venerdì 30 settembre 2011

Wifi, Bassano umilia Vicenza

Oggi Il Giornale di Vicenza pubblica la notizia dell'iniziativa della Diesel di Renzo Rosso. Iniziativa con la quale si vuole dotare Bassano del Grappa di una rete wifi cittadina, gratuita ed aperta a tutti. Se il tutto si avvera sarà un primato nazionale. Al di là dei meriti e delle conseguenze che una decisione del genere avrà nel breve (tanto di cappello a Rosso del quale condivido poco della sua filosofia di fondo, ma che in questa cirocstanza ha saputo cogliere veramente l'attimo) emerge purtroppo uno smacco brutale patito in primis dalla politca ed in secundis da Vicenza tutta. Ma è mai possibile che un comune ricco come Bassano abbia dovuto aspettare il passo di un privato per mettere a punto una struttura che costa sì e no come una dozzina di rotatorie? Ma ancora più brutale è lo smacco che che Vicenza, come sistema, patisce da Bassano. È possibile che il comune capoluogo sul quale insistono la Camera di Commercio, uno dei più importanti istituti di credito veneti (la BpVi), imprese di grido come Beltrame, Valbruna, Gemmo, Dainese tanto per dire, non abbia mai pensato di muoversi in tal senso? È mai possibile che l'unica partnership avanzata con le imprese si traduca nelle lucette con cui la Gemmo illuminerà la basilica palladiana? Ad ogni buon conto il merito di Rosso è anche quello di aver smosso i sonni e le chiappe di molti amministratori del Vicentino. Che da qui a domani faranno a gara (anche nel resto del Paese) per imitare la soluzione Bassano. Segno che, ed è questo il merito maggiore di Rosso, il buon esempio se veicolato con forza percorre moltissima strada; e non è un caso che la giunta comunale di Vicenza dopo la batosta rimediata abbia così, incidentalmente, già organizzato un incontro con la stampa per rendere noto il progetto di ampliare a tutto il centro la rete wifi. Si sa, mezzo grissino, è nulla rispetto ad una pagnotta, ma è sempre meglio di nulla. Epperò la cosa che più deve far vergognare tutta la classe dirigente di questa città nonché tutti i partiti e tutte le imprese riguarda la memoria. L'impegno per estendere gratuitamente a tutta la città la rete wifi era stato codificato in una mozione d'ordine, ovvero una mozione d'intento sul piano politico-amministrativo, approvata durante la passata consiliatura: più nel dettaglio alla fine del novembre 2007. La mozione fu approvata a larghissima maggioranza dopo essere stata presentata dal consigliere del gruppo misto Franca Equizi. E proprio perché Equizi non aveva, e non ha tuttora, padroni da omaggaire o servi da retribuire, quel documento è rimasto negli scatoloni, assieme alla carta igienica e alle scatole delle penne Bic.

Marco Milioni
link originario

sabato 17 settembre 2011

Siamo tutti islandesi

«L’arrivo dell’Fmi in Islanda come è noto fu accolto in maniera estremamente fredda da gran parte della popolazione, convinta che il Fmi avrebbe chiuso l’Islanda in uno stato di permanente debito». Con questa premessa la premier islandese Johanna Siguroardottir ha annunciato l’uscita del suo paese dal Fondo Monetario Internazionale. Parole pacate per spiegare una scelta dura e coraggiosa: liberarsi dalla morsa dei pelosi “aiuti”, dei rapinosi “piani di aggiustamento” e delle intrusive “raccomandazioni” con cui il centro di potere sovranazionale ricatta ed espropria le economie, e di conseguenza la vita, di interi popoli. A nulla sono valsi gli spauracchi di bancarotta e le minacce di sanzioni: la piccola e fiera Islanda, dopo aver rispedito al mittente tre anni di aut aut e aver messo alla sbarra i politici e i banchieri colpevoli del crac, mentre sta riscrivendo la sua Costituzione, è entrata nella Storia compiendo un passo finora impensabile, inconcepibile per le classi dirigenti mondiali. Da ora in avanti riconquistare la propria sovranità nazionale non è più un tabù.

