domenica 29 ottobre 2017

Pfas e plasmaferesi: Mantoan non vuol dire se l'ha provata su di sé... E con quali effetti

È la fine di agosto. Sui media regionali si torna a parlare del caso di contaminazione da derivati del fluoro che ha investito il Veneto centrale. Sui quotidiani tiene banco la querelle attorno alla possibilità di utilizzare o meno la plasmaferesi. Si tratta di quella particolare procedura terapeutica grazie alla quale è possibile, detta alla grossa, filtrare e pulire il sangue, rimuovendo così dalla circolazione elementi nocivi. Una procedura che, si legge in quei giorni sui quotidiani, permetterebbe di purificare il sangue dei soggetti esposti da Pfas da quei derivati del fluoro considerati dannosi.

Ed è proprio attorno alla plasmaferesi nota anche come «aferesi» o «plasma exchange» che due mesi fa divampa la polemica sulla sperimentazione clinica avviata dal servizio sanitario regionale su input della stessa Regione Veneto. Questa strada infatti non convince tutti perché pubblicazioni scientifiche sull'utilizzo dell'aferesi per rimuovere dal sangue, o meglio dal plasma, le sostanze perfluoro-alchiliche, non ce ne sono. A confermare l'assenza di pubblicazioni relative allo specifico è anche il segretario generale della sanità della Regione Veneto, il dottor Domenico Mantoan, che ha un lungo curriculum alle spalle, nella seduta della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, nota anche come Commissione ecomafie, del giorno 15 settembre 2017, data in cui l'organo bicamerale è in missione a Vicenza.

IL SILENZIO DI MANTOAN
Un aspetto singolare della vicenda è il botta e risposta che vede impegnato lo stesso Mantoan ed il vicepresidente della commissione Stefano Vignaroli del M5S. Quest'ultimo chiede al segretario generale della sanità veneta: «A me risulta, dottor Mantoan, che lei abbia fatto questa plasmaferesi. Vorrei sapere se aveva questi requisiti, perché l'ha fatta e se il fatto di aver smesso, come sembra, dopo tre sedute, è la procedura normale o ha avuto delle controindicazioni. In particolare, quindi, mi interessa anche sapere se ci sono effetti collaterali... e qual è la pubblicazione scientifica o quali sono gli studi riguardo questa plasmaferesi» applicata ai Pfas. La replica di Mantoan arriva astretto giro: «Sul fatto che io abbia fatto o non abbia fatto la plasmaferesi non rispondo». In questa circostanza Vignaroli evita di mettere in difficoltà Mantoan, tuttavia, letta in filigrana, la domanda del vicepresidente finisce per mettere in cattiva luce la procedura sperimentale adottata, quantomeno perché il direttore, interrogato sui possibili effetti della medesima su sé stesso, evita accuratamente di rispondere.

All'alto funzionario regionale viene anche domandato, sempre da Vignaroli, di precisare il contesto in cui i medici del servizio sanitario regionale abbiano suggerito un approccio sperimentale con il plasma exchange: «Relativamente alla plasmaferesi, l’abbiamo offerta perché i trasfusionisti ci hanno detto che questa potrebbe essere l’unica metodica che permette l’allontanamento dei Pfas... I criteri con cui si è offerta la plasmaferesi alla popolazione sono stati stabiliti da una commissione tecnica e sottoposti al vaglio del comitato etico della regione Veneto». Vignaroli ad ogni modo in questa circostanza evita di domandare al dirigente di produrre la documentazione relativa ai pronunciamenti della commissione tecnica e di quella etica.

MORTALITÀ PER I DIPENDENTI? LA DOMANDA DELLA LEGA
Tuttavia lo stenografico è ben lungo. E ci sono altri aspetti rilevanti. Per esempio a pagina 20 del verbale è il commissario Paolo Arrigoni, senatore del Carroccio ad interpellare Enzo Merler, l'epidemiologo in forza al servizio sanitario regionale responsabile scientifico del progetto «Valutazione della biopersistenza e dell'associazione con indicatori dello stato di salute di sostanze fluorurate in addetti alla loro produzione». In altri termini è lo specialista incaricato di realizzare uno studio sui dipendenti della Miteni e sulle eventuali ripercussioni negative in questi ultimi rispetto alla presenza di Pfas. La domanda di Arrigoni a Merlér è molto circostanziata: «...  L'analisi sulla mortalità dei dipendenti che lei sta conducendo evidenza o no delle problematiche? Il procuratore - il riferimento è al procuratore berico Antonino Cappelleri - che ieri abbiamo audito, che immagino abbia avuto delle anticipazioni, ha detto che, in ordine all'analisi sulla mortalità, parrebbe non ci siano particolari problematiche».

