venerdì 20 ottobre 2017

Pfas, ecobomba veneta tra terra, aria, acqua e prodotti tipici



Il Veneto centrale è seduto sopra una ecobomba ad orologeria. Per ricordarlo a politici, amministratori, burocrati e imprenditori il giorno 8 ottobre a Lonigo, importante centro agricolo e commerciale del basso Vicentino, hanno sfilato in oltre diecimila. La cittadina, che affonda le sue radici nella preistoria, è divenuta suo malgrado, il simbolo di una contaminazione da derivati del fluoro. Sono i Pfas e sono prodotti dalla Miteni, una fabbrica che si trova a Trissino, venticinque kilometri più a Nord sempre in provincia di Vicenza. Nel 2013 l'affaire Pfas è diventato un caso nazionale, anzitutto per le sue proporzioni giacché la contaminazione tocca un bacino potenziale di utenti di 350mila persone residenti nelle provincie di Vicenza, Padova e Verona lungo il bacino dell'Agno-Guà-Fratta-Gorzone, un sistema fluviale che nasce sulle piccole Dolomiti per giungere sino all'Adriatico.

Proprio nel 2013 l'Agenzia ambientale della Regione Veneto, l'Arpav, a seguito di uno studio sulla qualità delle acque potabili, di superficie e di falda, condotto in collaborazione con l'Istituto superiore di Sanità (Iss), aveva identificato nella Miteni la sorgente di tale contaminazione. L'azienda inizialmente ha disconosciuto gli addebiti; poi però le contestazioni, anche a seguito di una serie di esposti molto circostanziati da parte di alcune organizzazioni ambientaliste e da parte di alcuni attivisti del M5S, sono sfociate in una inchiesta della procura della repubblica che potrebbe avere esiti clamorosi. A quel punto sempre l'azienda, col consigliere delegato Antonio Nardone, ha chiamato in causa quelli che fino al 2008 erano i precedenti proprietari della Miteni, ovvero i giapponesi della Mitsubishi anche se il presidente Brian Anthony McGlyn, dettaglio non da poco, rivestiva la stessa carica sotto entrambe le prorpietà. I giapponesi dal canto loro dopo un periodo di coabitazione societaria con l’Eni, avevano precedentemente acquisito l'impianto proprio dal colosso energetico italiano, il quale a sua volta l'aveva acquistato dalla Marzotto, l'influente casata industriale veneta che è originaria proprio di Trissino in valle dell'Agno.

L'UTILIZZO E I RISCHI PER LA SALUTE
Ma quale è il campo di utilizzo di queste sostanze? In realtà i Pfas hanno un campo di utilizzo sterminato. Gergalmente sono noti come tensioattivi che hanno la capacità di impermeabilizzare metalli, tessuti, pellami. Vengono impiegati nell'industria dell'abbigliamento (Goretex), in quella del pentolame (Teflon), ma anche in quella navale, aeronautica e militare. Gli impianti che la producono nel mondo non sono tantissimi, ma spesso i territori interessati da questo tipo di produzione sono divenuti teatro di inchieste e contenziosi titanici. Basti pensare a quello ventennale, raccontato sulle testate statunitensi più blasonate, nato sulle rive del fiume Ohio in West Virginia. Per una esposizione a danno di 70mila persone, l'avvocato Robert Billot, che di recente ha fatto visita ai luoghi veneti della contaminazione, ha trascinato il colosso DuPont in tribunale costringendolo de facto ad un accordo transattivo che ha raggiunto la cifra monstre di 670 milioni di dollari: una causa epocale che non solo ha fatto scuola sul piano del diritto, ma che ha anche obbligato la multinazionale a finanziare un imponente studio indipendente «che ha dimostrato» le conseguenze dei Pfas sulla salute umana: si parla infatti di sostanze che causano gravissimi disturbi ormonali e che in alcuni casi, potrebbero anche essere cancerogene. In Italia, come nel resto del mondo, la politica è intervenuta fissando limiti di performance (ovvero limiti guida) che però a livello internazionale differiscono da Stato a Stato. Nel 2016 il ministero dell'ambiente italiano ha fissato alcune soglie specifiche scatenando una polemica durata settimane. Va ricordato infatti i Pfas sono una famiglia di sostanze molto diverse tra loro: più è lunga la catena atomica che li compone maggiore è la tossicità della molecole e di conseguenza variano le soglie. Miteni infatti dal 2011 non produce più i temuti composti a catena lunga, ma nella comunità scientifica, come ha ricordato più volte Marina Lecis, il consulente tecnico scientifico che ha contribuito alla stesura di alcuni esposti penali, tali sostanze vengono riconosciute ugualmente nocive se non di più. Il punto però è che le mamme che ieri hanno manifestato a Lonigo sono preoccupate perché lungo i comuni del bacino interessato dalla contaminazione (Lonigo è il luogo simbolo, ma destano preoccupazione i dati ugualmente alti registrati negli acquedotti di Cologna, Montagnana, Sarego e molti altri ancora) i valori riscontrati in alcuni soggetti della popolazione, bambini inclusi sono comunque alti. Più alti della soglia di 90 nanogrammi per litro introdotta dalla Regione Veneto che ha identificato un limite più stringente di quello stabilito a Roma.

Tra l'altro Vincenzo Cordiano, il medico vicentino che per primo ha lanciato l'allarme Pfas nel Veneto, quando sente discutere di limiti, sia che vengano posti dallo Stato che dalla Regione, parla senza mezzi termini di «specchietti per le allodole» ribadendo che in accordo con la posizione assunta da Isde-Medici per l'ambiente, di cui Cordiano tra l'altro è presidente per il Vicentino, gli unici valori accettabili sono quelli pari a zero. Una presa di posizione che ha dato forza al coordinamento «mamme no Pfas» per chiedere che in attesa di nuove linee di approvvigionamento l'acqua non contaminata sia portata nelle case con le autobotti: un'operazione che potrebbe costare alla Regione sui 17 milioni di euro all'anno.

LE IMPLICAZIONI GIUDIZIARIE
E le preoccupazioni delle mamme di recente si sono moltiplicate quando tra i comitati è maturato il convincimento che l'azienda, stretta tra le difficoltà economiche e quelle dell'inchiesta, di punto in bianco possa prendere la palla al balzo di una ipotetica richiesta di risarcimenti per chiudere la fabbrica lasciando sul groppone della collettività ogni onere di bonifica. E se tuttavia da una parte il consigliere delegato Nardone sentito da Repubblica.it ha negato perentoriamente questa eventualità, dall'altra Alessandro Gariglio, l'avvocato di Greenpeace che da mesi segue il dossier Pfas, è altrettanto perentorio nell'affermare che «la drammatica necessità di dotare l'azienda di risorse fresche sta scritta nell'ultimo bilancio della Miteni quello del 2016». Lo stesso avvocato tra l'altro fa sapere che non più tardi di lunedì scorso ha depositato alla procura di Vicenza un dettagliato dossier commissionato da Greenpeace a Somo, l'osservatorio specializzato nella ricerca sul comportamento delle multinazionali. «Abbiamo fornito ai magistrati che seguono l'inchiesta - sottolinea ancora il legale - un ulteriore strumento per fare luce sull'intricato dedalo societario che sta dietro la Miteni. Ovviamente Greenpeace - spiega Gariglio - non può disporre di rogatorie internazionali, ma la magistratura, qualora il reale assetto della proprietà sia necessario al lavoro degli inquirenti, anche grazie alla nostra segnalazione, potrà agire con tutti gli strumenti che la legge le mette a disposizione».

Tuttavia durante il corteo di ieri hanno fatto sentire la propria voce altri due volti molto noti del fronte «no Pfas». Il primo è il vicentino Edoardo Bortolotto, esperto di diritto penale dell'ambiente, è uno degli avvocati che nel tempo ha redatto gli esposti contro la Miteni: «Non vorrei mai che la questione dei limiti diventasse una foglia di fico sul problema reale che riguarda i possibili danni alla salute e all'ambiente. In tal senso l'orientamento della Cassazione è costante: chi ha inquinato anche con sostanze la cui presenza rispetta le soglie di legge va comunque perseguito e condannato perché quei valori costituiscono solo un limite di allarme oltre il quale l'autorità amministrativa è costretta ad un determinato intervento».

Il secondo invece è Giovanni Fazio, medico di Arzignano e portavoce della associazione ambientalista Cillsa: «Chiediamo che le autorità, Regione e Ulss in primis, ci informino sullo stato della contaminazione nel ciclo alimentare perché comunque agricoltura e zootecnia hanno adoperato quell'acqua. E chiediamo che in caso di inadempienze da codice penale la procura agisca di conseguenza».

ZAIA E L'ALLARME IN COMMISSIONE
Il che potrebbe suonare come una generica preoccupazione ma non è così. Ieri infatti incalzato durante una puntata de “Le iene” su Italia 1 il governatore veneto Luca Zaia (Lega) non è stato in grado di dire nulla sui risultati della indagine che la Regione avrebbe condotto proprio sulla contaminazione alimentare. Un silenzio che diventa assordante se messo in relazione alle dichiarazioni esplosive del sindaco di Lonigo Luca Restello (leghista pure lui) rese in Commissione ecomafie: «... il problema - si legge nel verbale del 26 settembre 2017 da poche ore reperibile on-line sul sito della Camera - è quello riguardante l'agricoltura. Voi sapete che l'acqua che viene emunta si trova in particolare in provincia di Vicenza... Nel Veronese, infatti, con il canale irriguo Leb si riesce a portare l'acqua, in pratica, in tutte le campagne, mentre nel Vicentino questo non avviene e tutti gli agricoltori hanno un pozzo privato, andando ad emungere direttamente dal sottosuolo l'acqua necessaria all'irrigazione dei campi. Orbene, è necessario che quest'utilizzo d'acqua sia impedito. Anche se non ci sono ancora dati ufficiali, infatti, dalle indiscrezioni che ho avuto tutte le produzioni agricole sono certissimamente contaminate da questi inquinanti. È necessario uno stanziamento ulteriore di denaro per ripristinare tutta la rete idrica superficiale irrigua nei campi e potenziare le capacità del Leb di portare acqua anche in questa parte non servita del vicentino». Parole pesantissime che raccontano una realtà molto più cruda di quella descritta dallo stesso Zaia sempre alle telecamere delle Iene.