Per arrivare allo sganciamento finale è stato fatto un determinato percorso economico e politico: proteste e nuove elezioni che hanno portato al governo ritenuto responsabile, nazionalizzate le maggiori banche, chiesto prestiti alla Russia e all’Argentina, indetto ben due referendum che hanno decretato il ripudio del debito con le banche estere e un rifiuto di massa a politiche di tagli e privatizzazioni, varata un’Assemblea Costituente. In più bisogna mettere in conto le peculiari condizioni di partenza: l’isola non fa parte del sistema monetario europeo (ha una moneta nazionale, la corona) e le dimensioni della sua economia sono, nel contesto del mercato globale, modeste.

Tuttavia gli islandesi, dalla sollevazione furibonda ma pacifica dell’ottobre 2008 a oggi, hanno maturato una ferrea volontà politica di disfarsi di istituzioni e meccanismi dati generalmente per intoccabili e ineluttabili. Una vera e propria rivoluzione copernicana rispetto al pensiero unico propagandato in Occidente secondo cui fuori dalla supervisione coercitiva degli organismi internazionali non c’è salvezza ma solo il fallimento. L’Islanda ha capito che dietro la facciata tecnicamente asettica dei funzionari dell’Fmi (o del Wto, o in Europa della Bce) ci sono i lucrosi interessi dei banksters privati, che usano come leva di ricatto morale il risparmio della gente da loro gestito per strozzare altre genti e privarle del diritto di autogovernarsi. L’Italia si trova in una situazione molto diversa: con le mani legate dalla gabbia dell’euro, con un ceto politico prostrato ai piedi dei dittatoriali “mercati”, con un’opinione pubblica che si scanna sulla pagliuzza di chi governa a Palazzo Chigi mentre è insensibile alla trave di chi manovra dall’estero il nostro bilancio pubblico. Ma le innegabili differenze non devono offuscare il valore di esempio, quanto meno etico e civile, che viene dai ribelli della libera Islanda. Da oggi, tornare a respirare libertà si può. Siamo - vorremmo essere - tutti islandesi.

Alessio Mannino
da www.ilribelle.com del 14 settembre 2011

venerdì 16 settembre 2011

Il re è morto

Un giorno, in un paese di merda lontano lontano, morì il re. Ma non si poteva dire. La sua corte di servi, mignotte, papponi, ladri, stallieri, menestrelli, nani, avvocati, scribi e farisei, “Gianpi” propose alla Arcuri di concedersi in cambio di Sanremo, ma lei rifiutò. Decine di escort portate al Caimano dallo sfruttatore che otteneva appalti e puntava addirittura dipendeva in tutto e per tutto da lui e non era affatto certa che il successore continuasse a mantenerla. Così, a palazzo, si misero d’accordo per non far uscire la notizia. Il medico legale, chiamato a constatare il decesso del sovrano, fu murato vivo in un sottoscala col suo referto. La notizia trapelò presso qualche gazzetta del regno, ma gli editori erano tutti finanziati dal re o dalla corte e dunque fu agevole bloccare i necrologi.

Le televisioni, poi, erano tutte nelle sue mani (a parte una, controllata da un’opposizione sfigata e inetta) e cantavano le sue lodi a reti unificate. Un notiziario era diretto da un vecchio biscazziere divenuto mezzano in tarda età. Un altro, il più visto, aveva alla guida una cantatrice calva che parlava con la zeppola, nota più per le note spese che per le note politiche, e appestava il regno con “editoriali” che superavano in cortigianeria quelli del biscazziere-mezzano. Descriveva, la cantatrice, un paese fiabesco, un Regno di Saturno dove tutti erano felici, ricchi, opulenti e goderecci, e ogni sera pregavano il Cielo che il re non li abbandonasse mai. Fu così che la gente continuò a credere che il sovrano fosse ancora vivo. A corte, i fedelissimi passavano le giornate a imbellettarne e profumarne il cadaverino per mascherare i vermi e la puzza e allontanare insetti e animali necrofagi. La luce del suo studio restava accesa giorno e notte, e una controfigura della sua statura (niente di che) sedeva alla sua scrivania per mostrarlo curvo sui destini della Nazione 24 ore su 24.

