lunedì 25 aprile 2016

«Diluire l'acqua grazie al canale Leb»

«La Regione ci dia la possibilità di lavorare a pieno regime: così potremo risolvere il problema dei Pfas». È quanto sostiene il presidente del consorzio Leb Luciano Zampicinini, che propone di utilizzare il sistema di irrigazione per risolvere il problema dell'inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche.

Grazie al canale Leb, è la tesi del presidente, si potrebbe portare l'acqua pulita, prelevata dal fiume Adige, lungo gli scoli irrigui del territorio vicentino, ma anche nel Veronese e nel Veneziano: in tal modo l'acqua inquinata verrebbe diluita e le concentrazioni di Pfas diminuite. Per fare ciò, però, serve più acqua di quanta ne venga utilizzata attualmente dal sistema. «Possiamo operare sulle acque di superficie, ma non su quelle di falda - precisa innanzitutto Zampicinini -. Non vogliamo soldi, abbiamo solo bisogno di poter derivare la massima quantità possibile di acqua dall'Adige. Abbiamo la possibilità di portare 50 metri cubi di acqua al secondo, mentre attualmente nel canale ne stanno scorrendo 21. In sostanza, l'opera è utilizzata al 40 per cento delle sue possibilità. Per questo chiediamo alla Regione di sfruttarci, se vuole avere soluzioni veloci: abbiamo bisogno di più acqua, in quanto più riusciamo a diluire il terreno e maggiori saranno i risultati anche sul fronte del contrasto all'inquinamento da Pfas».

Il canale Leb parte da Belfiore, nel Veronese, trasportando l'acqua dell'Adige attraverso la pianura; a Cologna, confluisce nel torrente Guà dal quale, poi, l'acqua prosegue con un nuovo collettore fino a Cervarese Santa Croce, nel Veneziano. Il sistema serve gli scoli dei consorzi Alta pianura veneta, Bacchiglione ed Euganeo: un territorio di 85 mila ettari che va dalla Bassa Veronese al Basso Vicentino, fino ad una parte della provincia di Venezia. Il consorzio ha già eseguito le analisi dell'acqua portata dal proprio canale. «Spediremo una lettera con i risultati ai sindaci dei 102 Comuni attraversati dal canale - continua il presidente Zampicinini -, affinché possano notare come i parametri relativi all'acqua del Leb siano molto più bassi di quelli stabiliti dalla Regione. Tanto più che le analisi sono state effettuate in un momento in cui stavamo immettendo 6 metri cubi al secondo; oggi ne stiamo immettendo 15, a maggio saremo a 20, quindi i valori scenderanno ulteriormente. L'acqua del Guà, infine, in estate è destinata a calare, mentre noi continueremo ad immettere nel torrente acqua pulita proveniente dall'Adige». Un aiuto ulteriore potrebbe arrivare dall'estensione del periodo operativo del canale, oggi funzionante nella stagione irrigua, dal 15 marzo al 15 ottobre. «La soluzione - continua Zampicinini -, potrebbe arrivare anche facendo scorrere l'acqua per tutto l'anno e non solo per 7 mesi».

da Il Giornale di Vicenza del 25 aprile 2016; pagina 9

La consigliera esposta: «Ma bevo da bottiglia»

Da otto anni non tocca un bicchiere di acqua del rubinetto: «A casa beviamo solo dalle bottiglie. Usiamo la rete idrica per l'igiene personale e per cucinare. Del resto, con i segnali che arrivavano già una decina di anni fa, abbiamo deciso una soluzione drastica». Un rimedio estremo che, a quanto pare, non ha tenuto immune Cristina Guarda, leonicena eletta in consiglio regionale con la lista Moretti, dalle contaminazioni da Pfas. Nei giorni scorsi Guarda, 26 anni, si è sottoposta alle analisi, come centinaia di altri vicentini: «Per i dati ufficiali - precisa - bisognerà attendere. I risultati ufficiosi dicono che la concentrazione di Pfos (molecole della "famiglia" perfluoro-alchilica) è nella norma. I Pfoa, invece, hanno superato la soglia dei 54 nanogrammi per grammo di sangue».