NELLA PANCIA DELLA MITENI
Il discorso di Restello, al di là dell'allarme di vasta portata su tutto il comparto agricolo, per di più pone alcuni quesiti dirimenti. Se Miteni è responsabile dell'inquinamento in quanta parte questo è ascrivibile alle sostanze nocive finite nel depuratore di Trissino e quanto invece deriva da eventuali perdite sotto il sedime di uno stabilimento adagiato su una superficie vastissima che sormonta una zona di ricarica della falda? È vero che durante i controlli ambientali all'interno della fabbrica i carabinieri del Noe, incaricati dalla procura berica, avrebbero fatto alcune scoperte molto significative sul piano del livello dell'inquinamento? Ed è vero che fonti di contaminazione da Pfas sarebbero state trovate anche fuori dal bacino dell'Agno-Guà-Fratta? Al secondo quesito ha risposto ieri il quotidiano l'Arena che parla di quantitativi rilevanti rinvenuti a Soave nel Veronese non troppo distante dall'area di servizio Scaligera, un autogrill collocato proprio lungo l'autostrada Brescia-Padova tra le province di Verona e Vicenza. Il tutto mentre nel comprensorio trissinese si moltiplicano timori che anche l’aria, quanto meno in passato, possa essere stata significativamente contaminata dai Pfas.

Per quanto riguarda poi la gravità della situazione che sarebbe stata rilevata durante le ispezioni all'interno della fabbrica, sono eloquenti le parole di Davide Faccio, sindaco leghista di Trissino pure lui sentito dalla Commissione ecomafie: il verbale è ancora quello del 27 settembre. Il primo cittadino parla della bonifica e della caratterizzazione, ovvero il procedimento tecnico-amministrativo teso a conoscere lo stato reale delle fonti inquinanti e la loro gravità: «Il problema è che Miteni ha un'estensione talmente grande che...» per assumere i campioni «... e testarli ci vogliono capannoni interi» giusto per «riuscire a custodire tutto questo materiale» per non parlare delle risorse umane necessarie a svolgere un lavoro del genere, tanto che l'Arpav, rivela sempre il sindaco, avrebbe contattato le agenzie cugine di altre regioni «per avere supporto» in questo senso visto che «il lavoro sulla caratterizzazione è notevole e sicuramente» non porterà a risultati «nell'immediato».

I LAVORATORI: VASI DI COCCIO TRA VASI DI FERRO
Tuttavia in questa burrasca perenne i lavoratori della Miteni rischiano di finire come i vasi di coccio in mezzo a quelli di ferro. L'azienda lamentando un difficile momento economico alcune settimane fa ha disdetto «unilateralmente» quelli che si chiamano gli accordi di secondo livello, ovvero quelle migliorie sul piano della organizzazione del lavoro e sul piano economico, di cui per anni le maestranze avevano beneficiato «anche in ragione della delicatezza delle lavorazioni chimiche» per le quali la fabbrica è classificata a rischio Seveso, il più alto nella norma italiana. E c'è di più, perché oltre al profilarsi all'orizzonte di una crisi aziendale, presunta o reale che sia, molti tra gli operai registrano valori di Pfas nel sangue «migliaia di volte superiori» a quelli più alti denunciati dai residenti del bacino. «Noi operai - fa sapere Renato Volpiana, membro della rappresentanza sindacale di fabbrica per Filctem-Cgil - ci stiamo battendo senza sosta perché siano salvaguardate al meglio la salute dei lavoratori e le condizioni di sicurezza dei 140 dipendenti nell'impianto, ma ognuno deve fare la sua parte». Il riferimento è al duro contenzioso in essere con l'azienda che è sfociato in una serie di scioperi. Ma sul piano della salute come hanno intenzione di regolarsi i lavoratori? «Per questioni di riservatezza - precisa ancora Volpiana che ieri era anche lui a Lonigo - non posso parlare al momento, ma se qualcuno pensa che staremo con le mani in mano si sbaglia di grosso» conclude il sindacalista trissinese.

LO SCENARIO

Sul piano più generale rimane la questione della pressione ambientale esercitata sul Veneto centrale non solo dalla Miteni, ma da tutta l'industria chimica dell'Ovest Vicentino, a partire da quella conciaria, che da quarant'anni è al centro di polemiche al vetriolo giacché una parte del mondo ecologista accusa queste industrie di avvelenare l'aria, le acque e i terreni in spregio delle norme ambientali. In realtà la classe dirigente regionale non è mai riuscita a fare i conti col passato e men che meno, è riuscita a ripensare un modello di sviluppo che sul medio periodo fosse compatibile con l'ambiente. Così i problemi si sono cronicizzati e ora, dopo l'arrivo della crisi, questa mancanza di lungimiranza rischia di essere pagata a caro prezzo. In realtà negli anni non sono mancati i suggerimenti di chi come il professor Gianni Tamino, già ordinario di biologia a Padova, uno dei massimi esperti italiani del settore, aveva provato a proporre modelli produttivi meno invasivi, ma la politica e la classe imprenditoriale per mille motivi sono rimaste indietro o addirittura non hanno ascoltato il lamento che giungeva dalle province di Padova e Verona, dove forte è la vocazione agricola e zootecnica. Un mancato ascolto del quale ieri hanno parlato davanti alle telecamere di Telearena, pur con toni diversi, anche il presidente della provincia di Vicenza, il democratico Achille Variati e il suo pari grado veronese, ovvero Antonio Pastorello che invece è espressione del centrodestra. Da qualche giorno l’amministrazione regionale sostiene, almeno per quanto concerne l’acqua al rubinetto, di aver potenziato gli impianti di filtraggio in modo da poter garantire acqua a zero pfas. Ma c’è chi come il consigliere regionale veneto Andrea Zanoni del Pd, si dice scettico.

Marco Milioni

lunedì 16 ottobre 2017

Caso Pfas, chi striscia non inciampa


Una testata vicentina con velleità giornalistiche pubblica un'articolessacon un italiano da  codice penale peraltro, in cui goffamente e per interposta persona tenta di minimizzare il contenuto shock di un verbale della Commissione ecomafie. E lo fa cercando di ironizzare su un mio articolo che proprio quell'aspetto andava ad approfondire. All'anonimo estensore del breve servizio, per ragioni di sintesi da definirsi servizietto, dico solo una cosa. L'ironia, finanche la malafede, per essere coltivate hanno bisogno di una soglia minima di rudimenti nonché di intelligenza. Ingredienti che evidentemente mancano collega senza volto. Mancanza di attributi o di argomenti? Lascio agli appassionati di mediocrità l'onere di scoprire chi sia il direttore di quella testata, chi ne siano gli eventuali referenti e chi contribuisca a reperire gli ingaggi pubblicitari. Al quale vanno comunque tutti i miei complimenti vista la qualità del prodotto presentato agli inserzionisti. Che sicuramente saranno persone dalla pelle dura. Se intanto vi volete fare un'idea di quanto accaduto leggete qui.

Marco Milioni

domenica 15 ottobre 2017

Andrai a votare? No


Da settimane amici e conoscenti mi stanno martellando con lo stesso quesito. Andrai a votare il 22 ottobre al referendum per l'autonomia del Veneto? Ve lo dico qui per non dover ripetermi all'infinito. Non andrò a votare. Rispetto chi ci va, ma io non sarò alle urne perché questo referendum non è una cosa seria. Soprattutto non è credibile che a proporlo sia quella forza politica che dopo anni passati a governare il Paese con una maggioranza bulgara non è riuscita a portare a casa nulla per il Veneto che non sia il Mose, la Spv e i project financing della sanità e un'urbanistica all'ingrasso. Tutta opera del centrodestra? Certo che no. Il centrosinistra ha più o meno le stesse responsabilità. Però il governatore leghista Luca Zaia sta maldestramente usando questa consultazione per nascondere i suoi insuccessi. Se poi andiamo a guardare come i veneti hanno ridotto in questi ultimi cinquant'anni una delle regioni più belle del mondo trasformandola in un infinito tapis roulant di centri commerciali, capannoni, villette geometrili, svincoli ed altra scatologia edilizia varia, a me, federalista autentico, viene il tremore ai polsi, immaginando che cosa farebbero lor signori con il residuo fiscale tanto agognato. Ancora maggior pena fanno poi tutti i manutengoli delle cosiddette opposizioni che si sono accodati al carro di Zaia sperando che qualche goccia della melassa destinata alla bocca ai padroni del vapore finisca in quei cavi orali ormai privi di saliva a forza di leccare i piedi alla propaganda del sì. Comunque tutti calmi: dopo che Zaia avrà ottenuto la sua vittoria e il suo quorum alto (che deve almeno essere di un 75% altrimenti è una sconfitta) tutto tornerà come prima. Diciamo che l'anelito dei fautori del referendum sta all'autonomismo come Leone di Lernia sta a Paolo Conte. Caro Zaia «Te si' mangiàt' la banana co' due sarcicce e o' parmiggian' e mo' te sinte male...». Ultimo ma non da ultimo. Ci sono dei buontemponi che definiscono vigliacchi coloro che non andranno a votare. Li sfido ad un dibattito pubblico sull'argomento, vediamo se si fanno vivi. Nel caso rimarranno attaccati alle sottane di mammà  chi sarà il vigliacco? La vigliaccheria può essere multata?