I giornali continuavano a narrare le sue gesta, anche amatorie, descrivendolo come un simpatico e instancabile dongiovanni, in preda a una prorompente virilità: cantando con un misto di ammiccamenti e ammirazione le virtù delle sue favorite, comprese tra i 12 e i 18 anni, sorvolando sui supporti meccanici (argani, pompe idrauliche, carrucole, catapulte, elisir di cialis e ghisa in polvere) di cui si avvaleva negli ultimi mesi di vita. La sua seconda moglie aveva cercato di mettere sull’avviso il popolo e le istituzioni: “Mio marito è molto malato, va con le minorenni, aiutatelo”, ma fu subito silenziata come traditrice disfattista e rinchiusa in un castello periferico. Il re era solito abusare del suo immenso potere per corrompere giudici, testimoni, gendarmi, ufficiali del fisco, politici lealisti e persino qualche oppositore, per accaparrarsene i servigi. Ma anche per sistemare in posti di alta responsabilità, a spese dei sudditi, i complici delle sue malefatte per ricompensarli o silenziarli.

E ogni tanto i giudici lo chiamavano a risponderne in tribunale. Ma lui, essendo morto, non vi compariva mai: i suoi avvocati inventavano le scuse più fantasiose per giustificarne la latitanza, costretti persino a mandare per il mondo una controfigura delle stesse dimensioni, pittata e asfaltata di fresco, per mostrarlo vivo e vegeto. Fuori del palazzo stazionava ogni giorno una lunga fila di postulanti vocianti: tali Mora, Fede, Lavitola, Tarantini, seguiti da un’orda di procaci signorine che la stampa si ostinava a chiamare “escort”. Minacciavano rivelazioni sul sovrano. E i cortigiani, per evitare guai, s’affacciavano al balcone per rassicurarli che il re pensava sempre a loro ed elargire a ciascuno buste imbottite di denaro contante. La notizia del decesso giunse all’orecchio dei leader dell’opposizione, ma anch’essi, fatti due conti, preferirono avallare la versione ufficiale: per non prendersi la responsabilità di governare, fatica assolutamente impari alle loro possibilità, e per continuare a poltrire e a trafficare alla sua ombra, balbettando ogni tanto “il re si dovrebbe dimettere” (tant’è che si diffuse la voce che erano morti loro). Un giorno il Palazzo fu evacuato per una puzza improvvisa e irrespirabile. Qualcuno insinuò che fosse tanfo di cadavere. Ma il portavoce si affrettò a precisare: “Il re gode di ottima salute, infatti ha appena scoreggiato”.

Marco Travaglio
da Il Fatto Quotidiano del 16 settembre 2011; pagina prima

sabato 10 settembre 2011

«Noi piccoli conciari eliminati dai grandi evasori»

Sono un ex artigiano del settore concia con 2 aziende fallite nell'anno 2010 (Biellezeta srl e Conceria Ellebi srl), entrambe avevano sede a Zimella (Verona) ma erano comunque collegate ad Arzignano. Intervengo per segnalare una grave ingiustizia che sta accadendo in questo periodo.Io ho lavorato nel settore concia per circa 40 anni, tra dipendente e imprenditore, ho fallito con entrambe le ditte, grazie anche a questi personaggi che hanno fatto di tutto e di più. Una mia azienda, Biellezeta srl, lavorava da circa 15 anni, per conto terzi, pelli di vario genere sia per calzatura che per arredamento e l'altra società Conceria Ellebi srl lavorava da 10 anni sia per conto terzi sia per la vendita in proprio.

Il mio problema principale sono sempre stati i prezzi, sia nel lavoro che nella vendita. Mi ritrovavo a fare conti sia di giorno che di notte e mi chiedevo: «Ma come fanno i cosidetti “grandi” ad applicare certi prezzi? Lavorano sottocosto rimettendoci?» Non osavo credere che fosse così visto che erano tutti ultramilionari. Con le due aziende avevo un totale di circa 35 dipendenti e, per poter andare avanti e competere con gli altri, ho lavorato sottocosto anch'io ma il risultato finale è stato che in due tre anni le mie società sono fallite. Adesso mi ritrovo in un mare di guai, ho perso tutto e sono anche malato di cancro, e tutto grazie a questo settore maledetto.

Sono profondamente addolorato per quello che sta accadendo ad Arzignano in questo periodo in quanto mi pongo la domanda: ma come si fa ad evadere cifre del genere? E poi dire che è stato fatto per il bene altrui o perchè voluto dai dipendenti? Inoltre: queste pelli vendute in “nero” da dove vengono? Nessuno si è ancora fatto questa domanda? Sono il frutto di fatture false? Sono pelli rubate e poi vendute sottocosto? La legge in questi casi dov'è? Purtroppo siamo in tanti piccoli artigiani spariti dal settore concia a causa della slealtà di questi cosidetti “grandi”, e quello che più dispiace è che la giustizia non fa niente contro reati del genere. Ora si sta facendo una campagna mediatica contro lo straordinario (che poteva essere un'ora al giorno) dell'operaio o dell'impiegato: sicuramente anche questo è contro la legge e va punito ma, prima bisogna punire con il carcere chi fa evasioni reali di entità enormi. Invece queste aziende sono ancora aperte e i titolari e i loro dirigenti sono liberi e belli più di prima.

