venerdì 20 ottobre 2017

Pfas, ecobomba veneta tra terra, aria, acqua e prodotti tipici



Il Veneto centrale è seduto sopra una ecobomba ad orologeria. Per ricordarlo a politici, amministratori, burocrati e imprenditori il giorno 8 ottobre a Lonigo, importante centro agricolo e commerciale del basso Vicentino, hanno sfilato in oltre diecimila. La cittadina, che affonda le sue radici nella preistoria, è divenuta suo malgrado, il simbolo di una contaminazione da derivati del fluoro. Sono i Pfas e sono prodotti dalla Miteni, una fabbrica che si trova a Trissino, venticinque kilometri più a Nord sempre in provincia di Vicenza. Nel 2013 l'affaire Pfas è diventato un caso nazionale, anzitutto per le sue proporzioni giacché la contaminazione tocca un bacino potenziale di utenti di 350mila persone residenti nelle provincie di Vicenza, Padova e Verona lungo il bacino dell'Agno-Guà-Fratta-Gorzone, un sistema fluviale che nasce sulle piccole Dolomiti per giungere sino all'Adriatico.

Proprio nel 2013 l'Agenzia ambientale della Regione Veneto, l'Arpav, a seguito di uno studio sulla qualità delle acque potabili, di superficie e di falda, condotto in collaborazione con l'Istituto superiore di Sanità (Iss), aveva identificato nella Miteni la sorgente di tale contaminazione. L'azienda inizialmente ha disconosciuto gli addebiti; poi però le contestazioni, anche a seguito di una serie di esposti molto circostanziati da parte di alcune organizzazioni ambientaliste e da parte di alcuni attivisti del M5S, sono sfociate in una inchiesta della procura della repubblica che potrebbe avere esiti clamorosi. A quel punto sempre l'azienda, col consigliere delegato Antonio Nardone, ha chiamato in causa quelli che fino al 2008 erano i precedenti proprietari della Miteni, ovvero i giapponesi della Mitsubishi anche se il presidente Brian Anthony McGlyn, dettaglio non da poco, rivestiva la stessa carica sotto entrambe le prorpietà. I giapponesi dal canto loro dopo un periodo di coabitazione societaria con l’Eni, avevano precedentemente acquisito l'impianto proprio dal colosso energetico italiano, il quale a sua volta l'aveva acquistato dalla Marzotto, l'influente casata industriale veneta che è originaria proprio di Trissino in valle dell'Agno.

L'UTILIZZO E I RISCHI PER LA SALUTE
Ma quale è il campo di utilizzo di queste sostanze? In realtà i Pfas hanno un campo di utilizzo sterminato. Gergalmente sono noti come tensioattivi che hanno la capacità di impermeabilizzare metalli, tessuti, pellami. Vengono impiegati nell'industria dell'abbigliamento (Goretex), in quella del pentolame (Teflon), ma anche in quella navale, aeronautica e militare. Gli impianti che la producono nel mondo non sono tantissimi, ma spesso i territori interessati da questo tipo di produzione sono divenuti teatro di inchieste e contenziosi titanici. Basti pensare a quello ventennale, raccontato sulle testate statunitensi più blasonate, nato sulle rive del fiume Ohio in West Virginia. Per una esposizione a danno di 70mila persone, l'avvocato Robert Billot, che di recente ha fatto visita ai luoghi veneti della contaminazione, ha trascinato il colosso DuPont in tribunale costringendolo de facto ad un accordo transattivo che ha raggiunto la cifra monstre di 670 milioni di dollari: una causa epocale che non solo ha fatto scuola sul piano del diritto, ma che ha anche obbligato la multinazionale a finanziare un imponente studio indipendente «che ha dimostrato» le conseguenze dei Pfas sulla salute umana: si parla infatti di sostanze che causano gravissimi disturbi ormonali e che in alcuni casi, potrebbero anche essere cancerogene. In Italia, come nel resto del mondo, la politica è intervenuta fissando limiti di performance (ovvero limiti guida) che però a livello internazionale differiscono da Stato a Stato. Nel 2016 il ministero dell'ambiente italiano ha fissato alcune soglie specifiche scatenando una polemica durata settimane. Va ricordato infatti i Pfas sono una famiglia di sostanze molto diverse tra loro: più è lunga la catena atomica che li compone maggiore è la tossicità della molecole e di conseguenza variano le soglie. Miteni infatti dal 2011 non produce più i temuti composti a catena lunga, ma nella comunità scientifica, come ha ricordato più volte Marina Lecis, il consulente tecnico scientifico che ha contribuito alla stesura di alcuni esposti penali, tali sostanze vengono riconosciute ugualmente nocive se non di più. Il punto però è che le mamme che ieri hanno manifestato a Lonigo sono preoccupate perché lungo i comuni del bacino interessato dalla contaminazione (Lonigo è il luogo simbolo, ma destano preoccupazione i dati ugualmente alti registrati negli acquedotti di Cologna, Montagnana, Sarego e molti altri ancora) i valori riscontrati in alcuni soggetti della popolazione, bambini inclusi sono comunque alti. Più alti della soglia di 90 nanogrammi per litro introdotta dalla Regione Veneto che ha identificato un limite più stringente di quello stabilito a Roma.