L'emergenza scatta a 70, la media per le zone non contaminate è di 1.39 nanogrammi. «I numeri si commentano da soli - prosegue la giovane consigliera regionale - e significano nuove analisi tra poco più di sei mesi. va detto che concentrazioni alte di Pfas possono dipendere anche dall'uso in cucina di materiali che li contengono, ma la preoccupazione per la condizione della falde resta». Per cui, il percorso di Guarda sul fronte istituzionale prevede la collaborazione con il ministero dell'Ambiente per ridurre le concentrazioni nell'area contaminata e, s e necessario, trovare nuove fonti di approvvigionamento idrico.Nel frattempo, a palazzo Ferro Fini, Pd e M5s vanno all'attacco. «È inaccettabile - dichiara il democratico Stefano Fracasso - che la Miteni giochi allo scaricabarile dicendo che non immette più Pfas nel sistema di depurazione. I dati sulla contaminazione mostrano che l'inquinamento ha riguardato le acque di falda. Allo stesso modo, coinvolgere il distretto della concia è fuorviante, visto che i sistemi depurativi dell'Ovest vicentino hanno il loro scarico oltre venti chilometri a ovest dalla zona di massima concentrazione dei Pfas. Ci aspettiamo dall'azienda la disponibilità a contribuire alla soluzione del problema».

Concorde l'eco-dem trevigiano Andrea Zanoni: «I risultati dei monitoraggi evidenziano il fallimento delle misure di prevenzione. In una situazione in cui interrogativi e dubbi si accavallano, è evidente solo una cosa: il danno patito dai cittadini, con relativo diritto a farsi valere». Critico anche l'ex candidato governatore dei Cinque Stelle, Jacopo Berti: «Meno di un mese fa, le nostre argomentazioni erano state oggetto di critiche in aula. Oggi abbiamo 250 mila persone a rischio. Di conseguenza non è il caso di perdersi in dispetti di palazzo, ma di mettersi a lavorare a tutela dei cittadini. Se l'assessore Bottacin vuole darci una mano, siamo in trincea». Un appello al monitoraggio arriva anche da Legambiente. «La situazione è critica - dicono i vertici dell'associazione - e servono misure straordinarie».

da Il Giornale di Vicenza del 23 aprile 2016; pagina 15

Virna Nordio

Com’era ampiamente prevedibile, l’elezione di Piercamillo Davigo al vertice dell’Anm ha subito fatto saltare i nervi alla classe politica, specie di quella governativa. Il prestigio che deriva dalla sua storia, il linguaggio franco e tagliente, la capacità di sintetizzare i disastri della politica giudiziaria dei governi con battute comprensibili a tutti senza paraculaggini, sono peccati mortali nel Paese di Tartuffe. Chi lo ascolta e lo confronta coi balbettii dei minus habentes autonominatisi eletti dal popolo capisce subito chi ha ragione. Del resto ciò che Davigo dice da anni e ripete ora lo sanno tutti: i politici rubano più di prima, ma hanno smesso di vergognarsi, anzi rivendicano ciò che prima facevano di nascosto, quindi si guardano bene dal varare riforme efficaci per scoperchiare e combattere il malaffare.

E non passa giorno senza che un’indagine lo dimostri. Ma sentirglielo dire con tanta chiarezza, tra tanti suoi colleghi che impiegano un quarto d’ora e duemila parole solo per dire “buonasera”, ha lo stesso effetto dell’urlo “il re è nudo!” del bimbo nella fiaba di Andersen. Siccome i politici parlano male perché pensano e agiscono malissimo, il solo sentir parlare Davigo li manda in bestia. Riecco dunque il vecchio refrain “i giudici parlino con le sentenze” (copyright Craxi&B.) in bocca al responsabile Giustizia (si fa per dire) del Pd David Ermini, molto applaudito da Ncd e da FI.

