dal privato è l'ente regionale a indennizzare il privato stesso. Incredibile ma vero. È tutto nero su bianco, basta leggere l'articolo 4 comma 4 del disegno di legge al vaglio del consiglio regionale: «Nel caso in cui, nell’ambito della procedura di revisione, la Giunta accerti l’attuale insussistenza di condizioni di fattibilità dell’iniziativa per il venir meno delle condizioni economico-finanziarie a supporto della sostenibilità economico-finanziaria dell’intervento... l’Amministrazione procede all’adozione degli atti conseguenti... salva la possibilità di addivenire ad una revisione del piano economico finanziario nel caso che le condizioni di fattibilità siano variate per cause imputabili alla Regione o per sopravvenute modifiche normative». Come si sa il diavolo si nasconde nei dettagli.

Per di più  nel disegno di legge in itinere per rendere ancora più praticabili le possibili richieste risarcitorie dei privati, che altrimenti poco avrebbero da pretendere, si compie un'altra forzatura. Quale? Alla base del project financing sta la nozione che il rischio d'impresa non se lo cucca Pantalone, ovvero il pubblico, ma il privato. Di converso se si leggono le carte si scopre il distillato di un'altra astuzia: astuzia da quattro soldi, per chi ha dimestichezza con la materia, difficile a scovarsi se non la si mastica un pochino. Mister Zaia infatti per circoscrivere e rendere ancor più cogente l'ambito di eventuali ristori non usa il termine, come sarebbe da aspettarsi, «contratti» in essere o convenzioni, bensì quello di «procedimenti». Di regola io pubblico al limite ti posso riconoscere un danno se vengo meno ad un impegno sottoscritto mediante contratto. Non se il mercato ha cambiato orientamento e punisce la tua iniziativa d'imprenditore. Per questo motivo l'avere utilizzato all'articolo 4 comma 6 il temine procedimenti («per le ipotesi di revoca di procedimenti di finanza di progetto...») e non contratti o convenzioni o concessioni, dilata in modo spaventoso l'opzione per il privato di batter cassa a palazzo Ferro Fini. E non è un caso che già comincino a levarsi le prime doglianze. In pratica basta avere avviato una procedura che abbia passato il vaglio della dichiarazione di interesse pubblico (e l'indagine sul Mose ci ricorda come Galan, Chisso e Minutillo procedessero in tal senso), per potere andare accompagnati con l'avvocato a palazzo Balbi a chiedere milioni. Rimane da capire se la cosa sia frutto della ignoranza del governatore in materia di diritto amministrativo, o se qualche manina abbia inserito, in una legge che in prima battuta può pure avere un impianto condivisibile, quei due tre commi famelici i quali potrebbero trasformarsi in manna dal cielo per i soliti amici degli amici scottati da un mercato del quale in realtà non affrontano mai le asperità, e che ha fatto naufragare un modello di business, quello di lorsignori, già ampiamente ossigenato dall'ente pubblico.

Ora per capire chi siano lorsignori basta un controllo incrociato con i documenti ufficiali che alcuni preoccupati funzionari dell'assessorato alle infrastrutture hanno fornito alle commissioni bilancio e trasporti, i due organismi che hanno accompagnato la gestazione della legge verso l'aula che dovrebbe cominciare a visionare la delibera già il 4 agosto. Da quelle poche ma significative carte si capisce quali siano le forze in gioco. E si capisce pure chi potrebbe avere interesse affinché il consiglio approvi una norma che salvi la banda del project, ovvero il club degli amici di Galan. La tabella in possesso della giunta parla chiaro: «Confederazione delle autostrade per la Nogara Mare; Pizzarotti, Mantovani e Maltauro per il Sistema tangenziali Veneto; Grandi Lavori Fincosit, Adria infrastrutture» e chi più ne ha più ne metta. Nei mesi passati Zaia, più o meno, è riuscito a far ingollare la balla che lui, anche se scarico da coinvolgimenti penali (per ora), dei project di Galan non sapesse nulla pur essendo stato numero due della giunta. Un altro mega rospo il leghista l'ha fatto inghiottire ai veneti quando il suo esecutivo ha approvato la delibera vergogna che modificava la convenzione della Pedemontana Veneta a favore del soggetto privato.