Tra l'altro Vincenzo Cordiano, il medico vicentino che per primo ha lanciato l'allarme Pfas nel Veneto, quando sente discutere di limiti, sia che vengano posti dallo Stato che dalla Regione, parla senza mezzi termini di «specchietti per le allodole» ribadendo che in accordo con la posizione assunta da Isde-Medici per l'ambiente, di cui Cordiano tra l'altro è presidente per il Vicentino, gli unici valori accettabili sono quelli pari a zero. Una presa di posizione che ha dato forza al coordinamento «mamme no Pfas» per chiedere che in attesa di nuove linee di approvvigionamento l'acqua non contaminata sia portata nelle case con le autobotti: un'operazione che potrebbe costare alla Regione sui 17 milioni di euro all'anno.

LE IMPLICAZIONI GIUDIZIARIE
E le preoccupazioni delle mamme di recente si sono moltiplicate quando tra i comitati è maturato il convincimento che l'azienda, stretta tra le difficoltà economiche e quelle dell'inchiesta, di punto in bianco possa prendere la palla al balzo di una ipotetica richiesta di risarcimenti per chiudere la fabbrica lasciando sul groppone della collettività ogni onere di bonifica. E se tuttavia da una parte il consigliere delegato Nardone sentito da Repubblica.it ha negato perentoriamente questa eventualità, dall'altra Alessandro Gariglio, l'avvocato di Greenpeace che da mesi segue il dossier Pfas, è altrettanto perentorio nell'affermare che «la drammatica necessità di dotare l'azienda di risorse fresche sta scritta nell'ultimo bilancio della Miteni quello del 2016». Lo stesso avvocato tra l'altro fa sapere che non più tardi di lunedì scorso ha depositato alla procura di Vicenza un dettagliato dossier commissionato da Greenpeace a Somo, l'osservatorio specializzato nella ricerca sul comportamento delle multinazionali. «Abbiamo fornito ai magistrati che seguono l'inchiesta - sottolinea ancora il legale - un ulteriore strumento per fare luce sull'intricato dedalo societario che sta dietro la Miteni. Ovviamente Greenpeace - spiega Gariglio - non può disporre di rogatorie internazionali, ma la magistratura, qualora il reale assetto della proprietà sia necessario al lavoro degli inquirenti, anche grazie alla nostra segnalazione, potrà agire con tutti gli strumenti che la legge le mette a disposizione».

Tuttavia durante il corteo di ieri hanno fatto sentire la propria voce altri due volti molto noti del fronte «no Pfas». Il primo è il vicentino Edoardo Bortolotto, esperto di diritto penale dell'ambiente, è uno degli avvocati che nel tempo ha redatto gli esposti contro la Miteni: «Non vorrei mai che la questione dei limiti diventasse una foglia di fico sul problema reale che riguarda i possibili danni alla salute e all'ambiente. In tal senso l'orientamento della Cassazione è costante: chi ha inquinato anche con sostanze la cui presenza rispetta le soglie di legge va comunque perseguito e condannato perché quei valori costituiscono solo un limite di allarme oltre il quale l'autorità amministrativa è costretta ad un determinato intervento».

Il secondo invece è Giovanni Fazio, medico di Arzignano e portavoce della associazione ambientalista Cillsa: «Chiediamo che le autorità, Regione e Ulss in primis, ci informino sullo stato della contaminazione nel ciclo alimentare perché comunque agricoltura e zootecnia hanno adoperato quell'acqua. E chiediamo che in caso di inadempienze da codice penale la procura agisca di conseguenza».