Sognano un bel bavaglio, oltreché per i giornali, anche per Davigo: come se il rappresentante di 9 mila magistrati non avesse il diritto di dire la sua sulla materia di cui si occupa da 40 anni. L’apparenza però non deve ingannare: di Davigo non spaventano le parole, ma i fatti che potrebbero scaturirne: l’effetto galvanizzante e rivitalizzante su una magistratura sempre più tremebonda, conformista e “genuflessa” al potere. Il rischio (per lorsignori) e la speranza (per noi) è che molti magistrati ritrovino le ragioni della propria missione e perdano i timori reverenziali verso il potere nel momento cruciale in cui devono decidere se indagare o archiviare, se prosciogliere o processare, se assolvere o condannare un colletto bianco. “Non ci attaccano per quello che diciamo – disse Davigo ai tempi di Mani Pulite –, ma per quello che facciamo”. La controprova si chiama Carlo Nordio, procuratore aggiunto a Venezia. Anche lui è prodigo di interviste e, diversamente da Davigo, di articoli sui giornali. Scrive sul Messaggero di Caltagirone. E non fa mai mancare l’appoggio alle controriforme del governo di turno.

Ora è molto eccitato per l’attacco di Renzi a “25 anni di barbarie giustizialista” e per il bavaglio sulle intercettazioni, anche se gli pare “troppo timido”: lui non si contenta di proibire ai giornali di pubblicarle (“una porcheria indegna di un paese civile”); lui vuole proprio abolirle come “fonti di prova” e lasciarle “nel cassetto del giudice”. Al posto suo, eviteremmo di evocare cassetti: nel 2004 Bruno Vespa scoprì che nel suo giaceva dal 1998 il famoso fascicolo sulle presunte tangenti rosse di D’Alema e Occhetto: avrebbe dovuto essere trasmesso 6 anni prima alla Procura di Roma, ma Nordio se l’era scordato. Quando arrivò, era tutto prescritto. In compenso due anni fa fu proprio Nordio a far arrestare 35 persone a Venezia per il Mose, dal sindaco Orsoni al deputato Galan: li aveva visti coi suoi occhi scambiarsi mazzette?

No, orrore: li aveva intercettati. E le conversazioni, anziché nasconderle nel cassetto, le aveva usate come fonti di prova, allegandole orribilmente agli atti, così il gip le usò per arrestarne 35 e i giornali le pubblicarono. Lui però non denunciò la “porcheria indegna” nelle sue copiose interviste sull’inchiesta. E nessuno si sognò di intimargli di parlare solo con i suoi atti. Come nessuno ora gli domanda a che titolo un pm trinci giudizi politici sul Messaggero: Michele Emiliano ha avuto un’“infelicissima uscita” sul referendum, mentre l’amato Renzi fa benissimo ad “affondare la lama” contro i pm e non deve “intimidirsi” per i cattivoni del M5S e di quel che resta della libera stampa (“le anime belle del giacobinismo forcaiolo”) che osano opporsi al bavaglio. Quanto al centrodestra, deve “applaudire il premier” e “incoraggiarlo”, anziché appoggiare il referendum No Triv con gli orrendi “grillini” e l’“estrema sinistra”. Il finale è strepitoso: “La libertà personale è vulnerata dall’eccesso di custodia cautelare”.

Fanno eccezione i suoi 35 arresti per il Mose, s’intende. Ma anche il caso di un pm veneziano che, nel 2000, sequestrò l’auto al cliente di una prostituta anche se non aveva commesso alcun reato: A.P, 25 anni, sorpreso dai carabinieri con una moldava, fu denunciato per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione (delitto previsto per i papponi, non per i clienti) e si vide sequestrare l’auto. Il pm convalidò e il giovane, pochi minuti dopo, si suicidò. Il pm spiegò che “nell’immediatezza del fatto l’operato dei carabinieri si presentava formalmente legittimo”, ma “il cliente non si può assolutamente perseguire in base alla legge”. Perciò dissequestrò l’auto, a funerali avvenuti. Il pm era Nordio: lo stesso che oggi, all’unisono con Renzi & C., strilla contro “la dignità calpestata dalle intercettazioni generalizzate e diffuse”.