L'evasione da parte dei dipendenti, secondo me, da quello che tutti sappiamo, riguarda i capi reparto e i dirigenti. Per poter lavorare o vendere prodotti le varie ditte, soprattutto di Arzignano, vendevano con un rincaro dei prezzi del 10%, per poi distribuire il 7/8% in "nero" ai titolari e ai capi reparto e dirigenti.Ci sono ex capi reparto o dirigenti che sono riusciti a mettere da parte una fortuna in questo modo, soldi in Svizzera, case di proprietà, auto di lusso e tasse evase. Se ci sarà un processo, come spero, mi auguro che chi ha perso tutto si costituisca parte civile. Comunque, le ditte da controllare non sono solo i conciari ma anche chi li fornisce e chi da loro acquistava.

Renzo Lovato
ex amministratore di Biellezeta srl e Conceria Ellebi srl

lettera a aperta al direttore pubblicata su Il Giornale di Vicenza di giovedì 8 settembre 2011 a pagina 62

giovedì 1 settembre 2011

Arzignano, le aziende aprono alla trasparenza

Ora che anche il vescovo di Vicenza, Beniamino Pizziol, ha fatto sentire la sua voce, tuonando contro gli evasori, la rappresentanza degli industriali della concia sta pensando che sia arrivato il momento di fare un passo in avanti. Non si può programmare la produzione e non si può competere con i cinesi se si vive con la paura che arrivino in fabbrica le gazzelle della Guardia di Finanza. Dopo i blitz delle Fiamme Gialle che hanno messo a nudo le irregolarità di ben due rami della stimatissima famiglia Mastrotto, Arzignano teme di diventare nell'immaginario degli italiani la capitale dell'evasione.

E ovviamente non ci sta perché l'industria della concia non è l'ultima della classe, anzi ha mostrato nella Grande Crisi la capacità di ristrutturarsi in corsa e oggi è in testa alle classifiche dell'export dall'Italia proprio verso la Cina. Sostiene Walter Peretti, presidente della locale sezione concia della Confindustria: «Ci vuole una discontinuità. Bisogna creare un diverso clima di rapporto con le autorità preposte ai controlli, come rappresentanza degli industriali dobbiamo fornire la massima collaborazione per dare informazioni ed evitare il ripetersi di casi di mancato rispetto delle regole. Noi lavoriamo per lo sviluppo e per l'occupazione non per certo per fabbricare evasione». Il presidente Peretti sta attento a misurare le parole ma ha chiaro che l'industria conciaria è a un punto di svolta, accanto all'indubbia affidabilità industriale deve rafforzare la propria credibilità civile. Non è un caso che proprio in questi giorni il presidente della Confindustria Vicenza, Roberto Zuccato, abbia ricordato come nello statuto dell'associazione siano previste sanzioni per comportamenti irregolari degli iscritti. Il paragone è forte, ma dal caso Mastrotto si potrebbe arrivare a sostenere una sorta di «metodo Lo Bello», ovvero che gli evasori debbano e possano essere messi fuori dalla Confindustria.

Nessuno ovviamente vuole arrivare ai casi-limite ed è il motivo per cui Peretti ad Arzignano e Zuccato a Vicenza sostengono che non si può star fermi ad aspettare gli eventi. «Sono molto attento a quanto sta maturando tra gli industriali della concia — dichiara Zuccato —. Io credo che da questa situazione si possa uscire solo con una soluzione politica, se volete chiamatelo patto per la trasparenza ma industria e autorità devono parlarsi, devono poter confrontare le loro informazioni». E' chiaro che siamo solo ai primi passi, bisogna individuare gli interlocutori istituzionali e la metodologia del confronto. Un'esperienza sicuramente significativa è quella degli studi di settore che sono governati da un tavolo centrale a cui siedono l'Agenzia delle Entrate e le rappresentanze di artigiani e commercianti. Ma prima di sedersi gli industriali di Arzignano dovranno accettare che ci si muova per abbattere l'evasione e recuperare gettito, non certo per passare pomeriggi assieme. Una soluzione di questo tipo va costruita ed è lo stesso sindaco di Arzignano, Giorgio Gentilin, a perorarla.