Marco Milioni

giovedì 5 ottobre 2017

«Veneti e mafia», il convegno del Covepa

«Veneti e mafia» è il titolo scelto per l'incontro organizzato domani, venerdì 6 ottobre a Trissino dal Covepa, il Coordinamento veneto per la pedemontana alternativa. La serata, introdotta e moderata dal portavoce del Covepa Massimo Follesa, vedrà come unico relatore Enzo Guidotto, già consulente della Commissione bicamerale antimafia e oggi presidente dell'Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso. Il dibattito, che inizia alle 20,30 si tiene presso la sala della biblioteca civica di Trissino in provincia di vicenza in via Manzoni 10. Dell'appuntamento ha dato conto già il sito web del Covepa con una breve nota datata 30 settembre. L'ingresso è libero. Per le informazioni è disponibile un numero di telefono: +393478722240.

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domenica 24 settembre 2017

M5S, alcuni attivisti chiedono di rifondare il movimento: all'orizzonte altri ricorsi ai giudici

Lo scenario che si prefigura attorno al M5S resta ancora da chiarire fino in fondo. Se da una parte in queste ore i media raccontano della rapida scalata del leader «designato» Luigi Di Maio dall'altra cominciano a filtrare voci non irrilevanti di frizioni di una certa portata proprio ai più alti livelli: basti pensare al gelo tra Beppe Grillo e Davide Casaleggio, i dominus del movimento, riferiti dai media dell'Emilia Romagna.

Ma c'è un'altra incognita che potrebbe pesare moltissimo sul futuro dei Cinque stelle. Si tratta di una petizione on-line lanciata ieri su Change.org da alcuni attivisti dei Cinquestelle: «Si è ora resa necessaria e non rimandabile - si legge nel testo - la costituzione di un Comitato di salvaguardia che incarni e tuteli tutti i valori e i principi del Movimento, nel frattempo ormai omessi se non aggirati da logiche che nulla hanno a che spartire con le modalità e l’ideologia originaria del M5S».

Tra gli estensori del documento c'è il veneziano Riccardo Di Martiis il quale è stato nominato portavoce pro-tempore del gruppo promotore della iniziativa. E quest'ultimo sugli intendimenti della petizione non ha dubbi: «Riteniamo che siano stati confusi e deviati gli originari intenti del M5S portando ad intraprendere un viaggio il cui percorso non sembra avere come obbiettivo il luogo migliore dove vivere ma ad una struttura fine a stessa che si avvicina sempre più ai partiti tradizionali; pensiamo pertanto sia nostro preciso dovere, ricondurre ad un giusto equilibrio per arginare la sistematica mistificazione delle fondamenta ideologiche e politiche».

In questo contesto c'è un dettaglio da non sottovalutare. Il consulente legale del gruppo «è Lorenzo Borré», l'avvocato del foro di Roma che sta seguendo diversi ricorsi tra i dissenzienti del Cinque stelle specie nell'ambito delle primarie interne al movimento: il caso più noto, ma non è il solo, è il patrocinio offerto da Borré ad uno sfidante di Giancarlo Cancelleri quale candidato alla carica di governatore della Sicilia.

A rivelarlo è lo stesso Di Martiis il quale, parlando a titolo personale aggiunge un altro dettaglio di no poco conto: «Siamo pronti a chiedere ad un tribunale civile l'annullamento delle primarie interne che in seno al Movimento dovrebbero indicare quale candidato premier in pectore Luigi Di Maio, attuale vicepresidente della Camera. E sempre al tribunale - prosegue l'attivista veneziano - sarà chiesta pure la convocazione di una assemblea nazionale per dare a quello che a tutti gli effetti è un partito un fondamento democratico che ad oggi manca». Poi un'altra precisazione: «Noi siamo in tanti. Siamo giunti ad un punto in cui è imprescindibile che da oggi in poi tutti i processi interni al movimento, ivi inclusi quelli per la selezione fella classe dirigente avvengano in modo democratico, trasparente e legittimo. Uno dei motivi dell'annunciato ricorso al tribunale civile infatti è costituito dal fatto che Rousseau, la piattaforma voluta da Davide Casaleggio per la designazione dei leader, sia de facto - denuncia ancora Di Martiis - un corpo estraneo al movimento».

Rimane da capire quale potrà essere il seguito della iniziativa lanciata poche ore fa su Change.org. Certo è che da alcuni giorni anche la stampa non prevenuta nei confronti del M5S, a partire proprio da Il Fatto, ha criticato lo stesso movimento in modo molto puntuale dando ad intendere che i malumori interni a quello che ormai sembra essere a tutti gli effetti un partito non siano affatto supiti.

Marco Milioni

mercoledì 2 agosto 2017

Padova, l'assessore Bressa: «China ingrosso, l'area non aumenta»

«Nessun raddoppio del Centro ingrosso cinese, anzi quella dell'amministrazione Giordani sarà la più grande operazione di ridimensionamento della struttura di corso Stati Uniti mai vista». L'assessore al commercio Antonio Bressa rimette un po' d'ordine dopo l'incontro avuto lunedì scorso all'Ascom, durante il quale è emersa la possibilità che il tanto contestato "China Ingross" potesse raddoppiare la superficie. Nell'ufficio che occupa da neanche un mese, Bressa ha trovato una richiesta di cambio di destinazione d'uso da artigianale a commerciale proveniente dalla Binario Spa, la società proprietaria del Centro Ingrosso Padova, cioè i capannoni alle spalle del Centro Ingrosso Cina che affacciano su via Belisario (evidenziati in giallo nella foto).

IL CASO. Un'istanza identica a quella già presentata nel 2016, quando era ancora in piedi l'amministrazione di Massimo Bitonci. Fu proprio il leghista un anno fa a pretendere 1,2 milioni di oneri urbanistici per concedere il cambio di destinazione: «All'epoca, e ancora oggi lo conferma, Bitonci disse che li aveva multati, quando invece si tratta di un'ordinaria richiesta per sanare la situazione - ha chiarito Bressa - E comunque a noi i milioni che la società deve ancora al Comune risultano essere due. L'aspetto più importante però è un altro: per ottenere la destinazione commerciale (all'interno però già avviene commercio, ndr) dovranno adeguarsi alla legge, e quindi ricavare dai loro spazi 4.400 metri quadrati per fare altri parcheggi sia d'uso pubblico che privato-commerciale. Per realizzarli dovranno abbattere per forza qualcuno dei loro capannoni, riducendo quindi notevolmente l'attuale spazio». Con Bitonci era già stato trovato un mezzo accordo, e la Binario si era impegnata a pagare il saldo delle opere urbanistiche e a costruire un parcheggio a due piani distante però dal "China Ingross". «Per noi è un'assurdità e siamo pronti a bloccare i permessi se la proposta è questa», afferma Bressa che sul tema ha già alle costole le associazioni di categoria, a cominciare dall'Ascom.

LA SOCIETÀ. «Binario è in avanzata fase di trattativa per l'acquisizione di alcuni spazi da adibire a parcheggio e si sta valutando la realizzazione di un silos per auto in un edificio dismesso all'interno dell'area». A dirlo è l'avvocato padovano Giorgio Ronzani, uno dei legali di Binario Spa, la società milanese ma di proprietà di un fondo d'investimento svizzero che detiene una porzione importante della zona. «L'area è forte di oltre 70 mila metri quadri di superficie coperta, conta 20 capannoni e ospita 150 società affittuarie - spiega Ronzani - solo poche delle quali sono di proprietà di grossisti cinesi dell'abbigliamento che abbiamo verificato si occupino solo di vendite all'ingrosso».

L'AREA. Un'area dunque ben più vasta rispetto a quella dove insiste il Centro Ingrosso Cina e che è da tempo delimitata da un muro che i proprietari dei capannoni che si affacciano su Corso Stati Uniti hanno deciso di erigere per distinguere chiaramente le due proprietà. «Come la gran parte della Zip anche la superficie di Binario è ad uso artigianale - ha ammesso l'avvocato - Ma sono anni che stiamo lavorando ad un accordo con il Comune per sanare questa vecchia pendenza. Avevamo chiuso un accordo con Bitonci ed ora attendiamo la fine dell'estate per potere trovare una soluzione condivisa con la nuova amministrazione. Binario nel frattempo è pronta ad acquistare superfici congrue ed adiacenti da adibire a parcheggio nell'area che sta dietro gli uffici di AcegasApsAmga e sta valutando di creare un silos per auto a più piani sfruttando la cubatura di un vecchio edificio dismesso all'intero della superficie di pertinenza della società. Un'operazione che non ci vedrà costretti ad abbattere alcunché e che ci permetterà di garantire ai nostri affittuari i servizi previsti dalle normative urbanistiche vigenti».

da Il Mattino di Padova del 2 agosto 2017; pagina 17

sabato 22 luglio 2017

Miteni, le Rsu: «Azioni legali verso la società». Ma la triplice nicchia


"Cara Miteni siamo in stato di agitazione perché la disdetta unilaterale da te decisa per gli accordi aggiuntivi altro non è che una scusa per un futuro fatto di deregulation sul piano della sicurezza, della pesantezza dei turni e della contropartita economica. Affermare come fa la dirigenza che quegli accordi sono vecchi di quarant'anni è falso perché si tratta di intese riaggiornate via via nel tempo e che se azzerate riporteranno le condizioni di fabbrica indietro agli anni Sessanta". Alla grossa suona così il messaggio lanciato dai rappresentanti sindacali aziendali di Miteni, le Rsu, che oggi a mezzodì si sono trovati davanti la sede dell'azienda a Trissino nel Vicentino per fare il punto della situazione.

La ditta peraltro da anni è al centro di una durissima querelle ambientale che la vede accusata dall'Arpav di un vastissimo fenomeno di inquinamento che avrebbe interessato le falde di tutto il Veneto centrale e che sarebbe stato causato dai Pfas, i temutissimi derivati del fluoro che costituiscono una delle lavorazioni più importanti dello stabilimento di proprietà di una multinazionale germanico-lussemburghese, la Icig. Le accuse di Arpav sono poi scaturite in una vera e propria inchiesta penale condotta dalla Procura della repubblica di Vicenza.