Oggi ci riprova addirittura con una legge che per volere dello stesso governatore deve essere approvata a tambur battente. Ma perché tanta fretta? Per caso oltre alla legge che farà brindare gli amici di Galan, che affranti dalla arsura della crisi dei loro progetti al gusto di asfalto e cemento, potrebbero trovare un po' di refrigerio nelle tasche del contribuente veneto, la cosiddetta norma blocca project serve pure ad apparecchiare uno stop alla Valsugana bis? Sì proprio quella Valsugana bis che sembra essere uno dei principali ostacoli ad un sì trentino alla Valdastico Nord, l'ennesima porcata riconcepita durante l'era dell'utilizzatore finale di Arcore, riproposta ai veneti da una accolita di politici e imprenditori pronta cassa trasversalmente devoti alla grande mammella pubblica?

Se Zaia vuole davvero bloccare i project, più che 150 milioni, ne metta da parte tre o quattro per un collegio legale veramente autonomo e con le palle. Ricorra alla magistratura penale e a quella amministrativa (contro la Spv il Tar ha già dato ragione a chi si oppone) e se del caso aizzi l'opinione pubblica contro la cricca del Mose con ferocia quintupla di quella con cui certi ambienti leghisti si sono scagliati contro l'ondata, vera o presunta, di clandestini e profughi. Allora Zaia dimostrerà davvero di essere un amico del Veneto (sui veneti stendiamo un velo pietoso perché molti si meritano quanto patito fino ad oggi, o perché culturalmente servi, o perché intrallazzati a loro volta col sistema). In caso contrario l'enologo di Treviso si mostrerà per quel che è. L'ennesimo doroteo attento solo alla gestione del potere e degli interessi ad esso retrostanti. Il che spiegherebbe tutto il finto distacco dimostrato verso l'era Galan. Un distacco messo in scena non per contrastare quei supremi interessi, ma per divenirne nuovo e più passabile maggiordomo. Per dirla come Pierino, alias Alvaro Vitali, (si passi la citazione forse troppo colta per la giunta regionale), «invertendo le chiappe il prodotto non cambia». Insomma detto alla grossa con questa norma la regione rischia di inventarsi un debito verso terzi, quando caso mai sono i privati della cricca del project che dovrebbero rendere il maltolto, anzi il malloppo, alla collettività delle Venezie. Quanto al Mose poi ci sarebbe un ultima cosa da dire.

Chi ha letto le carte della progettazione nonché i dubbi emersi in tantissimi ambienti scientifici sa una cosa. Tempo tre quattro anni alcuni nodi verranno al pettine. Uno di questi è il sistema di cerniere che tiene le paratie mobili ancorate al resto del sistema. Ruggine, salsedine, pressione faranno strame del sistema vanto del gruppo Mantovani alias famiglia Chiarotto. Il Mose, che dio solo sa quando sarà completato, diventerà allora anche una ferita non cicatrizzabile. Il che comporterà un esborso milionario costante per mantenerlo se non funzionante, perché probabilmente non lo sarà mai, ma almeno stentatamente integro. In questa faccenda la cosa simpatica sta però nel fatto però che eventuali malfunzionamenti, per legge, gravano sullo Stato e non su chi ha realizzato (scientemente o meno poco importa) i lavori alla viva il parroco. Un altro rubinetto infinito è stato aperto in ragione di un ordito premeditato molto tempo prima. Ora, i soloni di Confindustria che predicano un giorno sì e l'altro pure contro gli sprechi della spesa pubblica e a favore del rientro dello Stato dal suo debito, come mai non imprecano contro questa spesa malata che fa rima con grandi opere? E se mutatis mutandis questo meccanismo lo rivedremo anche nella Spv, allora significherebbe che le stesse menti, hanno dato vita allo stesso congegno infernale...