ZAIA E L'ALLARME IN COMMISSIONE
Il che potrebbe suonare come una generica preoccupazione ma non è così. Ieri infatti incalzato durante una puntata de “Le iene” su Italia 1 il governatore veneto Luca Zaia (Lega) non è stato in grado di dire nulla sui risultati della indagine che la Regione avrebbe condotto proprio sulla contaminazione alimentare. Un silenzio che diventa assordante se messo in relazione alle dichiarazioni esplosive del sindaco di Lonigo Luca Restello (leghista pure lui) rese in Commissione ecomafie: «... il problema - si legge nel verbale del 26 settembre 2017 da poche ore reperibile on-line sul sito della Camera - è quello riguardante l'agricoltura. Voi sapete che l'acqua che viene emunta si trova in particolare in provincia di Vicenza... Nel Veronese, infatti, con il canale irriguo Leb si riesce a portare l'acqua, in pratica, in tutte le campagne, mentre nel Vicentino questo non avviene e tutti gli agricoltori hanno un pozzo privato, andando ad emungere direttamente dal sottosuolo l'acqua necessaria all'irrigazione dei campi. Orbene, è necessario che quest'utilizzo d'acqua sia impedito. Anche se non ci sono ancora dati ufficiali, infatti, dalle indiscrezioni che ho avuto tutte le produzioni agricole sono certissimamente contaminate da questi inquinanti. È necessario uno stanziamento ulteriore di denaro per ripristinare tutta la rete idrica superficiale irrigua nei campi e potenziare le capacità del Leb di portare acqua anche in questa parte non servita del vicentino». Parole pesantissime che raccontano una realtà molto più cruda di quella descritta dallo stesso Zaia sempre alle telecamere delle Iene.

NELLA PANCIA DELLA MITENI
Il discorso di Restello, al di là dell'allarme di vasta portata su tutto il comparto agricolo, per di più pone alcuni quesiti dirimenti. Se Miteni è responsabile dell'inquinamento in quanta parte questo è ascrivibile alle sostanze nocive finite nel depuratore di Trissino e quanto invece deriva da eventuali perdite sotto il sedime di uno stabilimento adagiato su una superficie vastissima che sormonta una zona di ricarica della falda? È vero che durante i controlli ambientali all'interno della fabbrica i carabinieri del Noe, incaricati dalla procura berica, avrebbero fatto alcune scoperte molto significative sul piano del livello dell'inquinamento? Ed è vero che fonti di contaminazione da Pfas sarebbero state trovate anche fuori dal bacino dell'Agno-Guà-Fratta? Al secondo quesito ha risposto ieri il quotidiano l'Arena che parla di quantitativi rilevanti rinvenuti a Soave nel Veronese non troppo distante dall'area di servizio Scaligera, un autogrill collocato proprio lungo l'autostrada Brescia-Padova tra le province di Verona e Vicenza. Il tutto mentre nel comprensorio trissinese si moltiplicano timori che anche l’aria, quanto meno in passato, possa essere stata significativamente contaminata dai Pfas.

Per quanto riguarda poi la gravità della situazione che sarebbe stata rilevata durante le ispezioni all'interno della fabbrica, sono eloquenti le parole di Davide Faccio, sindaco leghista di Trissino pure lui sentito dalla Commissione ecomafie: il verbale è ancora quello del 27 settembre. Il primo cittadino parla della bonifica e della caratterizzazione, ovvero il procedimento tecnico-amministrativo teso a conoscere lo stato reale delle fonti inquinanti e la loro gravità: «Il problema è che Miteni ha un'estensione talmente grande che...» per assumere i campioni «... e testarli ci vogliono capannoni interi» giusto per «riuscire a custodire tutto questo materiale» per non parlare delle risorse umane necessarie a svolgere un lavoro del genere, tanto che l'Arpav, rivela sempre il sindaco, avrebbe contattato le agenzie cugine di altre regioni «per avere supporto» in questo senso visto che «il lavoro sulla caratterizzazione è notevole e sicuramente» non porterà a risultati «nell'immediato».