IL BRIEFING E LE CRITICHE
Durante il briefing di oggi le Rsu hanno anche affrontato un altro tema caldo. Quello del recente incontro tra i delegati di Confindustria Vicenza, i segretari confederali provinciali di Cgil, Cisl e Uil e l'azienda, dacché quest'ultima in quella sede avrebbe illustrato un piano di rilancio in forza del quale il management avrebbe cercato di rassicurare la triplice sia sul rilancio aziendale in termini di tenuta dei livelli occupazionali, sia in termini di avvio dell'iter di bonifica: che non solo si preannuncia lunga e costosa ma che al momento è al palo. «Onestamente - rimarca Renato Volpiana, il primo a sinistra nel riquadro, rappresentante aziendale per Filctem, la sigla della Cgil che segue i chimici - non ho proprio capito la ratio di quell'incontro di pochi giorni fa che nemmeno conoscevamo nel dettaglio». Non mancano poi le accuse ad alzo zero verso la società, presa di mira «per abbassare gli standard in tema di sicurezza dei turni di lavoro e di remunerazione a fronte di un management che mai come era capitato prima si assegna benefit da sogno in termini di auto di livello premium assegnate a quel dirigente piuttosto che a quel quadro. Benefit alto di gamma concepiti in faccia al lavoro di chi si spacca ogni giorno la schiena durante il turno».

FREDDEZZA NEL SINDACATO
Parole che denotano una certa freddezza nei confronti della iniziativa cui si aggiunge un altro elemento. Da quando nel 2013 l'affaire Miteni è esploso in tutta la sua virulenza, pur a fronte degli altissimi livelli di derivati del fluoro rilevati nei lavoratori, livelli di molto superiori anche a quelli dei cittadini delle aree più contaminate, il sindacato non ha mai dato mandato ai suoi consulenti, e medici e legali, il mandato per avviare una azione legale sia in ambito del lavoro, sia in ambito civile sia penale a supporto delle maestranze che si ritengono colpite sul piano della salute con risvolti anche sul piano giudiziario. «Noi abbiamo chiesto questo intervento ma fino ad oggi da parte dei vertici provinciali c'è stato un atteggiamento molto prudente. Detto questo - rimarca ancora il rappresentante della Rsu - i lavoratori comunciano ad essere davvero preoccupati tanto che stiamo pensando di muoverci anche in autonomia». Una presa di posizione che è destinata a pesare come la pietra anche alla luce del fatto che i valori sulla presenza dei Pfas nel sangue degli operai vengono comunicati alle maestranze con cadenza annuale.

LO SPETTRO AMBIENTALE
Tuttavia sul fronte Miteni la situazione rimane incandescente non solo sul piano sanitario, ma anche su quello ambientale. Da quando la contaminazione è stata acclarata il piano per cambiare le fonti di approvvigionamento idrico langue: si tratta di un piano complesso dai costi improbi che si aggirano sui 200 milioni. Altrettanto potrebbe costare l'intera bonifica della matrice inquinante della Miteni, sempre che questa sia possibile, tanto che da mesi comitati e ambientalisti si domandano se mai il privato, cui per legge spetterebbe l'onere, avrà mai la forza per sostenere un eventuale incombenza di questo tipo.

Rispetto alla quale c'è un altro elemento che bisogna tenere in considerazione. Pochi giorni fa infatti i media locali hanno dato notizia del protocollo d'intesa che dovrebbe dare l'abbrivio ufficiale al piano di caratterizzazione della Miteni. Si tratta di una procedura ufficiale che non solo è propedeutica alla bonifica, ma che soprattutto, proprio a fronte di un risanamento ambientale che dovesse rimanere solo sulla carta, darebbe la stura alla magistratura e agli inquirenti di contestare il reato di omessa bonifica, che per definizione, ove la riqualificazione ambientale finisse per languire, diviene un reato che non si prescrive perché permanente.

INCOGNITE GIUDIZIARIE
In realtà una delle critiche più dure del fronte ecologista alla Regione si era concentrato proprio sulla lentezza con cui l'amministrazione capitanata dal governatore leghista Luca Zaia stia progredendo alla stesura del protocollo che coinvolge anche il comune di Trissino e la provincia di Vicenza. Ora dalla lettura approfondita delle carte occorrerà capire se quel protocollo codificato in una delibera della giunta regionale con tanto di corposo allegato, sia veramente il primo step per il piano di caratterizzazione, con tutte le magagne penali che conseguono per la società in caso di inottemperanza. O se invece si tratta di una semplice lettera di intenti che lascia al privato lo spazio per non essere chiamato a rispondere rispetto ad alcune fattispecie penali.

Marco Milioni

martedì 18 luglio 2017

Alberto Peruffo Vs Miteni e Regione Veneto

Nel mentre i cittadini vengono travolti da botte e risposte (v. postilla in calce) e da notizie poco rassicuranti (v. le news sul via libera all'impianto di cogenerazione concesso dalla Regione Veneto alla MITENI, fino agli strani rapporti di parentela tra il gruppo proprietario dell'industria della Valle dell'Agno e la belga Solvay) rimane da capire che cosa oggi stia bollendo davvero nel pentolone PFAS. Dalle parti di Confindustria Vicenza si parla sempre più incessantemente di un incontro riservatissimo a cui dovrebbero partecipare in settimana i vertici provinciali dei sindacati confederali, con i vertici aziendali della MITENI e i rappresentanti della stessa Confindustria berica. Incontro riservatissimo per stabilire esattamente che cosa visto che stando ai quotidiani regionali l'amministratore Antonio Nardone si è schierato in modo molto duro contro i lavoratori e i sindacati stessi?

L'altra questione importante riguarda poi il comportamento della Magistratura. Ipotesi di reato così pesanti quali quelle messe sul tappeto dai Carabinieri del Noe dovrebbero indirizzare l'autorità giudiziaria verso un sequestro cautelare del quale non si ha alcun sentore: cosa davvero incomprensibile.

PS a margine: tutti quanti abbiamo letto la risposta di Bottacin alla Conferenza PD. Lo scrivo per esperienza e perché fa parte del mio lavoro: quando un'istituzione in un comunicato stampa ufficiale esordisce con le parole di un filosofo (Schopenhauer) dimostra la perdita di autorità della stessa istituzione. Essa non sa più trovare le parole e chiede aiuto a un autore autorevole, le cui parole spesso sono usate per rimescolare il polverone di ciò che non si sa dire. E' un fatto più unico che raro trovare questa procedura in un comunicato stampa ufficiale istituzionale, il quale dovrebbe essere semplicemente una scrittura di fatto, non una scrittura di buone intenzioni aperto da un proclama filosofico. Tutto ciò conferma quanto scritto nel post precedente: «La perdita di autorità da parte dei dirigenti della Regione dopo il BUR [sul cogeneratore, n.d.r.] dell'altro ieri è stata siglata a chiare lettere». Ora il nuovo CS della Regione conferma questo mio pensiero. E offre indizi. Peggio di Bottacin in fatto di comunicazione e autorità ha fatto solo l'Ufficio Stampa di Nardone quando ha indetto la oramai celebre - per pochezza - Lectio Magistralis con un Dottor Nessuno per tentare di riversare contenuti autorevoli sul teatrino quotidiano della bontà della sua azienda.

Tutto ciò non sono indizi da poco. Ci mostrano il profilo intellettuale delle parti in campo. La loro grande o scarsa intelligenza. Anche nel prendere in giro le persone. Non tutte però si lasciano incantare dalle arguzie e dalle arroganze di presunte filosofie o citazioni mirabolanti. Qualcuno conosce Schopenhauer meglio di questi signori, usurpatori del bene comune anche quando attingono al pensiero di un povero grande filosofo che si rivolterebbe nella tomba se sapesse che le sue parole sono state scritte in un comunicato stampa "ufficiale" di una Regione che si prepara a promulgare un'autonomia identitaria fondata sulla veneticità dei cosiddetti veneti (magnifico argomento! direbbe Schopenhauer) e non sulla libera autonomia di pensiero e di azione di cittadinanze che non vogliono più essere schiave di Stati e di plutocrazie territoriali come la stessa Regione Veneto con i suoi feudatari confederati ha dimostrato di essere. Sono o non sono veneti confederati fino al midollo delle ossa Zonin, Galan, Chisso, Marzotto e compagnia bella? Con quali signori si incontrano i sindacati e perché?

Quali di questi ultimi - delle sigle sindacali confederali - sono succubi di questo sistema "confederato" tenuto in piedi per troppi anni in questa Regione? La RIMAR - 40 anni di storia - non vi dice niente? E' davvero possibile un cambio di passo nel mondo del lavoro dopo tutto questo polverone? Non aggiungo altro e chiudo con le terribili parole di Schopenhauer che credo il filosofo tedesco pronuncerebbe contro Bottacin per aver abusato del suo pensiero: «Noi siamo un’armata di fantasmi che assediamo l’inaccessibile». Questo saremo noi - attivisti - di fronte alla MITENI e al Palazzo della Ragione. Ops, della Regione.

Alberto Peruffo

fonte:
pagina Facebook Acqua bene comune libera dai Pfas, pubblicato il 18 luglio 2017 alle 10,43
url sorgente:
https://www.facebook.com/groups/437427346291025/permalink/1634932123207202/
versione pdf:
https://drive.google.com/file/d/0B79_g8yAOzcBV2VEZ0dCeDUzSFk/view?usp=sharing

mercoledì 12 luglio 2017

Pfas nei terreni, task force per la bonifica

Bonificare l'intera area della Miteni dai Pfas e da qualunque altra sostanza pericolosa. Sarà questo l'obiettivo finale della nuova task force formata da Regione, Provincia, Comune di Trissino e Arpav. I quattro enti hanno già approvato il protocollo che servirà a coordinare le attività di analisi e messa in sicurezza del sito inquinato, documento che era stato annunciato dopo un vertice tra gli enti avvenuto a palazzo Balbi a Venezia.