«Il rispetto delle regole e il pagamento delle tasse non si discutono. E gli industriali devono capire che con l'individualismo non si va più da nessuna parte. Ci vogliono soluzioni unitarie. Si potrebbe, ad esempio, recuperare la figura del consiglio tributario del Comune prevista dalle norme vigenti». Gentilin spinge per affrontare il tema evasione con un metodo condiviso perché sa che si sta avvicinando un'altra scadenza delicatissima per il futuro di Arzignano e di tutta la valle del Chiampo, tra due anni le discariche che trattano i fanghi diventeranno sature e bisognerà trovare soluzioni innovative. Se i dati sull'export sono ancora favorevoli ai vicentini, l'industria della concia è comunque condannata a ristrutturarsi continuamente e, di conseguenza, accantonare il contenzioso con le Fiamme Gialle è una condicio sine qua non. «Per essere competitivi non abbiamo assolutamente bisogno di giocare sporco — commenta Peretti — chi ha sbagliato pagherà e ricominceremo daccapo a farci valere ovunque per quello che siamo, tra i migliori del mondo nel nostro mestiere». Prima, però, va trovata una soluzione politica che assicuri trasparenza e legalità. Se volessimo essere un pò retorici diremmo che è scoccata l'ora dei coraggiosi.

Dario Di Vico
da Il Corriere della Sera del giorno 1-09-2011; pagina 12

martedì 30 agosto 2011

Uniti per la pelle, tenuti per le palle

«L'autorizzazione è un bel messaggio, che consente a migliaia di lavoratori di andare in vacanza con la tranquillità che al rientro le aziende rimarranno aperte». È il 2008 la pagina è la numero 32 del GdV del 3 luglio. Così l'allora sindaco di Arzignano, Stefano Fracasso del Pd, commenta la maxi sanatoria ambientale che deroga ad importanti parametri ecologici in materia di reflui. Ne beneficieranno a mani basse le concerie della Valchiampo. Lo stesso giorno sullo stesso quotidiano così si esprime Giuliana Fontanella, consigliere regionale del Pdl e presidente della commissione attività produttive: «C'è grande soddisfazione per l'autorizzazione: c'è più tranquillità e ora ognuno dovrà fare la sua parte per risolvere i problemi che rimangono». E ancora, stesso giornale stesso giorno così parla Paolo Franco, senatore del Carroccio: «L'autorizzazione è un ottimo risultato, soprattutto per le imprese». Viva lo scudo ambientale. Le imprese ringraziano, i malati di tumore meno.

Ma la politica, a differenza di certe polemiche estive, non va mai in vacanza se c'è un interesse forte da tutelare. «Tutti gli imprenditori, non solo i Mastrotto che pure hanno fatto molto, hanno dato alla sanità arzignanese (e preso? Ndr)». Gianfranco Signorin (PD), assessore alla sanità del comune di Arzignano sul GdV del 28 dicembre 2008 a pagina 25 sviolina i Mastrotto e altri imprenditori. «Abbundantis... abbundandum!» diceva Totò.

«Faccio appello a tutti i sindaci possono ancora evitare la lottizzazione della società. I ruoli devono restare autonomi. Sarebbe un guaio espellere gli imprenditori della concia, rappresentanti del territorio...». Stefano Fracasso stavolta nella veste di consigliere regionale del PD sul GdV del 10 settembre 2009 a pagina 28 chiede alla politica, ovvero agli onorevoli Lia Sartori e Alberto Filippi, rispettivamente Pdl e Lega, di rimanere fuori (cosa giusta) dal cda della multiutility Acque del chiampo. Ma si spinge ben oltre e arriva a chiedere che in quel cda siano inseriti, ancora una volta, degli imprenditori conciari. Così il controllore e il controllato saranno la stessa cosa. Sonni tranquilli e affari d'oro. Non cambia il quotidiano, non cambiano data e pagina, cambia il partito, ma la musica è la stessa. «La Lega Nord giudica un grave errore pensare di non coinvolgere gli imprenditori che fino ad oggi hanno fatto la loro parte. È un grave errore ... estrometterli, al punto che la Lega Nord si dissocia, perchè non spetta alla politica gestire il consorzio. Stupisce che lo faccia un sindaco eletto nel Pdl. Gli imprenditori sono la parte attiva, sono importanti in quanto il consorzio stesso è determinante per l’economia della valle del Chiampo. Siamo in presenza di un tentativo di occupazione militare da parte della politica. E questo la Lega non può accettarlo». Questo il pensiero dell'onorevole Paolo Franco, segretario Lega Nord della provincia di Vicenza.