Marco Travaglio
da Il Fatto quotidiano del 23 aprile 2016; pagina prima

sabato 23 aprile 2016

La consigliera esposta «Ma bevo da bottiglia»

Da otto anni non tocca un bicchiere di acqua del rubinetto: «A casa beviamo solo dalle bottiglie. Usiamo la rete idrica per l'igiene personale e per cucinare. Del resto, con i segnali che arrivavano già una decina di anni fa, abbiamo deciso una soluzione drastica». Un rimedio estremo che, a quanto pare, non ha tenuto immune Cristina Guarda, leonicena eletta in consiglio regionale con la lista Moretti, dalle contaminazioni da Pfas.

Nei giorni scorsi Guarda, 26 anni, si è sottoposta alle analisi, come centinaia di altri vicentini: «Per i dati ufficiali - precisa - bisognerà attendere. I risultati ufficiosi dicono che la concentrazione di Pfos (molecole della "famiglia" perfluoro-alchilica) è nella norma. I Pfoa, invece, hanno superato la soglia dei 54 nanogrammi per grammo di sangue». L'emergenza scatta a 70, la media per le zone non contaminate è di 1.39 nanogrammi. «I numeri si commentano da soli - prosegue la giovane consigliera regionale - e significano nuove analisi tra poco più di sei mesi. va detto che concentrazioni alte di Pfas possono dipendere anche dall'uso in cucina di materiali che li contengono, ma la preoccupazione per la condizione della falde resta». Per cui, il percorso di Guarda sul fronte istituzionale prevede la collaborazione con il ministero dell'Ambiente per ridurre le concentrazioni nell'area contaminata e, s e necessario, trovare nuove fonti di approvvigionamento idrico.Nel frattempo, a palazzo Ferro Fini, Pd e M5s vanno all'attacco. «È inaccettabile - dichiara il democratico Stefano Fracasso - che la Miteni giochi allo scaricabarile dicendo che non immette più Pfas nel sistema di depurazione. I dati sulla contaminazione mostrano che l'inquinamento ha riguardato le acque di falda. Allo stesso modo, coinvolgere il distretto della concia è fuorviante, visto che i sistemi depurativi dell'Ovest vicentino hanno il loro scarico oltre venti chilometri a ovest dalla zona di massima concentrazione dei Pfas. Ci aspettiamo dall'azienda la disponibilità a contribuire alla soluzione del problema».

Concorde l'eco-dem trevigiano Andrea Zanoni: «I risultati dei monitoraggi evidenziano il fallimento delle misure di prevenzione. In una situazione in cui interrogativi e dubbi si accavallano, è evidente solo una cosa: il danno patito dai cittadini, con relativo diritto a farsi valere». Critico anche l'ex candidato governatore dei Cinque Stelle, Jacopo Berti: «Meno di un mese fa, le nostre argomentazioni erano state oggetto di critiche in aula. Oggi abbiamo 250 mila persone a rischio. Di conseguenza non è il caso di perdersi in dispetti di palazzo, ma di mettersi a lavorare a tutela dei cittadini. Se l'assessore Bottacin vuole darci una mano, siamo in trincea». Un appello al monitoraggio arriva anche da Legambiente. «La situazione è critica - dicono i vertici dell'associazione - e servono misure straordinarie».