L'INTESA. Con il protocollo vengono messi nero su bianco tutti i passi che i quattro soggetti si prefiggono di attuare per eliminare la contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche dall'area della Miteni, nel territorio comunale di Trissino. Uno dei punti principali riguarda dunque l'istituzione di un comitato tecnico, sotto la regia della Regione, che avrà il compito di dare sostegno tecnico e giuridico, nelle varie azioni, all'amministrazione comunale trissinese e a palazzo Nievo. Prima di agire, però, sarà necessario conoscere nel dettaglio quali sostanze si trovino nei terreni dell'area di proprietà della Miteni e dove esse siano precisamente localizzate. A tal fine, entro 60 giorni dalla firma dell'accordo, dovrà essere redatto un nuovo piano di caratterizzazione. Come si legge nel protocollo, la Miteni dovrà aggiornare ed integrare l'analisi del rischio dei suoli e, qualora necessario, presentare il progetto di bonifica e di messa in sicurezza del sito di proprietà. La stessa ditta sarà inoltre tenuta a presentare il progetto di bonifica della falda acquifera sotterranea. Tra gli interventi è prevista anche l'implementazione di adeguate misure di prevenzione sul sito trissinese, volte ad impedire che le acque sotterranee contaminate possano fuoriuscire dall'area. Arpav metterà a disposizione le proprie strutture specialistiche per eseguire le indagini, le verifiche tecniche e di laboratorio, nonché gli accertamenti sugli impianti e le installazioni.

L'AUTORIZZAZIONE. Tra gli altri punti del protocollo figura il riesame, da parte della Provincia, dell'Autorizzazione integrata ambientale rilasciata all'azienda. «I tecnici stanno esaminando la documentazione presentata da Miteni, per capire su quali punti sia possibile migliorare - specifica il consigliere provinciale con delega all'ambiente Matteo Macilotti -. Alla fine saranno decise le prescrizioni per l'azienda». A breve sarà convocata la prima conferenza dei servizi, che vedrà gli enti coinvolti esaminare la documentazione in contraddittorio con la stessa ditta.

L'AZIENDA. «È apprezzabile che ci sia un coordinamento tra tutti gli enti per affrontare la situazione». È il commento della Miteni di fronte all'approvazione del protocollo d'intesa. «È positivo - continua l'azienda di Trissino - notare che tra i firmatari dell'accordo ci sia anche Arpav: l'agenzia ha già affiancato l'azienda nei controlli degli ultimi anni e quindi è già in possesso di tutti i dati». Miteni spiega di aver presentato alla Provincia i documenti relativi ad un'ulteriore implementazione nel sistema di gestione degli scarichi. L'intenzione della ditta trissinese è quella di realizzare «un sistema di abbattimento dei Pfas che circolano nell'aria all'interno dello stabilimento, un impianto che permetterebbe di intercettare le molecole per poi distruggerle trattandole con temperature elevate. Il progetto non renderebbe necessario lo smaltimento di questa frazione attraverso l'acqua».

da Il Giornale di Vicenza di martedì 11 luglio; pagina 19

venerdì 7 luglio 2017

Il rave amaro di Luna Rosso: denunciata la figlia di Mr Diesel

«Sarà un caso, più probabile una soffiata. Al posto di guida e in quello del passeggero due veneziani... un 44enne pregiudicato e un 56enne..., sul sedile posteriore due ragazzine vicentine, una 17enne con l’amica del cuore, 19 anni appena e un cognome importante. È lei, Luna Rosso... figlia del re del casual, mister Diesel Renzo Rosso, originario di Brugine e bassanese d’adozione... ad attirare l’attenzione degli agenti». È questo uno dei passaggi salienti dello scoop pubblicato stamani da La Nuova Venezia in pagina 10 e ripreso subito dopo sul portale della testata. Il titolo è eloquente: «Il rave amaro di Luna Rosso: denunciata la figlia di Mr Diesel». Nel servizio firmato da Cristina Genesin si legge che il 28 maggio scorso alle 22.30 una pattuglia della Polstrada segnala l’alt a una Fiat Multipla «che viaggia lungo la A57 nel territorio di Quarto d’Altino».

Della giovane nel servizio si legge ancora: «È in uno stato psicofisico alterato, la bocca impastata, le pupille dilatate e un atteggiamento “sopra le righe”. Invitata ad aprire la borsetta, consegna subito la pochette di pelle nera: al suo interno una mini-farmacia-portatile-pronta all’uso con 7 confezioni contenenti una polvere di sospetta ketamina (un peso singolo dai 0.434 ai 0.870 grammi lordi); 4 pasticche di sospetta ecstasy e ancora un involucro in cellophane con presunti cristalli di Mdma, una droga sintetica (metanfetamine) con spiccati effetti eccitanti, la più usata in discoteca tra i ragazzini per dimenticare fatica e pensieri; un involucro con sospetta Lsd (0.222 grammi lordi) oltre a 3 cannule per inalazione di polveri e 465 euro in contanti».

E così Luna Rosso «rampolla di una delle famiglie più blasonate del fashion italiano conosciuto e amato in tutto il mondo... dalle piazze alle star... finisce indagata per l’articolo 73 del Testo unico 309 del 1990, la normativa che disciplina la materia relativa alle sostanze stupefacenti. La droga viene messa sotto sequestro». Il servizio poi ricostruisce altre circostanze del controllo effettuato dalla polizia: «Quei due? Non li conosciamo» si sono difese le ragazzine, spiegando di aver trascorso il pomeriggio in un rave-party nel noto locale “Maison Musique” ad Annone Veneto pubblicizzato anche sul profilo Facebook di Luna. «Tenetevi la roba ma datemi i soldi che non sono tutti miei... Devo darne una parte a un amico» si sarebbe giustificata con i poliziotti la 19enne, trasferita nel comando della Polstrada e sottoposta a una perquisizione da parte di un’agente. Poi, riferisce ancora la Genesin sono stati informati il pm Carlotta Franceschetti della procura ordinaria di Venezia e il pm Giulia Dal Pos della procura dei Minori.

mercoledì 5 luglio 2017

Parla il sindacato aziendale: «Miteni? Situazione grave. Al via l'agitazione»

In data odierna riceviamo e pubblichiamo per intero

Rendiamo noto che la scrivente Rappresentanza Sindacale Unitaria dei Lavoratori Miteni ha dichiarato Io stato di agitazione sindacale in tutto lo stabilimento di Trissino. 

Questa decisione si è resa necessaria quale prima concreta risposta alla disdetta, da parte aziendale, di tutti gli accordi aziendali in essere. Accordi aziendali assunti negli anni attraverso condivise relazioni industriali, che riguardano importanti ed evolute predisposizioni in tema di salvaguardia della salute, sicurezza e ambiente di lavoro, oltre che altre puntuali previdenze di carattere sociale, sindacale e salariale. Respingiamo fermamente questo modus operandi dell'attuale direzione su questioni così complesse e delicate, del tutto in contraddizione con gli indirizzi di condivisione, collaborazione, coesione dalla stessa più volte enunciati. 

Nel momento in cui l'azienda sta vivendo il periodo sicuramente più difficile della sua storia, risulta francamente incomprensibile una tale decisione, con tutte le implicazioni che essa determina anche in relazione al quadro di queste difficoltà. In passato, con le precedenti gestioni, si erano registrate altre tensioni riguardanti questo tipo di relazioni, ma mai si era giunti da parte aziendale ad azioni di questo tipo. 

Anzi, in occasione di altre gravi situazioni aziendali, ci riferiamo ad esempio alla cessione di Miteni da Mitsubishi ad Icig nell'anno 2009, sempre si è perseguita la via del dialogo e le soluzioni si sono trovate, preservando innanzitutto questi accordi aziendali ritendendoli, per la loro articolazione e regolazione di importantissimi temi quali le condizioni di lavoro intercalate alle peculiarità delle nostre attività (a rischio di incidente rilevante, legge Seveso ter e affini), un valore aggiunto e un patrimonio aziendale. Per noi tutto questo è e rimane di essenziale importanza, un bene dell'azienda assolutamente da difendere. 

Con l'occasione ricordiamo poi, in riferimento a questa nostra difficile situazione aziendale, che siamo fiduciosi e che confidiamo negli impegni assunti dalla Regione Veneto durante gli incontri a Venezia del 28 marzo e 26 aprile 2017 avvenuti con gli assessori Gianpaolo Bottacin, Luca Coletto, Elena Donazzan ed il presidente Roberto Ciambetti. Ambito dal quale è scaturita l'istituzione del "Tavolo di Crisi Miteni" (vedasi al riguardo i relativi comunicati stampa che alleghiamo per conoscenza). Registriamo favorevolmente che la Regione abbia riconosciuto le nostre istanze rappresentate in quella sede in tema di monitoraggio sanitario dei dipendenti ex dipendenti Miteni e terzi, proprio in ragione delle altissime concentrazioni di PFAS presenti nel siero di questi lavoratori. Ancor più, in tema di chiarimenti applicativi dei provvedimenti in materia ambientale riguardanti l'azienda, con particolar riferimento alle DGR n.160 del 14.02.2017 e n. 360 del 22.03.2017. Infine riconosciamo l'impegno assunto nella ricognizione in tema di investimenti relativi ad un piano industriale della Miteni. Investimenti rispetto ai quali la Regione si proponeva di richiedere un coinvolgimento diretto alla casa madre Icig che controlla Miteni al fine di avere un suo concreto intervento per fronteggiare l'emergenza PFAS determinatasi nella popolazione e nei territori coinvolti. Oltre che un impegno di responsabilità verso i 130 dipendenti del sito di Trissino, quindi delle attività di innovazione, riqualificazione e risanamento ambientale. 