RISPONDE MERLER
La risposta del dottor Merler è molto lunga, ma merita di essere menzionata integralmente: «L'azienda, nel 2016, ha per la prima volta effettuato una determinazione di PFOA e PFAS nel sangue di tutti i dipendenti. Negli anni precedenti, dal 2000 al 2016, effettuava questa valutazione nel gruppo addetto alla produzione, con una qualche estensione successiva ad alcuni altri... utilizzati come controllo. Dati sul livello nel siero dei dipendenti Miteni per perfluorurati sono disponibili per i dipendenti presenti al lavoro nel 2016. La regione ha incluso tra le attività da svolgere quella di arrivare a una determinazione, se le persone aderiranno, di livelli di Pfoa e Pfas, ma non totali, come ha sempre fatto la Miteni, bensì sull'insieme dei diversi isomeri che l'Istituto superiore di sanità ha deciso di indagare negli ex esposti lavoratori. Se ci sarà un'adesione, si potrà disporre di dati sull'insieme dei dipendenti Miteni non solo nel gruppo che è stato addetto alla produzione. Per quanto riguarda i Btf, ovvero i benzotrifloruri, sono stati prodotti dall'azienda in decine di migliaia di tonnellate per anno e sono presenti nell'inquinamento delle acque indagato dal '77 in avanti, e quindi fanno parte dell'assorbimento di sostanze che hanno, da un lato, i lavoratori e, dall'altro, la popolazione generale. È, quindi, di interesse comprendere se queste sostanze, per le quali appunto ho indicato prima che da quarant'anni si dice che devono essere svolti approfondimenti per comprendere il loro profilo tossicologico, sono un problema per i lavoratori e, essendo presenti nelle acque della zona, anche potenzialmente per la popolazione generale. Per quanto riguarda le problematiche, il nostro lavoro ci è stato richiesto dalla regione, alla quale abbiamo riferito i risultati sia nelle occasioni dei convegni che ho richiamato, sia comunicando in maniera estesa, cioè inviando un testo predisposto apposta che riferisse dei risultati del lavoro, che sta avendo dei passaggi successivi. L'ultimo, questo del confronto con la mortalità dei dipendenti dell'Officina Grandi Riparazioni, è stato appena terminato, comunicato al convegno...  ed è stato riferito nei risultati in maniera estesa alla Regione Veneto. I passaggi successivi, come quello che avete nominato, di che cosa sia a conoscenza della procura: avvengono nel passaggio dalla regione alla procura e nel passaggio nostro di contatti che per lavoro ci viene chiesto di tenere tra noi e i carabinieri del Noe, passaggi che sono stati svolti».

COLLABORAZIONE TRA REGIONE E MAGISTRATURA
Segue un intervento del presidente della commissione, il deputato Alessandro Bratti (Pd), il quale pone alcuni quesiti: «Credo che la questione della procura sia interessante. Ieri, il procuratore ci ha anche spiegato, relativamente all'interlocuzione con la regione, quindi presumo anche con voi, delle difficoltà della parte dell'indagine che riguarda gli aspetti più di carattere sanitario, dicendo che la regione gli dice che ci vorranno altri due anni per completare le informazioni per poter avere certezza nel percorso giudiziario e aprire... Come sapete, dal punto di vista sanitario la procura ha nominato un suo perito. Da quello che ci dite, mi sembra di capire che in realtà ci potrebbero già essere elementi per chiudere delle fasi preliminari d'indagine anche su quest'aspetto. Al di là della conoscenza, probabilmente non esaustiva, dell'attività di queste sostanze su eventuali meccanismi, come veniva ricordato, dal punto di vista metabolico, mi sembra di capire da quello che ci dite che una rilevanza sanitaria c'è, che quando c'è una presenza di certe concentrazioni di queste sostanze, poi c'è nel tempo una serie di alterazioni che voi ci avete indicato. Voi state collaborando con la procura? Fornite dati? Non fornite dati? Qua qual è la situazione?»