da Il Giornale di Vicenza del 23 aprile 2016; pagina 15

martedì 5 aprile 2016

Mani in Pastena

«L'uomo chiave in questa storia si chiama Valter Pastena, ieri burocrate sconosciuto ai più e oggi, è il dato che mette in allerta gli inquirenti, consulente del Ministero guidato, fino all'altro ieri, da Federica Guidi. Il burocrate è notissimo a chiunque, nel mondo industriale, abbia dovuto accedere a finanziamenti del ministero delle Finanze. E in questo caso si trattava di gestire spese per 5,4 miliardi di euro: il progetto del rimodernamento dell'intera flotta italiana». È questo uno dei passaggi salienti di un lungo servizio che ilfattoquotidiano.it pubblica ieri con grande risalto. Un servizio che accende i riflettori appunto sul superdirigente (o ex superdirigente, i media in tal senso non hanno chiarito completamente la situazione) della Ragioneria generale dello Stato Pàstena. Quest'ultimo, che secondo Repubblica risulta indagato per il caso Petrolio assieme al capo di stato maggiore della Marina, Giuseppe De Giorgi, risulta pure iscritto all'albo nazionale dei revisori legali, ha anche, o meglio ha avuto, anche dei solidi addentellati con la terra Veneta. Visto che è stato membro del collegio dei sindaci della società aeroportuale veneziana, la Save, dal 18 aprile 2012 sino al 31 dicembre 2014.

Ma gli addentellati a vario titolo, intesi quanto meno come titolarità di cariche in società di capitali, non sono solo quelli del passato. Pastena infatti risulta attualmente membro del collegio sindacale di Investimenti spa, la holding pubblica romana che ha in pancia il progetto del super polo fieristico capitolino voluto dall'allora sindaco democratico Walter Veltroni e poi avviato su un triste crinale fatto di debiti e speranze tradite.

La stella di Pastena comunque sembra ancora brillare di luce propria. L'uomo infatti è attualmente presidente del collegio dei sindaci di Aeroporti di Puglia (una spa finita al centro del cosiddetto affaire Di Paola), presidente del collegio dei sindaci della «Società per il polo tecnologico industriale romano», membro del collegio sindacale della Logesta Italia, la filiale nel Belpaese di una delle più importanti multinazionali per il trasporto del tabacco. E ancora l'ex dirigente è revisore legale della fondazione Musica per Roma, nonché presidente del collegio sindacale del consorzio «Sistema Camerale Servizi Roma».

Tra le cariche cessate, oltre a quella presso Save, Pastena vanta la legatoria Bergamasca Lediberg (presidente del collegio sindacale), la cartaria romana Aticarta spa (membro del collegio dei sindaci), un pomposo, almeno nel nome «Network globale agenzia per la internazionalizzazione» (presidente del collegio sindacale). Tra le cariche di peso ricoperte in passato ritornano protagoniste le Venezie con la Finest, la finanziaria pensata per rafforzare i rapporti tra Nordest italiano e Est Europa controllata da da Friulia Spa, società finanziaria della Regione Friuli Venezia Giulia, dalla Regione Veneto, dalla Provincia Autonoma di Trento, dalla Simest e da alcune banche del territorio: è referente del Ministero per lo Sviluppo Economico. Il dettaglio del suo assetto azionario è visibile proprio sul portale della compagnia, fondata nel 1993, per la quale il dottor Pastena ha svolto il ruolo di presidente del collegio dei sindaci sino al 15 novembre 2007. Quest'ultimo ha poi svolto la mansione di presidente del collegio sindacale di Atisale, una spa che si occupa di sale marino un tempo nell'orbita dei Monopoli di Stato, sino al 22 maggio 2003.

mercoledì 30 marzo 2016

Attorno a BpVi una galassia opaca

Che le vicende recenti della Popolare di Vicenza portassero con sé molti lati oscuri lo avevano presagito in tanti. Oggi però le ombre del passato continuano ad addensarsi ad libitum. E continuano a dispiegare i loro effetti sui passaggi più delicati e controversi della vita dell'istituto, quasi fossero non tanto un mix di mala gestio, contingenze economiche e reati su cui indagano le toghe, ma piuttosto il frutto d'una stregoneria ancestrale. Un quadro a tinte fosche che fa assomigliare Vicenza più alla Derry di Steven King, dominata dal demone "It", che alla città di Andrea Palladio la quale l'agiografia padana descrive devota a Dio e al lavoro.