Franco, bontà sua, combatte i poteri forti della politica, ma si appecorona come altri a quelli più forti del dio soldo; salvo poi dimenticare che a capo della multiutility di Arzignano, la "Acque Chiampo" ci mette proprio un politico, il suo Renzo Marcigaglia. Ma tant'è. La situazione è grave. Si sbilancia perfino il giornalista; addirittura arriva a ficcare un commentino (ahi ahi deontologia) in un articolo di cronaca sempre sul GdV del 10 settembre 2009 in pagina 28: «Non si tratta solo di uno sgarbo. C’è in ballo un’estromissione che travolge l’equilibrio che fino ad ora ha retto il consorzio, consegnandolo ai capricci dei partiti». Ipse dixit Gianni Nizzero de Il Giornale di Vicenza. Ma chi lo stabilisce che quell'equilibro sia una cosa giusta? Il giornale posseduto anche dai conciari per caso?

E la sciarada delle contraddizioni non finisce mai. Le parti si scambiano. Il centrosinistra va in minoranza, il centrodestra conquista il governo cittadino. Ma come diceva Pierino, invertendo le chiappe il prodotto non cambia: «I cittadini di Arzignano diventano 007 e aiutano i vigili urbani. La collaborazione dei cittadini è stata fondamentale anche per un intervento nel quartiere Mantovano dov'era stato segnalato un uomo che, con fare petulante, si proponeva ai residenti come arrotino. Stava quasi convincendo un'anziana a farlo entrare in casa quando è intervenuta la figlia della donna che ha chiamato la polizia. L'agente di quartiere giunto sul posto ha identificato l'uomo e dal controllo è emerso che era un pregiudicato con una serie di precedenti. È stato quindi allontanato. Un altro intervento è stato possibile in località Tezze, dove gli agenti hanno trovato una sorta di falegnameria abusiva gestita da un cittadino indiano; la situazione è stata poi segnalata alla Guardia di Finanza». Il tutto promana ancora una volta dal GdV del giorno 11 settembre 2009 a pagina 30.

Ne esce bene l'operato dell'assessore alla sicurezza arzignanese Enrico Marcigaglia (figlio del politico indagato per corruzione che in "Acque del Chiampo" rappresenta quel pezzo di Lega che non vuole i politici nei cda); junior però in tutti i mesi trascorsi sino ad oggi si è tuttavia dimenticato della esistenza di un decreto convertito in legge il 30 luglio 2010. Tale decreto, è il 78 del 31 maggio dello scorso anno, prevede in soldoni questo.

Se le amministrazioni locali hanno il sospetto che sul loro territorio ci siano persone fisiche o giuridiche che evadono, se fanno segnalazioni mirate e se la verifica va a segno, l'ente locale si cucca il 50% della sanzione eventualmente erogata. Applicassero ad alzo zero 'sta roba Arzignano sarebbe più ricca di Dubai. E quindi... Perché il comune di Arzignano sguinzaglia gli 007 contro le falegnamerie abusive dell'extracomunitario indiano e non lo fa coi Mastrotto o coi loro conguaglianti? Chissà quanti soldini per rimpolpare il magro bilancio comunale. L'opposizione sbraita contro le dimensioni «ciclopiche» del fenomeno. Non contro il fenomeno, che dura indisturbato da decenni peraltro. Furbi sì, ma meglio non esagerare, dai nell'occhio altrimenti. Eh sì. I silenzi trasversali e le ovvietà trasversali dicono più di tante analisi sociologiche. Ad Arzignano c'è una potentissima «lobby politco affaristica» che ha dominato grazie alla complicità di molti. A destra come a sinistra. In basso come in alto. Nelle istituzioni, nelle banche, nella curia, nei bar, fra le squillo, nei circoli massonici e in quelli massonico filantropici. Ma monsieur l'argente de poche chiede unità d'intenti. E unità sia. Per questo gli ammonimenti alla panna montata lanciati oggi da lorsignori, quelli che sino a qualche settimana fa annuivano e inghiottivano senza se e senza ma, suonano come una sorda beffa. Che credenziali hanno costoro? Ovviamente nulle; il loro non è che salottismo di circostanza. Quanta gente unita nella menzogna. Quanti personaggi uniti per la pelle. Anzi per le palle.