La replica è affidata ancora a Mantoan: «Tutto quello che abbiamo fatto in questi anni, l'abbiamo regolarmente trasmesso in procura. C'è un'interlocuzione costante tra la dottoressa e i pubblici ministeri che si occupano dell'inchiesta, con i Noe e via discorrendo... Non so che cosa abbia detto il procuratore ieri. Il programma di sorveglianza sulla popolazione è fatto per evitare malattie. Io spero, alla fine dei due anni, non che vengono fuori malattie, ma che non ce ne siano... Noi siamo molto convinti, ve lo abbiamo detto, che queste sostanze alterino il metabolismo e non provochino direttamente il cancro, come si ipotizzava un paio di anni fa.
Come vi ha detto la dottoressa Francesca Russo», direttrice della direzione prevenzione e sicurezza alimentare veterinaria area sanità e sociale, della Regione Veneto, «è come se questa popolazione avesse vissuto con un fattore di rischio in più... Lo dimostra il 20% di aumento delle malattie cardiovascolari rispetto a popolazioni di altro tipo».

Marco Milioni

sabato 28 ottobre 2017

Pfas e altro: la scia lunga e la magistratura veneta

(m.m.) Ieri Vvox.it ha pubblicato un servizio a mia firma nel quale ho cercato di realizzare una disamina il più puntuale possibile del contenuto della relazione della Commissione ecomafie relativamente alla trasferta vicentina del 14 settembre. Per chi è interessato all'argomento nel servizio troverà anche i link all'intero resoconto. Da questo punto di vista sarebbe bene una lettura da parte di tutti perché tante sono le sfaccettature rilevabili e diversa è la sensibilità di chi legge. Fra i vari spunti interessanti va segnalato il rapporto non facilissimo tra la procura e gli investigatori del Noe: più prudente la prima, più effervescenti, parrebbe di capire, sul piano investigativo i secondi. Ci sarebbero alcune considerazioni da fare poiché la situazione descritta pare un flashback di altre inchieste in capo alla procura berica, Borgo berga, Bpvi, ma anche tante altre indagini del passato recente o di quello meno recente. Che cosa verrebbe fuori dalla carte se si potesse analizzare col supporto di giuristi indipendenti e di chiara fama, l'operato non solo delle toghe requirenti ma anche di tutti i magistrati giudicanti? Il che vale tra l'altro anche per altri distretti giudiziari del Veneto. Ad ogni buon conto, sempre in tema di Pfas, segnalo in servizio assai interessante pubblicato ieri da L'Arena e firmato dal collega Luca Fiorin.

LEGGI L'APPROFONDIMENTO DI VVOX.IT
LEGGI IL SERVIZIO DE L'ARENA

giovedì 26 ottobre 2017

Miteni, l'accusa di Cillsa: sugli scarichi la società non parla chiaro

«I reflui, come tutti sanno non sono entro i limiti per l'acqua potabile fissati dall'Istituto superiore della sanità, ovvero l'Iss e la Regione veneto nel 2015, ma per quelli relativi agli scarichi industriali che allora beneficiarono di un aumento di tolleranza fino a 3030 nanogrammi su litro. Malgrado ciò concerie e Miteni hanno fatto ricorso al Tar perché tali limiti vengano alzati». Usa toni durissimi il dottor Giovanni Fazio, uno dei volti più  noti di Cillsa, l'associazione arzignanese che da anni si batte per le ragioni dell'ambiente nel replicare ad una recente nota della Miteni nella quale i vertici aziendali rassicuravano la popolazione circa la correttezza della società in materia di scarichi.

Il dispaccio di Cillsa, diramato da Fazio durante la giornata di ieri però entra nello specifico e punta l'indice dritto contro la fabbrica trissinese, da anni al centro di un caso di contaminazione da derivati del fluoro, i Pfas, che interessa il Veneto centrale: «Sebbene Miteni - si legge - asserisca che da sei anni produca solo Pfas a catena corta, rispettando tutti i limiti e le norme di sicurezza previste dalla Regione Veneto, i Pfas a catena corta sono apparsi abbondantemente nell'acquedotto di Longo... come mai? Da dove sono arrivati? La loro presenza negli acquedotti significa solo che la Miteni sta continuando a inquinare la falda e che altrettanto stanno facendo coloro che adoperano i suoi prodotti. L'inquinamento pertanto non è un fatto che riguarda antichi inquinatori, ma un fatto che continua ininterrottamente fino ai giorni nostri con documenti incontrovertibili quali le bollette di Acque del Chiampo».