Marco Milioni
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venerdì 29 maggio 2015

Lain: sulla BpVi chiediamo chiarezza

«Da molto tempo i nostri attivisti ricevono segnalazioni sulla Banca. E il Movimento cinque stelle collabora con le associazioni di difesa consumatori. In particolare Adusbef  già dal 2008 aveva messo in dubbio la congruità e il realismo del valore attribuito al titolo BpVi sulla base di un'espertise stilata in uno studio professionale berico». A parlare in questi termini è Giordano Lain, volto noto del M5S della città del Palladio, che recentemente in relazione al caso Popolare Vicenza ha pure presentato un esposto alla procura del capoluogo. «La nostra parlamentare Fabiana Dadone - prosegue Lain - ha recentemente presentato un'interrogazione che riguarda vicende collegate». L'attivista del M5S che è anche candidato alle regionali venete spiega che sono stati chiesti chiarimenti anche sul comportamento di Bankitalia. «Si leggeva sui media locali - precisa quest'ultimo - anche degli aumenti di capitale. Immaginavo che non fossero credibili, si sentiva puzza di bruciato lontano un miglio. E poi mi sono scandalizzato per i fatti capitati durante l'ultima assemblea dei soci».

Dunque Lain voi avete segnalato alla magistratura una serie di presunte anomalie. Ritenete che la questione banche, specie in merito alla vicenda Veneto Banca e BpVi sia stata sufficientemente trattata durante la campagna elettorale? 
«Assolutamente no. Anzi, c'è stato un silenzio assordante. E trovo scandaloso che la politica non abbia detto nulla. Segnale evidente di conflitti di interesse. Poteri forti nazionali e locali sono coinvolti.  Teniamo conto di una cosa importante: le deduzioni che abbiamo avanzato alla procura sono condotte leggendo i bilanci pubblici degli ultimi anni, soprattutto dal 2008 al 2013. Questo significa che tutti gli esperti del settore, le altre banche concorrenti e soprattutto Banca d'Italia e Consob conoscevano perfettamente la situazione. Tutti tacevano e la cosa è gravissima, è come sapere che un pozzo d'acqua è avvelenato e non dire niente alle persone che si fermano a bere. Si è complici dei danni a queste persone». 

Pensate di fermarvi o la vostra iniziativa vuole diventare un punto di riferimento per chi abbia delle lamentele verso gli istituti di credito?
«Continueremo senz'altro, a fianco dei cittadini risparmiatori e assieme alle associazioni. Iniziamo una nuova "attività" aprendo una pagina per dare istruzioni a chi vuole tutelarsi, per raccogliere informazioni e segnalazioni, e per mettere in evidenza i recapiti delle associazioni che si occupano di difendere i consumatori/utenti dei servizi bancari. Non ci sostituiamo in nessun modo alle associazioni, anzi agevoliamo il contatto tra il pubblico e le associazioni, monitorando e intervenendo politicamente quando serve. Stare dalla parte dei cittadini è la nostra missione». 

Che tipo di aiuto chiederete, se lo chiederete, ai vostri parlamentari?
«Al Parlamento, per mezzo dei nostri cittadini eletti, chiederemo di fissare misure legislative per la tutela dei risparmiatori, di varare la proposta di revisione della classe action e di garantire trasparenza delle gestioni. Chiediamo inoltre di supportarci quando è necessario e di aiutarci per consulenze tecniche, visto che per la loro prerogativa di sindacato ispettivo possono fare molto in questo senso».  