Visti i tempi trascorsi, la citata situazione in essere e la mancanza di riscontri a riguardo, informiamo che abbiamo già richiesto alle nostre rispettive Organizzazioni Sindacali di appartenenza di sollecitare un urgente e prioritario incontro con la Regione Veneto al fine di riconvocare il citato "Tavolo di Crisi Miteni" e verificare insieme lo stato ed il seguito concreto delle riferite azioni che dovevano essere intraprese. 

Rsu - Rappresentanza sindacale aziendale unitaria Miteni - Trissino
Trissino, addì 5 luglio 2017

Caso Zonin, Ceschi chiede lumi alla fondazione Roi

Come si può leggere la situazione delle due ex popolari venete alla luce del recente decreto ribattezzato salva banche che secondo il governo dovrebbe mettere al sicuro gli istituti di Montebelluna e Vicenza? Queste ultime saranno inglomerate da gruppi più grandi come Intesa? Barbara Ceschi a Santa Croce, imprenditrice agricola e socia di BpVi, é la nipote di Giuseppe Roi, il marchese vicentino benefattore che ideò la fondazione che porta il suo nome per contribuire alla causa della cultura berica e che ha visto il suo destino collassare insieme a quello della BpVi alla quale era legata anche dallo statuto. Ceschi, che in passato ha duramente criticato l’ex presidente di BpVi Gianni Zonin e che da quest’ultimo nella veste di ex presidente proprio della Roi ha rimediato una causa civile per danno d’immagine con annesso ingentissima richiesta di risarcimento danni, misura le parole. Parla di una situazione che vede «con immensa tristezza ed empatia verso coloro che hanno perso tutto, anche la dignità». Sempre l’imprenditrice dice di pensare ai  ai 200mila soci e alle loro famiglie, «un milione di persone macinate da persone senza scrupoli» e si dice preoccupata per «un territorio che ogni giorno si percepisce in ginocchio e cerca con immensa fatica di rimettersi in piedi». E ancora: «Io non ho le competenze per elaborare delle previsioni dettagliate - spiega la donna che per molti anni è vissuta all’estero - ma se queste banche verranno inglomerate, speriamo che sia per noi il male minore». In questo contesto la socia spiega che se acquisizione sarà ci vorrà comunque molto tempo e «un coraggio da leoni, nonché molti miliardi» per far ripartire l’istituto.

Senta Ceschi ormai sono diversi mesi che Gianni Zonin ha lasciato il consiglio di amministrazione di BpVi ma anche quello della fondazione Roi, specie in quest'ultima che cosa è cambiato con l'arrivo del presidente Ilvo Diamanti?
«Per quanto ne so io non è cambiato sostanzialmente nulla. Tant'è vero che alle parole di comprensione nei miei confronti, in classico stile vicentino, non è seguito alcunché. So che il cda è ancora quello di una volta ma mi è stato spiegato che, a meno che non si dimettano i vecchi membri, deve rimanere fino al naturale scadere dell'esercizio, che sarà mi pare in aprile del prossimo anno. Anzi, a confermare che non è avvenuto nulla di fatto, la fondazione ha pensato bene di tenersi anche Enrico Ambrosetti quale legale di fiducia dell'ex presidente oggi inquisito per l’affaire Popolare Vicenza. Non so che dire».

Ma è vero che dopo le iniziali rassicurazioni di chiudere il contenzioso civile avviato contro di lei dall'allora presidente Zonin, il nuovo presidente il professore Ilvo Diamanti, ha deciso di tenere in piedi la causa? Come mai?
«Me lo chiedo anch'io. In una riunione informale ed amichevole con il neo presidente cui hanno partecipato anche il mio consulente Gianni Giglioli e il mio legale l’avvocato Lino Roetta, i quali potranno confermare quanto mi è stato detto, Diamanti ha esordito dicendo che ha accettato l'incarico per amicizia nei confronti del Sindaco di Vicenza e che per quanto riguardava la azione legale nei miei confronti ma anche quella nei confronti di alcuni giornalisti si rendeva conto della sua sostanziale infondatezza assicurandomi che avrebbe provveduto a rinunciare alla stessa. Detto questo, ne io ne gli altri partecipanti alla riunione capiamo perché a queste parole non solo non siano seguiti i fatti. Di più siamo venuti a sapere che l'ineffabile avvocato Ambrosetti, per conto della fondazione, ha fatto richiesta al giudice affinché siano escusse altre testimonianze. Ergo, che cosa abbia in mente Diamanti al riguardo lo chieda al diretto interessato»

Da settimane, anzi da mesi, si parla sui media locali di una fondazione Roi che non rende pubblici i suoi bilanci. Lei che idea si è fatta in questo senso giacché sulle prime il neopresidente Diamanti parlò di discontinuità nel segno della trasparenza rispetto all’era Zonin?
«Se la causa civile va avanti è chiaro che otterremo quelle carte dal giudice. Sulla condotta di Diamanti comincio a pormi alcuni seri interrogativi».

Marco Milioni

sabato 1 luglio 2017

Decreto salva-venete, l'ex presidente di Benebanca attacca via Nazionale

(m.m.) Pochi minuti fa ho ricevuto una lunga lettera aperta da parte dell'ex presidente di Bene Banca, il piccolo istituto di credito piemontese interessato da una querelle di ampie proporzioni che coinvolse alcune anni fa proprio BpVi. Il testo ricevuto, una lettera aperta inviata agli organi di informazione e ai siti specializzati, che contiene un duro j'accuse a Bankitalia, viene qui di seguito pubblicato integralmente. Altre informazioni sulla vicenda di Bene Banca sono contenute nel portale realizzato da un comitato di utenti della stessa banca.

Lunedi 26 giugno 2017, prima dell'alba e precisamente alle ore 04.49, Bankitalia dirama un comunicato in ordine alla avvenuta cessione da parte dei neonominati commissari liquidatori di un ramo di azienda delle fallite popolari venete (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca) a Intesa San Paolo, ai sensi del Decreto Legge n. 99 del 25.06.2017, approvato dal Consiglio dei Ministri il pomeriggio precedente nel corso di una riunione durata appena 20 minuti.

Già le due popolari venete, da anni in evidente difficoltà e con i conti pesantemente in rosso, sono state poste in «liquidazione coatta amministrativa dal Ministero dell'economia e dopo che la Bce aveva dichiarato pochi giorni prima come le stesse fossero in condizione di “failing or likely to fail” (ossia in fallimento o in probabile fallimento). Dalla lettura dei quotidiani finanziari di questi ultimi giorni chi scrive ha appreso poi come in piena notte e nel volgere di soli 5 minuti, i commissari sono stati nominati ed hanno prontamente sottoscritto un contratto che sancisce il passaggio della parte buona delle 2 banche ad Intesa San Paolo al prezzo simbolico di 50 centesimi ciascuna e prevede impegni a carico della collettività per circa 17 miliardi.

Che bravi questi commissari: nell'arco di pochi minuti hanno studiato, analizzato e sottoscritto il contratto di cessione di ramo d'azienda contemplanti attività sottostanti per svariate decine di miliardi...

Oggi quindi, a distanza di più di 2 anni dalla denuncia del sottoscritto alla magistratura per il deposito milionario effettuato dalla Bene Banca alla BPVicenza a tassi irrisori, dopo circa venti mesi dalle perquisizioni della GdF nella sede della popolare berica, eventi che in sostanza hanno dato il via al clamore mediatico sulla vicenda delle popolari venete che ha riempito pagine e pagine dei giornali nazionali nei mesi successivi, nel volgere di poche ore, d'intesa con il Ministero dell'Economia ed il Governo, viene posto termine a questa via crucis con la declaratoria di insolvenza e l'apertura della procedura concorsuale della liquidazione coatta amministrativa, con un costo a carico dello Stato di circa 17 miliardi, pari a 250 euro per ogni contribuente italiano.

Come sempre un grande plauso agli uomini di Ignazio Visco governatore di Bankitalia per avere gestito «al meglio» la situazione, dapprima tappandosi naso e orecchie sulla gestione criminale di Zonin e soci nonostante reiterate denunce di Adusbef a partire sin dal 2008, poi favorendo un salvataggio disperato con la nascita di Atlante che ha immolato ben 3,5 mld sull'altare veneto della «stabilità di sistema» per arrivare adesso al conto finale salatissimo a carico dello Stato (e quindi di tutti noi). Veramente i migliori complimenti. Ma cosa ha fatto Bankitalia in tutto questo tempo? Nel 2013 era impegnata quanto meno a commissariare una banca del Cuneese con i conti in ordine, la Bene Banca di Bene Vagienna, una banca di credito cooperativo del tutto insignificante a livello nazionale ma molto attiva sul territorio locale, con 150 dipendenti e 1,5 miliardi di masse amministrate, 70.000 clienti e 7.070 soci. Il commissariamento più veloce della storia italiana, un record assoluto stante i soli dodici mesi e mezzo mesi di amministrazione straordinaria, culminato con la restituzione in bonis ai soci senza truma alcuno, senza cessione di rami d'azienda o sportelli, bensì con la assunzione di 4 nuovi dipendenti.

Oggi, alla luce di quanto successo, a chi scrive viene da commentare come Bankitalia avrebbe avuto di molto meglio da fare, soprattutto in Veneto. Magari ne avrebbe beneficiato la collettività intera.

Ma il commissariamento di Bene Banca è stato poi catalogato dalla Giustizia Amministrativa come «preventivo», ossia valutato e deliberato prima che i problemi sorgessero e potessero intaccare una realtà bancaria ancora sana... Così si espressero dapprima gli organi della procedura, e poi Tar del Lazio nonché il Consiglio di Stato. Peccato che questo metodo sia stato adottato solo a Bene Vagienna e non a Siena od in Veneto per esempio, ove i problemi li sono sorti eccome...

Ma il Veneto comunque indirettamente è stato beneficiato dall'intervento della vigilanza a Cuneo, visti i 38 milioni di liquidità dirottati dal commissario alla banca di Zonin, oltre a sette milioni di obbligazioni sempre della banca vicentina acquistate post commissariamento.