I LAVORATORI: VASI DI COCCIO TRA VASI DI FERRO
Tuttavia in questa burrasca perenne i lavoratori della Miteni rischiano di finire come i vasi di coccio in mezzo a quelli di ferro. L'azienda lamentando un difficile momento economico alcune settimane fa ha disdetto «unilateralmente» quelli che si chiamano gli accordi di secondo livello, ovvero quelle migliorie sul piano della organizzazione del lavoro e sul piano economico, di cui per anni le maestranze avevano beneficiato «anche in ragione della delicatezza delle lavorazioni chimiche» per le quali la fabbrica è classificata a rischio Seveso, il più alto nella norma italiana. E c'è di più, perché oltre al profilarsi all'orizzonte di una crisi aziendale, presunta o reale che sia, molti tra gli operai registrano valori di Pfas nel sangue «migliaia di volte superiori» a quelli più alti denunciati dai residenti del bacino. «Noi operai - fa sapere Renato Volpiana, membro della rappresentanza sindacale di fabbrica per Filctem-Cgil - ci stiamo battendo senza sosta perché siano salvaguardate al meglio la salute dei lavoratori e le condizioni di sicurezza dei 140 dipendenti nell'impianto, ma ognuno deve fare la sua parte». Il riferimento è al duro contenzioso in essere con l'azienda che è sfociato in una serie di scioperi. Ma sul piano della salute come hanno intenzione di regolarsi i lavoratori? «Per questioni di riservatezza - precisa ancora Volpiana che ieri era anche lui a Lonigo - non posso parlare al momento, ma se qualcuno pensa che staremo con le mani in mano si sbaglia di grosso» conclude il sindacalista trissinese.

LO SCENARIO

Sul piano più generale rimane la questione della pressione ambientale esercitata sul Veneto centrale non solo dalla Miteni, ma da tutta l'industria chimica dell'Ovest Vicentino, a partire da quella conciaria, che da quarant'anni è al centro di polemiche al vetriolo giacché una parte del mondo ecologista accusa queste industrie di avvelenare l'aria, le acque e i terreni in spregio delle norme ambientali. In realtà la classe dirigente regionale non è mai riuscita a fare i conti col passato e men che meno, è riuscita a ripensare un modello di sviluppo che sul medio periodo fosse compatibile con l'ambiente. Così i problemi si sono cronicizzati e ora, dopo l'arrivo della crisi, questa mancanza di lungimiranza rischia di essere pagata a caro prezzo. In realtà negli anni non sono mancati i suggerimenti di chi come il professor Gianni Tamino, già ordinario di biologia a Padova, uno dei massimi esperti italiani del settore, aveva provato a proporre modelli produttivi meno invasivi, ma la politica e la classe imprenditoriale per mille motivi sono rimaste indietro o addirittura non hanno ascoltato il lamento che giungeva dalle province di Padova e Verona, dove forte è la vocazione agricola e zootecnica. Un mancato ascolto del quale ieri hanno parlato davanti alle telecamere di Telearena, pur con toni diversi, anche il presidente della provincia di Vicenza, il democratico Achille Variati e il suo pari grado veronese, ovvero Antonio Pastorello che invece è espressione del centrodestra. Da qualche giorno l’amministrazione regionale sostiene, almeno per quanto concerne l’acqua al rubinetto, di aver potenziato gli impianti di filtraggio in modo da poter garantire acqua a zero pfas. Ma c’è chi come il consigliere regionale veneto Andrea Zanoni del Pd, si dice scettico.

Marco Milioni

lunedì 16 ottobre 2017

Caso Pfas, chi striscia non inciampa


Una testata vicentina con velleità giornalistiche pubblica un'articolessacon un italiano da  codice penale peraltro, in cui goffamente e per interposta persona tenta di minimizzare il contenuto shock di un verbale della Commissione ecomafie. E lo fa cercando di ironizzare su un mio articolo che proprio quell'aspetto andava ad approfondire. All'anonimo estensore del breve servizio, per ragioni di sintesi da definirsi servizietto, dico solo una cosa. L'ironia, finanche la malafede, per essere coltivate hanno bisogno di una soglia minima di rudimenti nonché di intelligenza. Ingredienti che evidentemente mancano collega senza volto. Mancanza di attributi o di argomenti? Lascio agli appassionati di mediocrità l'onere di scoprire chi sia il direttore di quella testata, chi ne siano gli eventuali referenti e chi contribuisca a reperire gli ingaggi pubblicitari. Al quale vanno comunque tutti i miei complimenti vista la qualità del prodotto presentato agli inserzionisti. Che sicuramente saranno persone dalla pelle dura. Se intanto vi volete fare un'idea di quanto accaduto leggete qui.