Marco Milioni
link sorgente

sabato 27 agosto 2011

Bruno Mastrotto? Santo subito

«Sì ma quello della concia è un sistema che gira in quel modo». Così parlò l'onorevole Max Calearo su "Repubblica del 27 agosto 2011 a pagina 21. Uno sobbalza e dice, ma caspita, chi parla non è Bepi del casolin. No è l'ex presidente dell'Assindustria Vicenza. Ma se sapeva, perché non ha parlato in passato? Perché non ha preso provvedimenti contro il collega che distorceva sua verginità la libera concorrenza? Uh, ma quando si discetta di sua santità conciaria Bruno Mastrotto la prudenza è come il botox al Billionaire di Briatore; è d'obbligo. E così nonostante il caso Arzignano deflagri su tutta la linea i «ma»e i «però» si fanno avanti pronti a tirar su la fabbrca, o meglio «el capanon», dell'omertà made in Vicenza.

E così vengono in soccorso i liberal di sinistra come Daniele Marini, Fondazione Nordest, che sempre su Repubblica non giustifica ma stempera e spiega: «Direi che non è proprio la norma. Anzi. Poi se vogliamo individuare delle spiegazioni, ma non delle giustificazioni, possiamo cercarle nella difficile competizione mondiale, negli alti livelli di tassazione e nella cultura delle piccole imprese a non aprirsi all'esterno». Eh, ma de che? Ma se hanno appena pizzicato un distretto intero che traffica ed evade. Ma di che sociologa il sociologo? Sociologo che “stranacaso” nel suo rapporto sintetico sul Nordest della Fondazione Nordest guidata da paron Tomat, alla voce criticità, ben si guarda dal puntare l'indice su aspetti come corruzione e altre corbezzole ambientalsanitarie che hanno allietato la Valchiampo.

E mentre la "sora Gramigna" della sociologia stempera e sopisce viene alla mente l'operato di un altro campione della Fondazione Nordest. Quel bravo, quando vuole o serve, Paolo Possamai che sulle pagine, guarda caso, proprio di Repubblica scriveva la sua agiografia mastrottesca: «Le note a margine di Bruno Mastrotto non sono quelle di uno dei tanti operatori del comparto concia, ma di chi da solo pesa l' 1% della produzione mondiale. Le parole trovano riflesso nei numeri della holding, che nel 2008 registrava ricavi consolidati per 253,5 milioni e un margine operativo lordo di 10,88 milioni, parametri passati nell' esercizio successivo rispettivamente a 217,5 e 15,09 milioni, e infine a 253,9 e a 10,95 milioni lo scorso anno, mantenendo sempre poco sotto l' 80% la quota delle esportazioni. Mastrotto è insieme specchio e anomalia, capostipite e anticipatore di tendenze nel settore conciario. Non è da tutti avere codificato 13mila colori, di cui 430 in pronta consegna e 70 disponibili in 48 ore. Non è da tutti avere attrezzato un laboratorio che oltre a monitorare costantemente le acque di scarico sui campioni di pelle lavorata realizza test di resistenza alla luce e alla trazione, allo scoppio e al calore, alla flessione e all' umidità. Non è da tutti destinare il 4% del fatturato alla voce ricerca e sviluppo, oppure avere nel portafoglio clienti sia big del comparto moda come Tod' s che dell' arredamento come Ikea. E poi, caso assolutamente sui generis, il gruppo può contare su sei stabilimenti nel distretto della valle del Chiampo (Vicenza) e poi su impianti produttivi in Brasile e Indonesia. Nella valle del Chiampo, un dipendente ogni 10 tra tutte le industrie conciarie riceve lo stipendio dai fratelli Mastrotto. Le attività di Bruno e Santo avviate in Brasile nel 2000 e Indonesia nel 2005 generano ricavi per oltre un centinaio di milioni, che non sono consolidati dal gruppo ma da Mastrotto International, in cui rientrano anche altri investimenti della famiglia (tra cui anche Midac, produttore di batterie per autotrazione che vale un fatturato di 108 milioni di euro). Fatte un po' di somme, mettendo assieme concia, immobiliare e batterie, il giro d' affari complessivo sfiora il mezzo miliardo. Che non è poca cosa, ricordando che Bruno e Santo sono nati contadini e che mezzo secolo fa, quando hanno avviato la loro prima bottega, per lavorare le pelli dovevano spostare il tavolo della cucina».