E la nota di Cillsa prosegue: «La documentazione di Arpav dovrebbe determinare una rapida ispezione degli scarichi a piè di fabbrica alla Miteni, nelle concerie, nonché presso i depuratori della zona. Mentre si deve valutare il blocco degli stessi in caso di positività dei riscontri. Poichè nessuno si muove - argomenta fazio - è chiaro che ci sono omissioni gravissime di tutte le istituzioni che dovrebbero controllare e agire, soprattutto in presenza di un disastro ambientale. Viviamo in un regime di omertà, di inandempienza dei doveri d'ufficio, di menzogne amplificate da Il Giornale di Vicenza. Siamo in presenza della pistola fumante nelle mani degli inquinatori e dobbiamo sorbirci questi comunicati impudenti mentre veniamo avvelenati con Pfas vecchi e nuovi». In questo senso Fazio fa riferimento ad un recente incontro organizzato con la cittadinanza di Arzignano svoltosi il 23 di ottobre: «La sala che ci ha ospitato era gremitissima oltre ogni previsione - precisa il portavoce di Cillsa - tanto che non è riuscita a contenere tutti gli intervenuti». Fazio parla anche dell'avvio di una raccolta firme per una «Arzignano a zero Pfas».

venerdì 20 ottobre 2017

Pfas, ecobomba veneta tra terra, aria, acqua e prodotti tipici



Il Veneto centrale è seduto sopra una ecobomba ad orologeria. Per ricordarlo a politici, amministratori, burocrati e imprenditori il giorno 8 ottobre a Lonigo, importante centro agricolo e commerciale del basso Vicentino, hanno sfilato in oltre diecimila. La cittadina, che affonda le sue radici nella preistoria, è divenuta suo malgrado, il simbolo di una contaminazione da derivati del fluoro. Sono i Pfas e sono prodotti dalla Miteni, una fabbrica che si trova a Trissino, venticinque kilometri più a Nord sempre in provincia di Vicenza. Nel 2013 l'affaire Pfas è diventato un caso nazionale, anzitutto per le sue proporzioni giacché la contaminazione tocca un bacino potenziale di utenti di 350mila persone residenti nelle provincie di Vicenza, Padova e Verona lungo il bacino dell'Agno-Guà-Fratta-Gorzone, un sistema fluviale che nasce sulle piccole Dolomiti per giungere sino all'Adriatico.

Proprio nel 2013 l'Agenzia ambientale della Regione Veneto, l'Arpav, a seguito di uno studio sulla qualità delle acque potabili, di superficie e di falda, condotto in collaborazione con l'Istituto superiore di Sanità (Iss), aveva identificato nella Miteni la sorgente di tale contaminazione. L'azienda inizialmente ha disconosciuto gli addebiti; poi però le contestazioni, anche a seguito di una serie di esposti molto circostanziati da parte di alcune organizzazioni ambientaliste e da parte di alcuni attivisti del M5S, sono sfociate in una inchiesta della procura della repubblica che potrebbe avere esiti clamorosi. A quel punto sempre l'azienda, col consigliere delegato Antonio Nardone, ha chiamato in causa quelli che fino al 2008 erano i precedenti proprietari della Miteni, ovvero i giapponesi della Mitsubishi anche se il presidente Brian Anthony McGlyn, dettaglio non da poco, rivestiva la stessa carica sotto entrambe le prorpietà. I giapponesi dal canto loro dopo un periodo di coabitazione societaria con l’Eni, avevano precedentemente acquisito l'impianto proprio dal colosso energetico italiano, il quale a sua volta l'aveva acquistato dalla Marzotto, l'influente casata industriale veneta che è originaria proprio di Trissino in valle dell'Agno.