Marco Milioni

domenica 15 ottobre 2017

Andrai a votare? No


Da settimane amici e conoscenti mi stanno martellando con lo stesso quesito. Andrai a votare il 22 ottobre al referendum per l'autonomia del Veneto? Ve lo dico qui per non dover ripetermi all'infinito. Non andrò a votare. Rispetto chi ci va, ma io non sarò alle urne perché questo referendum non è una cosa seria. Soprattutto non è credibile che a proporlo sia quella forza politica che dopo anni passati a governare il Paese con una maggioranza bulgara non è riuscita a portare a casa nulla per il Veneto che non sia il Mose, la Spv e i project financing della sanità e un'urbanistica all'ingrasso. Tutta opera del centrodestra? Certo che no. Il centrosinistra ha più o meno le stesse responsabilità. Però il governatore leghista Luca Zaia sta maldestramente usando questa consultazione per nascondere i suoi insuccessi. Se poi andiamo a guardare come i veneti hanno ridotto in questi ultimi cinquant'anni una delle regioni più belle del mondo trasformandola in un infinito tapis roulant di centri commerciali, capannoni, villette geometrili, svincoli ed altra scatologia edilizia varia, a me, federalista autentico, viene il tremore ai polsi, immaginando che cosa farebbero lor signori con il residuo fiscale tanto agognato. Ancora maggior pena fanno poi tutti i manutengoli delle cosiddette opposizioni che si sono accodati al carro di Zaia sperando che qualche goccia della melassa destinata alla bocca ai padroni del vapore finisca in quei cavi orali ormai privi di saliva a forza di leccare i piedi alla propaganda del sì. Comunque tutti calmi: dopo che Zaia avrà ottenuto la sua vittoria e il suo quorum alto (che deve almeno essere di un 75% altrimenti è una sconfitta) tutto tornerà come prima. Diciamo che l'anelito dei fautori del referendum sta all'autonomismo come Leone di Lernia sta a Paolo Conte. Caro Zaia «Te si' mangiàt' la banana co' due sarcicce e o' parmiggian' e mo' te sinte male...». Ultimo ma non da ultimo. Ci sono dei buontemponi che definiscono vigliacchi coloro che non andranno a votare. Li sfido ad un dibattito pubblico sull'argomento, vediamo se si fanno vivi. Nel caso rimarranno attaccati alle sottane di mammà  chi sarà il vigliacco? La vigliaccheria può essere multata?

Marco Milioni

giovedì 5 ottobre 2017

«Veneti e mafia», il convegno del Covepa

«Veneti e mafia» è il titolo scelto per l'incontro organizzato domani, venerdì 6 ottobre a Trissino dal Covepa, il Coordinamento veneto per la pedemontana alternativa. La serata, introdotta e moderata dal portavoce del Covepa Massimo Follesa, vedrà come unico relatore Enzo Guidotto, già consulente della Commissione bicamerale antimafia e oggi presidente dell'Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso. Il dibattito, che inizia alle 20,30 si tiene presso la sala della biblioteca civica di Trissino in provincia di vicenza in via Manzoni 10. Dell'appuntamento ha dato conto già il sito web del Covepa con una breve nota datata 30 settembre. L'ingresso è libero. Per le informazioni è disponibile un numero di telefono: +393478722240.

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domenica 24 settembre 2017

M5S, alcuni attivisti chiedono di rifondare il movimento: all'orizzonte altri ricorsi ai giudici

Lo scenario che si prefigura attorno al M5S resta ancora da chiarire fino in fondo. Se da una parte in queste ore i media raccontano della rapida scalata del leader «designato» Luigi Di Maio dall'altra cominciano a filtrare voci non irrilevanti di frizioni di una certa portata proprio ai più alti livelli: basti pensare al gelo tra Beppe Grillo e Davide Casaleggio, i dominus del movimento, riferiti dai media dell'Emilia Romagna.

Ma c'è un'altra incognita che potrebbe pesare moltissimo sul futuro dei Cinque stelle. Si tratta di una petizione on-line lanciata ieri su Change.org da alcuni attivisti dei Cinquestelle: «Si è ora resa necessaria e non rimandabile - si legge nel testo - la costituzione di un Comitato di salvaguardia che incarni e tuteli tutti i valori e i principi del Movimento, nel frattempo ormai omessi se non aggirati da logiche che nulla hanno a che spartire con le modalità e l’ideologia originaria del M5S».