Che cosa c'è che non va nella finanza veneta?
Non occorre essere "esperti di finanza" per ritenere che il problema non sia solo veneto ma italiano e della finanza in genere. Che sottrae un sacco di risorse all'economia reale ed è da tempo fuori controllo. Andrebbero immediatamente separate nuovamente le banche d'affari da quelle di risparmio e commerciali.  Credo che lucrare senza produrre beni e servizi sia un male in senso assoluto. Persone che lavorano nel settore e che mi hanno avvicinato in questi giorni, mi spiegavano che l'80% dei soldi investiti in Veneto e a Vicenza vanno, in modo diretto o indiretto, consapevole o inconsapevole, nell'industria delle armi. Questo accade perché i titoli di questo settore  offrono rendimenti leggermente più alti della media. In questa situazione come possono cessare le guerre e le ruberie su grande scala in giro per il mondo?».

mercoledì 15 aprile 2015

Spv, piovono sberle dalla Corte dei conti e dall'Anac


La Corte dei conti bacchetta il Ministero dei trasporti e la Regione Veneto perché avrebbero omesso di fornire alcuni importanti chiarimenti sulla Pedemontana veneta. Chiarimenti che erano giá stati chiesti in passato e che i due enti si sarebbero rifiutati di fornire alla magistratura erariale romana che da settimane ha aperto una istruttoria in tal senso.

L'AFFONDO. Più nel dettaglio la lettera porta la firma del dottor Antonio Mezzera, una delle toghe che si occupa del controllo sui ministeri delle attività produttive, ed è stata spedita durante la mattinata di ieri. In buona sostanza il magistrato chiede a palazzo Balbi lumi sulla sostenibilità finanziaria del progetto mentre al dicastero dei trasporti è stato interrogato circa la sua attività di monitoraggio sullo stato di avanzamento dei lavori.

LA STOCCATA. E così la partita sulla Spv quindi si fa ancora più complicata. Non solo per i nuovi addebiti della magistratura romana: non solo per quelli, pesanti, già espressi in passato. Ma anche perchè, come riferisce Renzo Mazzaro su La Nuova Venezia di oggi a pagina 13, anche l'Autoritá nazionale anti-corruzione, l'Anac, ha avviato una istruttoria sulla Pedemontana veneta. Nella quale si prefigura, se i dubbi si materializzeranno in condotte scorrette, addirittura la eventualità di pesanti irregolarità amministrative. Il motivo? Potrebbero essere stati violati, questi i dubbi dell'autoritá capitanata da Cantone, i dettami della convenzione che regola i rapporti tra enti pubblici e il privato incaricato di realizzare l'opera, il consorzio Sis-Spv. Ovvero il privato sarebbe stato sgravato dei rischi d'impresa anche in ragione dell'aumento del contributo pubblico passato da un centinaio di milioni di euro ad oltre seicento. Questi mutamenti dei rapporti tra committenti pubblici e privati incaricati dei lavori avrebbero de facto trasformato il contratto da convenzione ad appalto. Il che comporterebbe la perdita di tutti quei privilegi in materia di deregulation e altre semplificazioni garantiti dalla prima fattispecie. Si tratta di una condizione che se si verificasse potrebbe comportare anche l'abolizione di tutto o di una parte dell'iter in forza del quale si sono avviati i lavori. L'Anac in questo senso fa proprie le lamentele dei comitati che da anni si battono contro l'attuale tracciato. Doglianze delle quali Regione e governo erano stati informati a più riprese e che settimane fa erano state rilanciate, sottoforma di esposto proprio all'Anac, dal senatore vicentino Enrico Cappelletti del M55 (in foto).

LA POSSIBILE BATOSTA. E c'è di più. Da giorni nella capitale si parla di un Maurizio Cantone pronto a commissariare il commissario governativo alla Spv. Opzione che se si materializzasse sarebbe clamorosa. Sul piano politico tra l'altro starebbero sgretolandosi alcuni pilastri portanti che da anni sorreggono il sancta sanctorum del potere al ministero delle infrastrutture: ovvero l'unitá di missione retta di diritto e di fatto da quell'Ercole Incalza finito nel ciclone del caso Lupi. Ed è proprio all'unità di missione che il magistrato Mezzera ha rivolto il monito più pressante a disvelare alcuni dettagli, segno che il filone investigativo seguito dalla magistratura erariale potrebbe portare molto molto lontano.