Per «fugare ogni imbarazzo» (così scriveva il vice direttore generale oggi dg Simone Barra ai dipendenti) veniva motivato l'azzeramento della posizione di liquidità nel 2015, post esplosione del caso mediatico sui 38 mln di liquidità depositata a tassi irrisori a Vicenza da un 'particolare' Commissario (che al contempo era anche AD di una collegata della BPVi, la Marzotto Sim) in seguito alla citata denuncia alla Magistratura del sottoscritto.

Solo oggi, post intervento governativo, Bene Banca potrà tirare un sospiro di sollievo ed esultare per non avere sacrificato alcun euro nella «campagna di Vicenza» visto che le obbligazioni (non vendute ma portate obtorto collo a scadenza nel 2018 «per evitare minusvalenze», così scriveva il dg Massaro ad ottobre 2015 ad un preoccupato e curioso sindaco di Bene Vagienna, dato il prezzo registrato sui mercati di molto sotto la pari, saranno onorate da Banca Intesa, all'uopo beneficiata da fondi statali per 4,785 miliardi al fine di non intaccare gli indicatori patrimoniali ovvero «i ratios» della forse migliore banca italiana.

Ecco dimostrato dai fatti come la denuncia a suo tempo sporta dal sottoscritto fosse oltremodo pertinente e puntuale e non un atto di reazione alla pesantissima iniziativa di Bankitalia come sbrigativamente catalogata dagli inquirenti; l'esposto di certo non era mosso da acredine personale, ma era piuttosto orientato a segnalare alla Magistratura fatti incresciosi di cui il denunciante era venuto a conoscenza, fatti che oggi sono venuti compiutamente a galla e sono sotto gli occhi di tutti. Ma per salvare la Banca Popolare di Vicenza lo Stato deve adesso impegnare 17 mld, un conto salatissimo a carico della collettività.

Altro che investimento privo di rischi come è stato catalogato dai vertici della Bene Banca per difendere l'operato del Commissario che ha permesso il loro insediamento. Ai poveri soci della Bene Banca oltre al danno si è aggiunta così la beffa.

Dopo aver già pagato in termini di mancata assistenza finanziaria ed assenza di dividendi, complice l'investimento milionario particolare e poco remunerativo a Vicenza, oggi ogni socio della bcc benese, per il salvataggio della popolare vicentina, si vede suo malgrado aumentare la propria quota di debito pubblico di circa 250 euro. Indubbiamente un bel trattamento.

Francesco Bedino
Ex Presidente di Bene Banca
sabato 1 luglio 2017

giovedì 15 giugno 2017

Spv, la denuncia del Covepa: lo spettro del conflitto di interesse su un dirigente regionale

Speranze sulla trasparenza degli atti e dubbi su possibili conflitti di interesse sulla macchina che a palazzo Balbi si occupa della Pedemontana Veneta sono lo strascico dell’ultima trasferta che proprio ieri a Venezia presso gli uffici della Regione Veneto ha visto protagonista una pattuglia che schierava esponenti di alcune associazioni ecologiste e di alcuni gruppi di espropriati: tutti quanti nell’occasione sono stati ricevuti da un pool di dirigenti regionali i quali hanno preso nota delle richieste di accesso agli atti formalizzate dai comitati.

Massimo Follesa, portavoce del Covepa, il coordinamento che si batte da anni contro la Spv e in particolar modo contro questo tracciato si dice «abbastanza fiducioso per quanto concerne la possibilità di visionare in tempi brevi le carte, a partire dal testo firmato davanti al notaio relativamente all’ultimo accordo tra il Concessionario Sis e la Regione». Tuttavia lo stesso Follesa, come riferito in una videointervista raccolta da Taepile.net, pone alcuni seri dubbi. «Andando a guardare da vicino il file impiegato per la presentazione della nuova operazione sulla Pedemontana, quella in cui il governatore leghista Luca Zaia il 7 marzo in cosniglio Regionale spiegava che l’opera sarebbe stata salvata da una addizionale irpef, siamo rimasti sconcertati». Il motivo? «Il motivo - spiega ancora l’attivista - è che quel file in cui sono schematizzate tutte le ragioni per cui Zaia decide di rimodulare l’accordo coi privati sembrerebbe essere di proprietà di Area enginering, ovvero la società che per conto della Regione ha redatto gli studi sui flussi del traffico adducendo che le nuove stime sul gettito da pedaggio sono tali da garantire la fattibilità dell’opera. Ferme restando le durissime critiche a queste previsioni e all’intero progetto - attacca ancora il portavoce - non si capisce che cosa c’entri Area engineering con il resto delle motivazioni politiche, sociali, economiche, giuridiche e amministrative illustrate da Zaia grazie a quel file che abbiamo scaricato dalla pagina pubblica del condirettore della Nuova Venezia Paolo Cagnan. Il quale peraltro conferma che quella presentazione elettronica gli è stata fornita proprio dalla Regione».

Poi c’è un’altra bordata: «Sempre spulciando tra le proprietà elettroniche di quel file abbiamo notato che il suo autore è tale ingegnere Anna Fasiol. Ora dal momento che l’ingegner Giuseppe Fasiol è uno dei massimi dirigenti della Regione con funzioni di controllo e coordinamento sul progetto Spv, ovvero è il responsabile unico del procedimento, vorremmo capire se tale Anna Fasiol abbia con lui affinità o parentele di qualche tipo e quali relazioni vi siano eventualmente tra Anna Fasiol e Area engineering. Se dovessero emergere connessioni di rilievo sarebbe una cosa gravissima: un conflitto di interessi che potrebbe inficiare addirittura la validità degli ultimi atti regionali sulla stessa Pedemontana. Per questo motivo - conclude l’architetto Follesa - alcuni giorni fa abbiamo segnalato formalmente la cosa alla autorità giudiziaria per i chiarimenti del caso. Il cielo non voglia che ci sia in conflitto di interesse privato sulla dirigenza regionale».

martedì 30 maggio 2017

Il Corsera e Colomban

Ieri il Corsera di Roma ha parlato diffusamente degli escamotage utilizzati da Massimo Colomban, assessore alle partecipate nella giunta del M5S, per garantire il dovuto stipendio al suo braccio destro Paolo Simioni. Ora al di là della stranezza, chiamiamola così, di tale condotta, ma perché nessuno fa rilevare che Simioni è o è stato parte di quella nebulosa finanziaria che nel Veneto tramite Maltauro e Save strizzava politicamente l'occhio al mondo di Giancarlo Galan e Lia Sartori? E che dire delle connessioni di Simioni con la galassia Gavio? Si tratta di universi spesso in passato criticati alla morte dalla base del M5S. Che cosa dirà o farà quella base rispetto alla scelta di un Colomban già di suo legato un tempo (solo un tempo?) al centrodestra veneto? Come mai i quotidiani nazionali, che tanto battono, doverosamente su altre contraddizioni interne alla giunta capitolina, su questo versante invece lasciano tutto sommato in pace Colomban? E soprattutto, visto che Colomban ha una ascendenza precisa nei Cinque Stelle (si pensi al duo Casaleggio Borrelli) è in qualche modo legittimo pensare che alle origini del M5S, magari con la benedizione di qualche lobby o di qualche potere, qualcuno abbia inoculato volontariamente una sorta di backdoor attraverso la quale far confluire non troppo visibilmente persone, programmi e mire, che contraddicono in toto o in parte, i princìpi del movimento nonché il sentiment della sua base? Ed è legittimo domandarsi se questi filone carsico abbia origine proprio nella finanza veneta e patavina in primis?

giovedì 25 maggio 2017

Pfas e schiume antincendio nei pozzi: i militari Usa risarciscono i residenti


(m.m.) La marina degli Stati uniti ha dovuto sborsare quasi 10 milioni di dollari per connettere numerose utenze domestiche non più servibili da pozzi privati, nel circondario della gigantesca base interforze di McGuire/Dix/Lakehurst localizzata a una trentina di kilometri dalla città di Trenton nel New Jersey. La somma è il risultato di un accordo con le vicine municipalità in ragione dell'inquinamento da derivati del fluoro (Pfos e Pfoa, noti anche come Pfas) cagionato, in particolar modo dalla parte navale della base, alle acque dei pozzi ad uso potabile adoperati dai residenti attorno al complesso militare. Questo è quanto riferisce il portale americano «Water online» che a sua volta cita altre testate d'Oltreoceano.

A finire nel mirino dei media americani ci sono, tra le altre, le schiume contenenti Pfas utilizzate in funzione antincendio e ben presenti sia negli aeroporti civili che militari, nonché nelle strutture civili e militari di addestramento: il quotidiano "Burlington county times" al riguardo dà conto proprio di una esercitazione antincendio nella «training facility» della marina a Lakehurst: uno dei settori che compongono la base del New Jersey. Il medesimo quotidiano peraltro mostra una serie di foto fornite dall'Us Air force nelle quali viene descritto l'ampio uso di Pfas nelle schiume antincendio (nel riquadro una immagine di Robert Williard). Di una vicenda simile che coinvolge sempre i militari, in questo caso l'aviazione della Guardia nazionale, ha dato notizia il noto magazine di approfondimento Vice News. Il quale a gennaio è uscito con un lungo reportage sulla base di Stewart distante 60 kilometri da New York.

In realtà l'utilizzo dei Pfas in ambito militare è noto da tempo. Questi derivati del fluoro infatti finiscono anche nei solventi destinati all'aeronautica, nei circuiti elettronici, di uso civile tanto quanto militare. Della loro pericolosità parla diffusamente anche un rapporto della Astswmo, l'associazone americana che raccoglie i funzionari dei singoli stati che si occupano del controllo e della gestione dei rifiuti. Nella relazione peraltro sono indicate le industrie chimiche, a partire dalla 3M, i cui prodotti commerciali soddisfano i requisiti militari.