Tra gli estensori del documento c'è il veneziano Riccardo Di Martiis il quale è stato nominato portavoce pro-tempore del gruppo promotore della iniziativa. E quest'ultimo sugli intendimenti della petizione non ha dubbi: «Riteniamo che siano stati confusi e deviati gli originari intenti del M5S portando ad intraprendere un viaggio il cui percorso non sembra avere come obbiettivo il luogo migliore dove vivere ma ad una struttura fine a stessa che si avvicina sempre più ai partiti tradizionali; pensiamo pertanto sia nostro preciso dovere, ricondurre ad un giusto equilibrio per arginare la sistematica mistificazione delle fondamenta ideologiche e politiche».

In questo contesto c'è un dettaglio da non sottovalutare. Il consulente legale del gruppo «è Lorenzo Borré», l'avvocato del foro di Roma che sta seguendo diversi ricorsi tra i dissenzienti del Cinque stelle specie nell'ambito delle primarie interne al movimento: il caso più noto, ma non è il solo, è il patrocinio offerto da Borré ad uno sfidante di Giancarlo Cancelleri quale candidato alla carica di governatore della Sicilia.

A rivelarlo è lo stesso Di Martiis il quale, parlando a titolo personale aggiunge un altro dettaglio di no poco conto: «Siamo pronti a chiedere ad un tribunale civile l'annullamento delle primarie interne che in seno al Movimento dovrebbero indicare quale candidato premier in pectore Luigi Di Maio, attuale vicepresidente della Camera. E sempre al tribunale - prosegue l'attivista veneziano - sarà chiesta pure la convocazione di una assemblea nazionale per dare a quello che a tutti gli effetti è un partito un fondamento democratico che ad oggi manca». Poi un'altra precisazione: «Noi siamo in tanti. Siamo giunti ad un punto in cui è imprescindibile che da oggi in poi tutti i processi interni al movimento, ivi inclusi quelli per la selezione fella classe dirigente avvengano in modo democratico, trasparente e legittimo. Uno dei motivi dell'annunciato ricorso al tribunale civile infatti è costituito dal fatto che Rousseau, la piattaforma voluta da Davide Casaleggio per la designazione dei leader, sia de facto - denuncia ancora Di Martiis - un corpo estraneo al movimento».

Rimane da capire quale potrà essere il seguito della iniziativa lanciata poche ore fa su Change.org. Certo è che da alcuni giorni anche la stampa non prevenuta nei confronti del M5S, a partire proprio da Il Fatto, ha criticato lo stesso movimento in modo molto puntuale dando ad intendere che i malumori interni a quello che ormai sembra essere a tutti gli effetti un partito non siano affatto supiti.

Marco Milioni

mercoledì 2 agosto 2017

Padova, l'assessore Bressa: «China ingrosso, l'area non aumenta»

«Nessun raddoppio del Centro ingrosso cinese, anzi quella dell'amministrazione Giordani sarà la più grande operazione di ridimensionamento della struttura di corso Stati Uniti mai vista». L'assessore al commercio Antonio Bressa rimette un po' d'ordine dopo l'incontro avuto lunedì scorso all'Ascom, durante il quale è emersa la possibilità che il tanto contestato "China Ingross" potesse raddoppiare la superficie. Nell'ufficio che occupa da neanche un mese, Bressa ha trovato una richiesta di cambio di destinazione d'uso da artigianale a commerciale proveniente dalla Binario Spa, la società proprietaria del Centro Ingrosso Padova, cioè i capannoni alle spalle del Centro Ingrosso Cina che affacciano su via Belisario (evidenziati in giallo nella foto).