Possamai cita addirittura i «430 colori» in pronta consegna ("sti cazzi" diranno gli ingegneri, i chimici o gli informatici di Bosch, Google, Oracle o Basf"). Ma non sia mai che Possamai si ricordi che Brunone è indagato per corruzione. Sì perché il suo articolonzo è datato 4 aprile 2011; non primo aprile 1950 quando i conciari della prima ora epicamente scendevano dalle montagne del sapone per far la pelle alla Valchiampo al grido di "scheeeei diocan". Chissà quanto sarà sobbalzato "sora Grifagna" Possamai quando su Repubblica del 27 agosto ha letto un vero articolo coi controcoglioni scritto da Roberto Mania.

E dopo "sora Gramigna" e "sora Grifagna", sempre pasolinianamente danzando, è il turno del terzo del club. Sentite che cosa scriveva la "sora Micragna" del Corsera Dario Di Vico, uno che viene dalla Uil e che quindi conosce bene il mondo delle «signorine grandi firme» come dice Vauro.

Di Vico pontifica: «... l' onore della città era squassato dalla scoperta di una mega-frode dell' Iva per centinaia di milioni di euro messa in opera da una cricca locale chiamata Dirty Leather, capeggiata da Andrea Ghiotto proprietario della locale squadra di calcetto candidata allo scudetto tricolore. La cricca usava come quartier generale un ristorante del centro, aveva come clienti piccoli e medi conciatori e aveva corrotto commercialisti, fiscalisti e dipendenti dell'Agenzia delle Entrate...». Insomma la corruzione dei grandi non c'è. È una faccenda di ghiottini, ghiottine e inghiottine. La devastazione ambientale men che meno. Il «tumorificio Valchiampo» denunciato dall'ex IdV Claudio Rizzotto non s'ha da citare.Eppure nel settembre 2010 mezza Italia aveva visto e sentito su "Presa Diretta" a Rai Tre le gesta del signore delle pelli Bruno Mastrotto. Ma Di Vico, che vichianamente crede nei cicli della storia, aveva già passato il giro.

Se poi qualche pazzo si prendesse la briga di andare a digitare LaSberla.net (mi secca autocitarmi, ma mala tempora currunt) scoprirebbe che il 21 maggio 2010 scrivevo: «... Mi sono bastate un paio di visite agli archivi della camera di commercio di Vicenza per sapere che il grosso del Gruppo Mastrotto spa (cito il nome della nave ammiraglia del settore perché è il più noto) in realtà appartiene alla holding Mastrotto International spa. Quest’ultima a sua volta è posseduta in gran parte da una società di diritto lussemburghese che si chiama Texcoco Holding SA. Piccole quote della Mastrotto International sono poi detenute da altri due società lussemburghesi, la S.P.I.C. SA e la CORIUM SA. Come mai si ricorre a questo giochino di scatole cinesi finanziarie? Chi sono i veri proprietari delle compagnie di diritto lussemburghese che dominano la piramide societaria del Gruppo Mastrotto?... Sarebbe bello sapere quindi se le imprese del distretto della concia (ma non solo loro) usano le holding nei paradisi fiscali solo per ragioni di efficienza tributaria (chiamiamola così) o se invece sotto c’è dell’altro. Magari la volontà di sottrarre imponibile al fisco italiano...».

Un anno dopo scoppia lo scandalo nazionale che coinvolge i fratelli Bruno e Santo Mastrotto. Certo Marini e Di Vico non hanno avuto il tempo di leggere queste quattro righe scribacchiate su un blog di provincia. Possamai invece qualche opportunità ce l'aveva visto che il figliolo è una delle promesse del Pd a Vicenza. Ma forse junior, che mai ho sentito sparare sulle cricche della concia, era impegnato tra un festival del lecca lecca antileghista e un vernissage dell'Iphone democratico. Sui Mastrotto meglio minimizzare. La pelle è denaro, la pelle è fashion. Meglio coprire, meglio lenire, meglio gioire. E domani? E Bruno Mastrotto? Santo subito. Ovviamente.

Marco Milioni
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