L'UTILIZZO E I RISCHI PER LA SALUTE
Ma quale è il campo di utilizzo di queste sostanze? In realtà i Pfas hanno un campo di utilizzo sterminato. Gergalmente sono noti come tensioattivi che hanno la capacità di impermeabilizzare metalli, tessuti, pellami. Vengono impiegati nell'industria dell'abbigliamento (Goretex), in quella del pentolame (Teflon), ma anche in quella navale, aeronautica e militare. Gli impianti che la producono nel mondo non sono tantissimi, ma spesso i territori interessati da questo tipo di produzione sono divenuti teatro di inchieste e contenziosi titanici. Basti pensare a quello ventennale, raccontato sulle testate statunitensi più blasonate, nato sulle rive del fiume Ohio in West Virginia. Per una esposizione a danno di 70mila persone, l'avvocato Robert Billot, che di recente ha fatto visita ai luoghi veneti della contaminazione, ha trascinato il colosso DuPont in tribunale costringendolo de facto ad un accordo transattivo che ha raggiunto la cifra monstre di 670 milioni di dollari: una causa epocale che non solo ha fatto scuola sul piano del diritto, ma che ha anche obbligato la multinazionale a finanziare un imponente studio indipendente «che ha dimostrato» le conseguenze dei Pfas sulla salute umana: si parla infatti di sostanze che causano gravissimi disturbi ormonali e che in alcuni casi, potrebbero anche essere cancerogene. In Italia, come nel resto del mondo, la politica è intervenuta fissando limiti di performance (ovvero limiti guida) che però a livello internazionale differiscono da Stato a Stato. Nel 2016 il ministero dell'ambiente italiano ha fissato alcune soglie specifiche scatenando una polemica durata settimane. Va ricordato infatti i Pfas sono una famiglia di sostanze molto diverse tra loro: più è lunga la catena atomica che li compone maggiore è la tossicità della molecole e di conseguenza variano le soglie. Miteni infatti dal 2011 non produce più i temuti composti a catena lunga, ma nella comunità scientifica, come ha ricordato più volte Marina Lecis, il consulente tecnico scientifico che ha contribuito alla stesura di alcuni esposti penali, tali sostanze vengono riconosciute ugualmente nocive se non di più. Il punto però è che le mamme che l'8 ottobre avevano manifestato a Lonigo sono preoccupate perché lungo i comuni del bacino interessato dalla contaminazione (Lonigo è il luogo simbolo, ma destano preoccupazione i dati ugualmente alti registrati negli acquedotti di Cologna, Montagnana, Sarego e molti altri ancora) i valori riscontrati in alcuni soggetti della popolazione, bambini inclusi sono comunque alti. Più alti della soglia di 90 nanogrammi per litro introdotta dalla Regione Veneto che ha identificato un limite più stringente di quello stabilito a Roma.

Tra l'altro Vincenzo Cordiano, il medico vicentino che per primo ha lanciato l'allarme Pfas nel Veneto, quando sente discutere di limiti, sia che vengano posti dallo Stato che dalla Regione, parla senza mezzi termini di «specchietti per le allodole» ribadendo che in accordo con la posizione assunta da Isde-Medici per l'ambiente, di cui Cordiano tra l'altro è presidente per il Vicentino, gli unici valori accettabili sono quelli pari a zero. Una presa di posizione che ha dato forza al coordinamento «mamme no Pfas» per chiedere che in attesa di nuove linee di approvvigionamento l'acqua non contaminata sia portata nelle case con le autobotti: un'operazione che potrebbe costare alla Regione sui 17 milioni di euro all'anno.

LE IMPLICAZIONI GIUDIZIARIE
E le preoccupazioni delle mamme di recente si sono moltiplicate quando tra i comitati è maturato il convincimento che l'azienda, stretta tra le difficoltà economiche e quelle dell'inchiesta, di punto in bianco possa prendere la palla al balzo di una ipotetica richiesta di risarcimenti per chiudere la fabbrica lasciando sul groppone della collettività ogni onere di bonifica. E se tuttavia da una parte il consigliere delegato Nardone sentito da Repubblica.it ha negato perentoriamente questa eventualità, dall'altra Alessandro Gariglio, l'avvocato di Greenpeace che da mesi segue il dossier Pfas, è altrettanto perentorio nell'affermare che «la drammatica necessità di dotare l'azienda di risorse fresche sta scritta nell'ultimo bilancio della Miteni quello del 2016». Lo stesso avvocato tra l'altro fa sapere che non più tardi di lunedì scorso ha depositato alla procura di Vicenza un dettagliato dossier commissionato da Greenpeace a Somo, l'osservatorio specializzato nella ricerca sul comportamento delle multinazionali. «Abbiamo fornito ai magistrati che seguono l'inchiesta - sottolinea ancora il legale - un ulteriore strumento per fare luce sull'intricato dedalo societario che sta dietro la Miteni. Ovviamente Greenpeace - spiega Gariglio - non può disporre di rogatorie internazionali, ma la magistratura, qualora il reale assetto della proprietà sia necessario al lavoro degli inquirenti, anche grazie alla nostra segnalazione, potrà agire con tutti gli strumenti che la legge le mette a disposizione».