IL CASO. Un'istanza identica a quella già presentata nel 2016, quando era ancora in piedi l'amministrazione di Massimo Bitonci. Fu proprio il leghista un anno fa a pretendere 1,2 milioni di oneri urbanistici per concedere il cambio di destinazione: «All'epoca, e ancora oggi lo conferma, Bitonci disse che li aveva multati, quando invece si tratta di un'ordinaria richiesta per sanare la situazione - ha chiarito Bressa - E comunque a noi i milioni che la società deve ancora al Comune risultano essere due. L'aspetto più importante però è un altro: per ottenere la destinazione commerciale (all'interno però già avviene commercio, ndr) dovranno adeguarsi alla legge, e quindi ricavare dai loro spazi 4.400 metri quadrati per fare altri parcheggi sia d'uso pubblico che privato-commerciale. Per realizzarli dovranno abbattere per forza qualcuno dei loro capannoni, riducendo quindi notevolmente l'attuale spazio». Con Bitonci era già stato trovato un mezzo accordo, e la Binario si era impegnata a pagare il saldo delle opere urbanistiche e a costruire un parcheggio a due piani distante però dal "China Ingross". «Per noi è un'assurdità e siamo pronti a bloccare i permessi se la proposta è questa», afferma Bressa che sul tema ha già alle costole le associazioni di categoria, a cominciare dall'Ascom.

LA SOCIETÀ. «Binario è in avanzata fase di trattativa per l'acquisizione di alcuni spazi da adibire a parcheggio e si sta valutando la realizzazione di un silos per auto in un edificio dismesso all'interno dell'area». A dirlo è l'avvocato padovano Giorgio Ronzani, uno dei legali di Binario Spa, la società milanese ma di proprietà di un fondo d'investimento svizzero che detiene una porzione importante della zona. «L'area è forte di oltre 70 mila metri quadri di superficie coperta, conta 20 capannoni e ospita 150 società affittuarie - spiega Ronzani - solo poche delle quali sono di proprietà di grossisti cinesi dell'abbigliamento che abbiamo verificato si occupino solo di vendite all'ingrosso».

L'AREA. Un'area dunque ben più vasta rispetto a quella dove insiste il Centro Ingrosso Cina e che è da tempo delimitata da un muro che i proprietari dei capannoni che si affacciano su Corso Stati Uniti hanno deciso di erigere per distinguere chiaramente le due proprietà. «Come la gran parte della Zip anche la superficie di Binario è ad uso artigianale - ha ammesso l'avvocato - Ma sono anni che stiamo lavorando ad un accordo con il Comune per sanare questa vecchia pendenza. Avevamo chiuso un accordo con Bitonci ed ora attendiamo la fine dell'estate per potere trovare una soluzione condivisa con la nuova amministrazione. Binario nel frattempo è pronta ad acquistare superfici congrue ed adiacenti da adibire a parcheggio nell'area che sta dietro gli uffici di AcegasApsAmga e sta valutando di creare un silos per auto a più piani sfruttando la cubatura di un vecchio edificio dismesso all'intero della superficie di pertinenza della società. Un'operazione che non ci vedrà costretti ad abbattere alcunché e che ci permetterà di garantire ai nostri affittuari i servizi previsti dalle normative urbanistiche vigenti».

da Il Mattino di Padova del 2 agosto 2017; pagina 17

sabato 22 luglio 2017

Miteni, le Rsu: «Azioni legali verso la società». Ma la triplice nicchia


"Cara Miteni siamo in stato di agitazione perché la disdetta unilaterale da te decisa per gli accordi aggiuntivi altro non è che una scusa per un futuro fatto di deregulation sul piano della sicurezza, della pesantezza dei turni e della contropartita economica. Affermare come fa la dirigenza che quegli accordi sono vecchi di quarant'anni è falso perché si tratta di intese riaggiornate via via nel tempo e che se azzerate riporteranno le condizioni di fabbrica indietro agli anni Sessanta". Alla grossa suona così il messaggio lanciato dai rappresentanti sindacali aziendali di Miteni, le Rsu, che oggi a mezzodì si sono trovati davanti la sede dell'azienda a Trissino nel Vicentino per fare il punto della situazione.

La ditta peraltro da anni è al centro di una durissima querelle ambientale che la vede accusata dall'Arpav di un vastissimo fenomeno di inquinamento che avrebbe interessato le falde di tutto il Veneto centrale e che sarebbe stato causato dai Pfas, i temutissimi derivati del fluoro che costituiscono una delle lavorazioni più importanti dello stabilimento di proprietà di una multinazionale germanico-lussemburghese, la Icig. Le accuse di Arpav sono poi scaturite in una vera e propria inchiesta penale condotta dalla Procura della repubblica di Vicenza.