STOP MOMENTANEO. Frattanto si registra anche uno stop al via libera per la variazione progettuale che interessa il tratto di Pedemontana tra Trissino e Montecchio Maggiore. Inizialmente previsto in galleria è stato riformulato come passaggio in superficie per evitare che la costruzione del tunnel contribuisse a spargere in falda una sacca di inquinanti a basendi fluoro frutto della lavorazione e del cumulo degli scarti della Miteni di Trissino. A bloccare l'iter autorizzativo e a chiedere un mese per studiare le carte sarebbero stati i componenti di nomina del ministero dei beni culturali in seno alla commissione speciale insediata presso la struttura commissariale governativa. Commissione che dovrebbe appunto autorizzare la modifica progettuale senza che le carte passino per i ministeri, come previsto dalla legge ordinaria. Deroga concessa al commissario dalla legge vigente. A patto che l'opera rispetti i crismi amministrativi ed economici dettati dalla normativa in tema di emergenze.

Marco Milioni

domenica 11 gennaio 2015

Blitza al «tubone» di Cologna Veneta

Gli scarichi del «tubone di Cologna Veneta», il collettore che raccoglie i reflui conciari della Valchiampo, saranno oggetto di una accurata analisi presso un laboratorio indipendente. E se i valori saranno anomali sarà chiesta la chiusura dell'impianto. Lo annunciano Michele Favaron, uno dei referenti veneti del «Gruppo d'intervento giuridico», una onlus nazionale attiva sui temi dell'ambiente e il senatore vicentino Enrico Cappelletti.

I due stamani hanno effettuato un sopralluogo a Cologna Veneta nel Veronese, dove il collettore, da anni al centro di durissime polemiche per il suo contenuto nocivo, finisce nel fiume Fratta. Da anni infatti la regione autorizza uno sversamento in deroga ai limiti di legge. Una circostanza che da anni fa temere un impatto ambientale notevole, specie sull'agricoltura.

Se al tutto si aggiunge il progetto di prolungamento del tubo sino alla frazione di Sabbion, sempre a Cologna nel Veronese, e se si aggiunge l'inquinamento della bassa Veronese, Padovana e dell'Ovest Vicentino causato dai pfas, si ottiene un quadro che lo stesso Cappelletti definisce inquietante. «Chiediamo che gli enti preposti, a partire dalla regione, comincino a fare chiarezza mettendo in campo indagini mediche ed ambientali serie. Al contempo - precisa Cappelletti - è bene che l'Ulss 5 ovest Vicentino istituisca il registro tumori e si adoperi con uno studio ad hoc, verificabile da tutti, circa la incidenza delle fattispecie cancerogene nella regione di sua pertinenza». Dal canto suo Favaron precisa che i liquidi raccolti questa mattina «saranno analizzati da un laboratorio indipendente. Poi in base alle risultanze informeremo la Forestale, i carabinieri del Noe ed eventualmente chiederemo all'amministrazione di Cologna, se del caso, di chiudere l'impianto per esigenze cautelative. Lo prevede la legge».

giovedì 4 dicembre 2014

Bratti: il mio ruolo in commissione? Trasparenza totale

Il 2 dicembre taepile.net ha pubblicato un approfondimento in cui si descrivono alcuni retroscena rispetto alla attività della commissione ecomafie. In quell'approfondimento si parla, tra le altre, di eventuali conflitti di interesse in capo al presidente Bratti nonché di possibili rimostranze da parte del M5S in tal senso. Bratti interpellato per iscritto ha risposto sollecitamente e ha spiegato così il suo punto di vista: «Sono stato direttore generale in Arpa Emilia dal 2006 al 2008 ma i fatti citati credo siano 2009. Di più, mia moglie è entrata in Acosea nel lontano '92 mentre io ero ricercatore all'università. Di seguito Acosea è stata assorbita nel gruppo Hera. Mia moglie in vita sua non si è mai occupata di rifiuti, non è un dirigente, si occupa di contratti gas e altro in Hera Comm. Non appena ho visto la puntata di Report mi sono premurato di chiedere una sessione di lavori dedicata ad Hera ed ho subito chiesto al vicepresidente, l'onorevole Roberto Vignaroli di presiederla proprio per fugare ogni dubbio anche in tema di semplice opportunità. Tutto è alla luce del sole. Tutto è trasparente». A differenza di Bratti il M5S, interpellato proprio nella persona del vicepresidente Vignaroli, per il momento è rimasto in silenzio.