Tuttavia durante il corteo dell'8 ottobre hanno fatto sentire la propria voce altri due volti molto noti del fronte «no Pfas». Il primo è il vicentino Edoardo Bortolotto, esperto di diritto penale dell'ambiente, è uno degli avvocati che nel tempo ha redatto gli esposti contro la Miteni: «Non vorrei mai che la questione dei limiti diventasse una foglia di fico sul problema reale che riguarda i possibili danni alla salute e all'ambiente. In tal senso l'orientamento della Cassazione è costante: chi ha inquinato anche con sostanze la cui presenza rispetta le soglie di legge va comunque perseguito e condannato perché quei valori costituiscono solo un limite di allarme oltre il quale l'autorità amministrativa è costretta ad un determinato intervento».

Il secondo invece è Giovanni Fazio, medico di Arzignano e portavoce della associazione ambientalista Cillsa: «Chiediamo che le autorità, Regione e Ulss in primis, ci informino sullo stato della contaminazione nel ciclo alimentare perché comunque agricoltura e zootecnia hanno adoperato quell'acqua. E chiediamo che in caso di inadempienze da codice penale la procura agisca di conseguenza».

ZAIA E L'ALLARME IN COMMISSIONE
Il che potrebbe suonare come una generica preoccupazione ma non è così. Ai primi d'ottobre infatti incalzato durante una puntata de “Le iene” su Italia 1 il governatore veneto Luca Zaia (Lega) non è stato in grado di dire nulla sui risultati della indagine che la Regione avrebbe condotto proprio sulla contaminazione alimentare. Un silenzio che diventa assordante se messo in relazione alle dichiarazioni esplosive del sindaco di Lonigo Luca Restello (leghista pure lui) rese in Commissione ecomafie: «... il problema - si legge nel verbale del 26 settembre 2017 da poche ore reperibile on-line sul sito della Camera - è quello riguardante l'agricoltura. Voi sapete che l'acqua che viene emunta si trova in particolare in provincia di Vicenza... Nel Veronese, infatti, con il canale irriguo Leb si riesce a portare l'acqua, in pratica, in tutte le campagne, mentre nel Vicentino questo non avviene e tutti gli agricoltori hanno un pozzo privato, andando ad emungere direttamente dal sottosuolo l'acqua necessaria all'irrigazione dei campi. Orbene, è necessario che quest'utilizzo d'acqua sia impedito. Anche se non ci sono ancora dati ufficiali, infatti, dalle indiscrezioni che ho avuto tutte le produzioni agricole sono certissimamente contaminate da questi inquinanti. È necessario uno stanziamento ulteriore di denaro per ripristinare tutta la rete idrica superficiale irrigua nei campi e potenziare le capacità del Leb di portare acqua anche in questa parte non servita del vicentino». Parole pesantissime che raccontano una realtà molto più cruda di quella descritta dallo stesso Zaia sempre alle telecamere delle Iene.

NELLA PANCIA DELLA MITENI
Il discorso di Restello, al di là dell'allarme di vasta portata su tutto il comparto agricolo, per di più pone alcuni quesiti dirimenti. Se Miteni è responsabile dell'inquinamento in quanta parte questo è ascrivibile alle sostanze nocive finite nel depuratore di Trissino e quanto invece deriva da eventuali perdite sotto il sedime di uno stabilimento adagiato su una superficie vastissima che sormonta una zona di ricarica della falda? È vero che durante i controlli ambientali all'interno della fabbrica i carabinieri del Noe, incaricati dalla procura berica, avrebbero fatto alcune scoperte molto significative sul piano del livello dell'inquinamento? Ed è vero che fonti di contaminazione da Pfas sarebbero state trovate anche fuori dal bacino dell'Agno-Guà-Fratta? Al secondo quesito ha risposto ai primi del mese il quotidiano l'Arena che parla di quantitativi rilevanti rinvenuti a Soave nel Veronese non troppo distante dall'area di servizio Scaligera, un autogrill collocato proprio lungo l'autostrada Brescia-Padova tra le province di Verona e Vicenza. Il tutto mentre nel comprensorio trissinese si moltiplicano timori che anche l’aria, quanto meno in passato, possa essere stata significativamente contaminata dai Pfas.