IL BRIEFING E LE CRITICHE
Durante il briefing di oggi le Rsu hanno anche affrontato un altro tema caldo. Quello del recente incontro tra i delegati di Confindustria Vicenza, i segretari confederali provinciali di Cgil, Cisl e Uil e l'azienda, dacché quest'ultima in quella sede avrebbe illustrato un piano di rilancio in forza del quale il management avrebbe cercato di rassicurare la triplice sia sul rilancio aziendale in termini di tenuta dei livelli occupazionali, sia in termini di avvio dell'iter di bonifica: che non solo si preannuncia lunga e costosa ma che al momento è al palo. «Onestamente - rimarca Renato Volpiana, il primo a sinistra nel riquadro, rappresentante aziendale per Filctem, la sigla della Cgil che segue i chimici - non ho proprio capito la ratio di quell'incontro di pochi giorni fa che nemmeno conoscevamo nel dettaglio». Non mancano poi le accuse ad alzo zero verso la società, presa di mira «per abbassare gli standard in tema di sicurezza dei turni di lavoro e di remunerazione a fronte di un management che mai come era capitato prima si assegna benefit da sogno in termini di auto di livello premium assegnate a quel dirigente piuttosto che a quel quadro. Benefit alto di gamma concepiti in faccia al lavoro di chi si spacca ogni giorno la schiena durante il turno».

FREDDEZZA NEL SINDACATO
Parole che denotano una certa freddezza nei confronti della iniziativa cui si aggiunge un altro elemento. Da quando nel 2013 l'affaire Miteni è esploso in tutta la sua virulenza, pur a fronte degli altissimi livelli di derivati del fluoro rilevati nei lavoratori, livelli di molto superiori anche a quelli dei cittadini delle aree più contaminate, il sindacato non ha mai dato mandato ai suoi consulenti, e medici e legali, il mandato per avviare una azione legale sia in ambito del lavoro, sia in ambito civile sia penale a supporto delle maestranze che si ritengono colpite sul piano della salute con risvolti anche sul piano giudiziario. «Noi abbiamo chiesto questo intervento ma fino ad oggi da parte dei vertici provinciali c'è stato un atteggiamento molto prudente. Detto questo - rimarca ancora il rappresentante della Rsu - i lavoratori comunciano ad essere davvero preoccupati tanto che stiamo pensando di muoverci anche in autonomia». Una presa di posizione che è destinata a pesare come la pietra anche alla luce del fatto che i valori sulla presenza dei Pfas nel sangue degli operai vengono comunicati alle maestranze con cadenza annuale.

LO SPETTRO AMBIENTALE
Tuttavia sul fronte Miteni la situazione rimane incandescente non solo sul piano sanitario, ma anche su quello ambientale. Da quando la contaminazione è stata acclarata il piano per cambiare le fonti di approvvigionamento idrico langue: si tratta di un piano complesso dai costi improbi che si aggirano sui 200 milioni. Altrettanto potrebbe costare l'intera bonifica della matrice inquinante della Miteni, sempre che questa sia possibile, tanto che da mesi comitati e ambientalisti si domandano se mai il privato, cui per legge spetterebbe l'onere, avrà mai la forza per sostenere un eventuale incombenza di questo tipo.

Rispetto alla quale c'è un altro elemento che bisogna tenere in considerazione. Pochi giorni fa infatti i media locali hanno dato notizia del protocollo d'intesa che dovrebbe dare l'abbrivio ufficiale al piano di caratterizzazione della Miteni. Si tratta di una procedura ufficiale che non solo è propedeutica alla bonifica, ma che soprattutto, proprio a fronte di un risanamento ambientale che dovesse rimanere solo sulla carta, darebbe la stura alla magistratura e agli inquirenti di contestare il reato di omessa bonifica, che per definizione, ove la riqualificazione ambientale finisse per languire, diviene un reato che non si prescrive perché permanente.

INCOGNITE GIUDIZIARIE
In realtà una delle critiche più dure del fronte ecologista alla Regione si era concentrato proprio sulla lentezza con cui l'amministrazione capitanata dal governatore leghista Luca Zaia stia progredendo alla stesura del protocollo che coinvolge anche il comune di Trissino e la provincia di Vicenza. Ora dalla lettura approfondita delle carte occorrerà capire se quel protocollo codificato in una delibera della giunta regionale con tanto di corposo allegato, sia veramente il primo step per il piano di caratterizzazione, con tutte le magagne penali che conseguono per la società in caso di inottemperanza. O se invece si tratta di una semplice lettera di intenti che lascia al privato lo spazio per non essere chiamato a rispondere rispetto ad alcune fattispecie penali.

Marco Milioni