L'ultimo di questi passaggi delicati è andato in scena venerdì scorso quando in circostanze ancora tutte da chiarire l'assemblea dei soci, che il 5 marzo aveva invocato trasparenza e una azione di responsabilità contro gli ex amministratori «colpevoli di avere ridotto» la banca nello stato in cui versa adesso, è riuscita a rimangiarsi la parola. Bloccando con un clamoroso niet la proposta di quegli azionisti che si erano detti favorevoli ad agire in sede civile contro l'ex board.

Ne è nato l'ennesimo caso nazionale. Addirittura Radio 24 ieri ci ha costruito un approfondimento speciale durante Focus Economia. Uno speciale durante il quale perfino un osservatore tanto attento quanto navigato come il conduttore Sebastiano Barisoni ha dovuto spostare il grosso del suo ragionamento sul contesto poco trasparente dentro al quale si sarebbe consumato l'ennesimo strappo a danno dei risparmiatori. Non mancano chiaramente gli analisti che hanno puntato l'indice sui soci di peso della banca. I quali in una situazione di incertezza dovuta addirittura ai dubbi sulla reale volontà di Unicredit di mantenere gli impegni per garantire l'acquisto delle azioni di BpVi che il mercato borsistico non volesse accettare (inoptato), avrebbero preferito non far tremare le fondamenta dell'istituto. Ma le cose stanno davvero così? Oppure alcuni tra i grandi soci hanno il nervo scoperto rispetto ad operazioni poco vantaggiose per la banca che il vecchio board avrebbe comunque garantito per ragioni di sistema o politiche? O addirittura esiste una partita in corso per scaricare sul risparmio i pesi dovuti alla vecchia gestione per poi farla tornare in sella, magari sotto mentite spoglie, dal momento che ancora influenza i vertici della banca?

Sarà il tempo, forse, a far chiarezza. Ma le cronache intanto fotografano una situazione che rimane piena di incognite e che rischia di mandare all'aria i buoni propositi che si erano comunque manifestati il 5 marzo, giorno della assemblea che sancì la trasformazione della popolare in società per azioni. Una metamorfosi che sul piano amministrativo ha avuto pieno compimento in questi giorni con la trascrizione del libro dei soci presso i registri della Camera di commercio berica.

Questi registri dicono anzitutto una cosa. Fatto cento il monte delle azioni di BpVi (che dovrebbe sbarcare in borsa anche se non si sa quando) ben il 62,45% appartiene alla stessa Banca ed è pari a 62milioni 818mila 340 azioni. Una cifra monstre. Azioni che dovrebbero finire sul mercato, ma che comunque costituiscono una anomalia de facto che il codice civile in molti casi proibisce (Vvox.it pochi minuti fa ha dedicato una analisi al tema; nella quale si spiega comunque che il dato reale delle quote azionarie sarà comunque estrapolabile solo quando saranno visionabili i bilanci ufficiali). E che potrebbe essere oggetto di un'altra guerra di carte bollate. Va poi aggiunto che il soggetto che controlla quel pacchetto di maggioranza assoluta avrebbe potuto, quanto meno in termini di moral suasion, sbarrare la strada proprio all'azione civile. Il condizionale è d'obbligo perché al momento nomi e cognomi dei soci che realmente hanno detto no all'azione di responsabilità sono schermati dal vincolo di riservatezza che incombe sul verbale della seduta. Ma non è detto che questo schermo duri per sempre. Magari potrebbe essere infranto per l'azione della magistratura o per l'azione in sede civile di qualche azionista.