Per quanto riguarda poi la gravità della situazione che sarebbe stata rilevata durante le ispezioni all'interno della fabbrica, sono eloquenti le parole di Davide Faccio, sindaco leghista di Trissino pure lui sentito dalla Commissione ecomafie: il verbale è ancora quello del 27 settembre. Il primo cittadino parla della bonifica e della caratterizzazione, ovvero il procedimento tecnico-amministrativo teso a conoscere lo stato reale delle fonti inquinanti e la loro gravità: «Il problema è che Miteni ha un'estensione talmente grande che...» per assumere i campioni «... e testarli ci vogliono capannoni interi» giusto per «riuscire a custodire tutto questo materiale» per non parlare delle risorse umane necessarie a svolgere un lavoro del genere, tanto che l'Arpav, rivela sempre il sindaco, avrebbe contattato le agenzie cugine di altre regioni «per avere supporto» in questo senso visto che «il lavoro sulla caratterizzazione è notevole e sicuramente» non porterà a risultati «nell'immediato».

I LAVORATORI: VASI DI COCCIO TRA VASI DI FERRO
Tuttavia in questa burrasca perenne i lavoratori della Miteni rischiano di finire come i vasi di coccio in mezzo a quelli di ferro. L'azienda lamentando un difficile momento economico alcune settimane fa ha disdetto «unilateralmente» quelli che si chiamano gli accordi di secondo livello, ovvero quelle migliorie sul piano della organizzazione del lavoro e sul piano economico, di cui per anni le maestranze avevano beneficiato «anche in ragione della delicatezza delle lavorazioni chimiche» per le quali la fabbrica è classificata a rischio Seveso, il più alto nella norma italiana. E c'è di più, perché oltre al profilarsi all'orizzonte di una crisi aziendale, presunta o reale che sia, molti tra gli operai registrano valori di Pfas nel sangue «migliaia di volte superiori» a quelli più alti denunciati dai residenti del bacino. «Noi operai - fa sapere Renato Volpiana, membro della rappresentanza sindacale di fabbrica per Filctem-Cgil - ci stiamo battendo senza sosta perché siano salvaguardate al meglio la salute dei lavoratori e le condizioni di sicurezza dei 140 dipendenti nell'impianto, ma ognuno deve fare la sua parte». Il riferimento è al duro contenzioso in essere con l'azienda che è sfociato in una serie di scioperi. Ma sul piano della salute come hanno intenzione di regolarsi i lavoratori? «Per questioni di riservatezza - precisa ancora Volpiana che l'8 di ottobre era anche lui a Lonigo - non posso parlare al momento, ma se qualcuno pensa che staremo con le mani in mano si sbaglia di grosso» conclude il sindacalista trissinese.

LO SCENARIO

Sul piano più generale rimane la questione della pressione ambientale esercitata sul Veneto centrale non solo dalla Miteni, ma da tutta l'industria chimica dell'Ovest Vicentino, a partire da quella conciaria, che da quarant'anni è al centro di polemiche al vetriolo giacché una parte del mondo ecologista accusa queste industrie di avvelenare l'aria, le acque e i terreni in spregio delle norme ambientali. In realtà la classe dirigente regionale non è mai riuscita a fare i conti col passato e men che meno, è riuscita a ripensare un modello di sviluppo che sul medio periodo fosse compatibile con l'ambiente. Così i problemi si sono cronicizzati e ora, dopo l'arrivo della crisi, questa mancanza di lungimiranza rischia di essere pagata a caro prezzo. In realtà negli anni non sono mancati i suggerimenti di chi come il professor Gianni Tamino, già ordinario di biologia a Padova, uno dei massimi esperti italiani del settore, aveva provato a proporre modelli produttivi meno invasivi, ma la politica e la classe imprenditoriale per mille motivi sono rimaste indietro o addirittura non hanno ascoltato il lamento che giungeva dalle province di Padova e Verona, dove forte è la vocazione agricola e zootecnica. Un mancato ascolto del quale il giorno 8 ottobre hanno parlato davanti alle telecamere di Telearena, pur con toni diversi, anche il presidente della provincia di Vicenza, il democratico Achille Variati e il suo pari grado veronese, ovvero Antonio Pastorello che invece è espressione del centrodestra. Da qualche giorno l’amministrazione regionale sostiene, almeno per quanto concerne l’acqua al rubinetto, di aver potenziato gli impianti di filtraggio in modo da poter garantire acqua a zero pfas. Ma c’è chi come il consigliere regionale veneto Andrea Zanoni del Pd, si dice scettico.