La querelle attorno ai Pfas ha fatto scalpore anche in Italia, dove si è verificato un caso in cui la contaminazione interessa un bacino di almeno 350mila persone localizzato nel Veneto centrale. La vicenda, nota dal 2013, tra proteste e polemiche anche politiche, continua a far discutere, pure a livello locale.

sabato 20 maggio 2017

Ieri a Venezia la Regione Veneto ha firmato con Cassa depositi e prestiti il mutuo di 300 milioni

Ieri a Venezia la Regione Veneto ha firmato con Cassa depositi e prestiti il mutuo di 300 milioni per il «contributo in conto costruzione per il completamento della su- perstrada Pedemontana veneta, in attuazione della delibera del 16 maggio "Procedura aperta per l'assunzione di un mutuo, con oneri a carico della Regione, per l'attuazione dell'opera". Come noto era stata indetta una gara ma è andata deserta, quindi è scattata l'autorizzazione alla stipula del mutuo con Cdp già prevista dalle delibere stesse. «L'impianto del contratto - sottoline ala nota - è coerente con lo schema di Terzo Atto Convenzionale approvato dalla Giunta regionale» martedì scorso. Il mutuo, «la cui efficacia -- mette avanti le mani Venezia - è subordinata alla sottoscrizione del Terzo Atto Convenzionale da parte del concessio- nario, è già strutturato per le due erogazioni previste nello stesso Terzo Atto: 140 milioni nel 2018 e 160 milioni nel 2019».

da Il Giornale di Vicenza del 20 maggio 2017; pagina 9

La Superstrada Pedemontana veneta è solo al 27%: servono lavori per 500 milioni l'anno

Il parere è favorevole perché questo patto «è la miglior soluzione tecnica, economica, e finanziaria che sia praticabile e possibile e che supera le criticità del precedente atto sottoscritto nel 2013 tra il Commissario e Sis, criticità evidenziate sia dalla Corte dei conti che dall'Anac». Così hanno scritto lunedì, poche ore prima che la Giunta desse il via libera definitivo, i tecnici del nucleo Nuvv (verifica investimenti) della Regione, guidati dal segretario generale della Regione, Ilaria Bramezza, e dal dirigente Gianluigi Masullo.

Insomma, per i tecnici è l'unico modo per evitare guai peggiori. Con l'obiettivo tra l'altro, lo scrivono chiaro, di rimanere «nell'alveo della convenzione originaria». È una condizione essenziale, perché martedì tra le righe il commissario di vigilanza Marco Corsini faceva capire che la Regione e il "team tecnico Pedemontana" hanno ben presente che il colosso Salini Impregilo, sconfitto da Sis nel 2009 per un cavillo legale decisivo nello scontro al Consiglio di Stato, potrà rivolgersi a Tar e Consiglio di Stato stesso per valutare se il nuovo accordo stravolge i termini della gara originaria.

Intanto dalle carte della Regione emergono altri particolari che sono anche la base di risposte a quesiti della Corte dei conti. Ad esempio che la garanzia fidejussoria versata da Sis è di 81 milioni (il 5% dei lavori), e che l'ipotesi di procedere alla risoluzione del contratto aprirebbe a un contenzioso con danni per tutti, compreso quello dei cantieri fermi. Inoltre gli esperti di Area Engineering incaricati della Regione, con studio certificato dal professor Marco Pasetto dell'Università di Padova, confermano che nel 2021 saranno circa 27mila (di cui oltre 5 mila camion) i veicoli al giorno, con un pedaggio di 1,68 euro per dieci chilometri per le auto (e 3 euro per i mezzi pesanti).

Invece nel 2059 i veicoli saranno saliti fino a 65 mila. E se il traffico sarà di più? La Regione potrà dare più soldi a Sis. Ma Venezia sa già che per i primi 9 anni in realtà andrà sotto (incassi meno alti del canone da dare a Sis) e potrà rifarsi solo dopo. Però la Regione sottolinea che Sis ora avrà otto mesi di tempo per chiudere l'accordo con banca JpMorgan per l'emissione di bond per 1,15 miliardi (e già subito però dovrà trovare finanziamenti per 250 milioni), se no salta tutto senza che la Regione abbia dato altri soldi.

I 914 milioni di aiuti pubblici su 2,25 miliardi, poi, rispettano il principio che nei project le casse pubbliche devono dare meno del 50% del totale. Sis poi potrà anche gestirsi gli incassi di pubblicità lungo la superstrada, i trasporti eccezionali e la ghiaia scavata (vale 74,5 milioni). Le spese generali per Sis sono fissate al 9% del totale investimenti. Infine è possibile aprire l'opera per parti, e i vicentini ci sperano. Ma a che punto è la Pedemontana dopo oltre 5 anni di cantiere? La delibera lo dice chiaro: solo al 27%. Per averla pronta a giugno 2020, come indica il cronoprogramma (e saremo sotto elezioni regionali), ora c'è da correre: al ritmo di 500 milioni di lavori entro ogni anno.

da Il Giornale di Vicenza del 20 maggio 2017; pagina 9

«Pedemontana, espropri da pagare entro dicembre»

I costruttori privati di Sis dovranno presentare entro un mese per la Pedemontana veneta un «piano di pagamenti delle somme dovute agli espropriati a titolo di indennità ed indennizzi in relazione agli accordi bonari sottoscritti fino al momento della firma di questo accordo». E quei pagamenti dovranno essere tutti onorati al massimo entro dicembre. Tenendo conto che comunque, dopo cinque mesi dalla firma dell'accordo, i ritardi nel pagare gli espropriati potranno essere sanzionati con una multa dalla Regione: per ogni giorno di ritardo, lo 0,5 per mille della somma dovuta all'espropriato. È una delle nuove clausole che la Regione ha inserito nel nuovo testo di "Terzo atto convenzionale" che la Giunta Zaia ha approvato martedì, su proposta dell'assessore Elisa De Berti, e che adesso chiederà a Sis di firmare come una sorta di "atto unilaterale", come l'ha definito il governatore Luca Zaia dopo il varo della delibera.

Il tutto però, come noto, non accadrà subito». Zaia infatti ha voluto che fosse inserito in delibera un "congruo termine" di tempo - non meglio definito - per presentare tutte le carte all'Anac di Raffaele Cantone e alla Corte dei conti. E aspettare a vedere se intendono dare indicazioni alla Regione prima che, con la firma del patto, il dado sia tratto.

L'AUMENTO IRPEF CANCELLATO E LA DIVISIONE DEL CONRTIBUTO REGIONALE. Come noto, la Regione è riuscita a eliminare l'addizionale Irpef che aveva "in via precauzionale" fatto votare al Consiglio regionale. C'è riuscita imponendo a Sis un cambio nei programmi: invece di un contributo da 300 milioni tutto in una volta, coperto con mutuo che la Regione ha firmato ieri, la cifra sarà divisa in due. Il testo del patto da far firmare a Sis (l'accordo c'è) prevede che il privato riceverà 140 milioni «a dieci mesi dalla sottoscrizione del presente atto» (quindi non più a gennaio 2018) per la quota certificata in quella data, «e la somma rimanente pari a 160 milioni il 31 gennaio 2019» sempre per la somma che sia stata certificata. Tutto questo costa circa 15 milioni di oneri finanziari in più a Sis. E tra le novità imposte dalla Regione nel nuovo testo c'è infatti anche l'uso dei 300 milioni di euro: sono «destinati prioritariamente al pagamento delle ditte espropriate secondo il piano dei pagamenti» appena introdotto. Ma sono destinati anche al «pagamento dei corrispettivi dovuti ai sub-appaltatori secondo le tempistiche concordate con il piano di pagamento con gli stessi convenuto». E sarà la Regione a controllare che siano state pagate agli uni e agli altri le somme fino a quel momento maturate.

IL CANONE DI DISPONIBILITÀ. Confermata la grande novità del nuovo accordo. Da una parte sarà la Regione a incassare i pedaggi della Pedemontana - il concessionario Sis glieli terrà in un apposito conto - e dall'altra al concessionario-gestore sarà dato ogni anno un canone di disponibilità che è fissato in 153 milioni più Iva (come noto sarà al 22%) per il 2020, ma sarà via via aggiornato e salirà fino a 435 milioni nel penultimo anno della gestione da parte di Sis, che è fissata in 39 anni di durata. Come noto, la Regione continua a segnalare a Corte dei conti e Anac due concetti base. Il primo è che purtroppo già nei patti precedenti con Sis (2009 e 2013), che ora vengono cancellati senza aprire contenziosi, al privato era riconosciuto un canone annuo di 432 milioni più Iva, per cui nei fatti Sis «rinuncia a circa 12,2 miliardi di introiti garantiti», riporta sempre la delibera. Il secondo è che comunque un rischio a carico di Sis c'è ed è legato all'impegno che ha di mantenere sempre attiva ed efficiente la superstrada: in ballo ci sono sanzioni che possono arrivare fino al 15% del canone annuo che la Regione gli deve versare.

LE MULTE. A carico di Sis, l'accordo prevede anche possibilità di multe: 25mila euro al mese per eventuali ritardi non giustificati nei lavori rispetto al cronoprogramma; 20mila euro di multa se non venisse rispettato il protocollo di legalità anti-mafia siglato con le prefetture di Treviso e Vicenza; e infine anche 10mila euro al giorno per eventuali ritardi nel presentare il piano di pagamento per gli espropriati con cui si è giunti a un accordo.

da Il Giornale di Vicenza del 20 maggio 2017; pagina 9

giovedì 18 maggio 2017

Sannino intervistato da Radio Vicenza

(m.m.) Ieri su Radio Vicenza è andata in onda una mia breve intervista a Gabriele Sannino, autore del libro «Politica italiana e nuovo ordine mondiale» recentemente presentato a Vicenza durante un breve aperitivo letterario al bar L'asterisco nel quartiere San Pio X. Per chi non è riuscito a seguire l'intervista in diretta è possibile comunque scaricarne qui il podcast.