martedì 2 dicembre 2014

Bratti, Hera e il conflitto di interessi

A metà novembre una inchiesta giornalistica di Report su Hera, una delle più grandi multiutility italiane, ha illuminato zone d'ombra e insinuato molti dubbi sulla gestione della stessa compagnia, anche in relazione ai numerosi collegamenti con il gotha della politica nazionale, specie di centrosinistra, ma non solo.

La trasmissione condotta da Milena Gabanelli ha puntato così i suoi riflettori sull'affaire Hera Comm Mediterranea, un filone dal quali sono emerse liason dangereuse con la galassia riferibile all'ex parlamentare del Pdl Nicola Cosentino, al centro di una serie di inchieste della magistratura per presunti rapporti con la camorra. Inchieste corredate con tanto di arresti eccellenti.

In secondo luogo, Report ha analizzato la vicenda dell'avvelenamento dei suoli su cui ha sede la Hera a Bologna a Via Berti Pichat. Alcuni passi della trasmissione sono stati impressionanti. I dipendenti per anni hanno lavorato in una sede per la quale esistevano prescrizioni in cui si fissava in due ore giornaliere massime la permanenza consentita, proprio in ragione del rischio patito dalel maestranze, a fronte di una permanenza reale in loco da parte dei dipendenti di otto ore e più. 

Sulla bomba chimica in via Berti Pichat a Bologna permangono ombre sui piani di risanamento comunali e sul loro avvio concreto; anche l'Arpa emiliana sembra avere avuto un ruolo pilatesco, così come l'ispettorato del lavoro e la Asl competente.

In questo contesto dopodomani la commissione parlamentare bicamerale sul ciclo dei rifiuti, comunemente conosciuta come commissione ecomafie, avrà all'ordine del giorno due dossier importanti. La situazione delle discariche nel Veneto ed il caso Hera. Proprio Hera tra l'altro sta lentamente penetrando in terra Veneta, anche se fra mille polemiche, come è avvenuto a Padova.

Per di più va ricordato che nel ruolo di direttore generale tra il 2006 ed il 2008 Arpa Emilia annoverava Alessandro Bratti, il quale oggi figura a capo della commissione ecomafie in quota Pd. Un dettaglio che non sarebbe andato giù molto volentieri all'ala civatiana dei democratici, anche perché Bratti è sposato con una top manager del gruppo Hera, la dottoressa Rita Rubinucci, della cui liason sentimentale col marito parla diffusamente La Nuova Ferrara. O che la si veda come semplice inopportunità, o che la si veda come potenziale conflitto di interessi, giacché Bratti è pure membro della commissione ambiente, la circostanza starebbe mandando in fibrillazione una parte dei democratici che siedono in commissione ecomafie, a partire da Laura Puppato; alcuni di questi deputati infatti temono il possibile imbarazzo generato da una situazione del genere in cui di riffa o di raffa Bratti finirebbe o potrebbe finire per indagare anche sul suo operato nonché su quello della consorte.

Tutta da decifrare rimane poi, in questa cornice, la posizione del M5S. Tra Emilia, Veneto e Roma gli spifferi e le voci si inseguono da giorni. Alcuni attivisti ferraresi chiederebbero a gran voce di sollevare il caso Bratti, investendo della cosa il vicepresidente grillino della commissione ecomafie, il romano stefano Vignaroli. A quest'ultimo però sarebbero arrivati anche suggerimenti di natura diversa: ovvero "barattare" la battaglia sulla inopportunità della presenza di Bratti nelle due commissioni, con la assunzione, seppur saltuaria, della presidenza pro tempore della Ecomafie proprio da parte di Vignaroli. Il motivo? Evitare di mettere in imbarazzo i componenti di quest'ultima commissione col rischio di paralizzarne i lavori.