Marco Milioni

lunedì 16 ottobre 2017

Caso Pfas, chi striscia non inciampa


Una testata vicentina con velleità giornalistiche pubblica un'articolessacon un italiano da  codice penale peraltro, in cui goffamente e per interposta persona tenta di minimizzare il contenuto shock di un verbale della Commissione ecomafie. E lo fa cercando di ironizzare su un mio articolo che proprio quell'aspetto andava ad approfondire. All'anonimo estensore del breve servizio, per ragioni di sintesi da definirsi servizietto, dico solo una cosa. L'ironia, finanche la malafede, per essere coltivate hanno bisogno di una soglia minima di rudimenti nonché di intelligenza. Ingredienti che evidentemente mancano collega senza volto. Mancanza di attributi o di argomenti? Lascio agli appassionati di mediocrità l'onere di scoprire chi sia il direttore di quella testata, chi ne siano gli eventuali referenti e chi contribuisca a reperire gli ingaggi pubblicitari. Al quale vanno comunque tutti i miei complimenti vista la qualità del prodotto presentato agli inserzionisti. Che sicuramente saranno persone dalla pelle dura. Se intanto vi volete fare un'idea di quanto accaduto leggete qui.

Marco Milioni

domenica 15 ottobre 2017

Andrai a votare? No


Da settimane amici e conoscenti mi stanno martellando con lo stesso quesito. Andrai a votare il 22 ottobre al referendum per l'autonomia del Veneto? Ve lo dico qui per non dover ripetermi all'infinito. Non andrò a votare. Rispetto chi ci va, ma io non sarò alle urne perché questo referendum non è una cosa seria. Soprattutto non è credibile che a proporlo sia quella forza politica che dopo anni passati a governare il Paese con una maggioranza bulgara non è riuscita a portare a casa nulla per il Veneto che non sia il Mose, la Spv e i project financing della sanità e un'urbanistica all'ingrasso. Tutta opera del centrodestra? Certo che no. Il centrosinistra ha più o meno le stesse responsabilità. Però il governatore leghista Luca Zaia sta maldestramente usando questa consultazione per nascondere i suoi insuccessi. Se poi andiamo a guardare come i veneti hanno ridotto in questi ultimi cinquant'anni una delle regioni più belle del mondo trasformandola in un infinito tapis roulant di centri commerciali, capannoni, villette geometrili, svincoli ed altra scatologia edilizia varia, a me, federalista autentico, viene il tremore ai polsi, immaginando che cosa farebbero lor signori con il residuo fiscale tanto agognato. Ancora maggior pena fanno poi tutti i manutengoli delle cosiddette opposizioni che si sono accodati al carro di Zaia sperando che qualche goccia della melassa destinata alla bocca ai padroni del vapore finisca in quei cavi orali ormai privi di saliva a forza di leccare i piedi alla propaganda del sì. Comunque tutti calmi: dopo che Zaia avrà ottenuto la sua vittoria e il suo quorum alto (che deve almeno essere di un 75% altrimenti è una sconfitta) tutto tornerà come prima. Diciamo che l'anelito dei fautori del referendum sta all'autonomismo come Leone di Lernia sta a Paolo Conte. Caro Zaia «Te si' mangiàt' la banana co' due sarcicce e o' parmiggian' e mo' te sinte male...». Ultimo ma non da ultimo. Ci sono dei buontemponi che definiscono vigliacchi coloro che non andranno a votare. Li sfido ad un dibattito pubblico sull'argomento, vediamo se si fanno vivi. Nel caso rimarranno attaccati alle sottane di mammà  chi sarà il vigliacco? La vigliaccheria può essere multata?

Marco Milioni

giovedì 5 ottobre 2017

«Veneti e mafia», il convegno del Covepa

«Veneti e mafia» è il titolo scelto per l'incontro organizzato domani, venerdì 6 ottobre a Trissino dal Covepa, il Coordinamento veneto per la pedemontana alternativa. La serata, introdotta e moderata dal portavoce del Covepa Massimo Follesa, vedrà come unico relatore Enzo Guidotto, già consulente della Commissione bicamerale antimafia e oggi presidente dell'Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso. Il dibattito, che inizia alle 20,30 si tiene presso la sala della biblioteca civica di Trissino in provincia di vicenza in via Manzoni 10. Dell'appuntamento ha dato conto già il sito web del Covepa con una breve nota datata 30 settembre. L'ingresso è libero. Per le informazioni è disponibile un numero di telefono: +393478722240.

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