Altrettanto ingarbugliato rimane poi il quadro di coloro che al momento si contendono la hit parade dei soci di BpVi al netto del gigantesco ed anomalo 62,5% detenuto dalla banca stessa. A far data dal 29 marzo 2016 il primo azionista (secondo se si conta la Popolare) di via Framarin risulta la Cattolica Assicurazioni con 894.674 azioni pari allo 0,89% del totale. Segue l'imprenditore Silvano Ravazzolo che col suo 0,82% si piazza terzo. Ma se quest'ultimo somma le sue azioni a quelle del fratello Giancarlo (0,65%) i due sorpassano addirittura Cattolica: con un segno rosso da fare sul diario di bordo della vicenda. Perché proprio i Ravazzolo, che non sono certo dei big dell'economia veneta, sono al centro di una querelle (ben descritta da Mario Gerevini sul Corsera) che li vede tra coloro che sarebbero stati pesantemente finanziati da BpVi per l'acquisto delle stesse azioni di BpVi. Una pratica non consona che sarebbe tra le cause delle disgrazie dell'istituto berico.

Al quarto posto si piazza addirittura una società in liquidazione, la Elan srl di Carré nel Vicentino, con lo 0,66% delle azioni. Della quinta posizione di Giancarlo Ravazzolo è già stato riferito, mentre il sesto è appannaggio del noto imprenditore Luigi Morato con lo 0,56%. Appresso c'è la Lujan (0,52%) un nome che in un lungo servizio de l'Espresso compare legato a filo doppio all'imprenditore romano Alfio Marchini. All'ottavo posto c'è invece la fondazione Roi alle cui vicende Vvox ha dedicato un approfondimento del direttore Alessio Mannino che porta la data del 4 marzo.

E le sorprese non cessano dal momento in cui in nona posizione si colloca un misterioso Gamma Fund, probabilmente straniero, del quale la Camera di commercio nemmeno indica un codice fiscale. In decima posizione fa poi capolino Generali financial holdings (nessuna nazionalità indicata, nessun codice fiscale). A scendere non mancano altri nomi di spicco come Antonella Amenduni Gresele della omonima casata degli acciaieri vicentini. E poi la Nomura bank international, la reggiana Effe Energy (a sua volta controllata da una società lussemburghese), la Folco finanziaria, le Assicurazioni Generali, ancora altri rampolli Amenduni, la Allianz, i Dalla Rovere, i Caovilla, una misconosciuta signora Bertilla Xillo fino ad arrivare alla Soges. Su questa spa che detiene ben 234.457 azioni va fatta una considerazione a parte. Nell'azionariato di Soges c'è Antonino Faranda, imprenditore siculo-laziale nel ramo alimentare, nonché re dei discount della capitale. Della sua galassia, che ruota attorno al marchio Tuo, fa parte anche il brand Doreca che nel 2013 il gruppo BpVi finanzia indirettamente acquisendone un 13%. L'operazione è documentata dalla stessa banca berica che in un pomposo dispaccio stampa sempre del 2013 tesse le lodi dell'operazione.

Ma c'è un ma. Assieme ad un altro imprenditore Faranda nel settembre 2015 finisce invischiato nel gorgo dell'inchiesta Sberlati, una storiaccia sarda di malversazioni a danno dello Stato. Lo stesso Faranda a Roma vanta relazioni di primissimo livello. A partire da quelle con uno degli uomini più chiacchierati e potenti d'Italia, il cosiddetto metamassone Giancarlo Elia Valori. Per le sue liason alto di gamma Faranda finisce anche in uno speciale de Il Foglio redatto lo scorso anno da Stefano Cingolani. Tuttavia il nome di Valori torna ad avvicinarsi a quello della Banca Popolare di Vicenza. Come? Il giorno 8 luglio 2015 Emiliano Fittipaldi su l'Espresso, uno dei più attenti osservatori delle trame e dei villi intestinali della città eterna (è l'autore di Avarizia), scoperchia la pignatta maleodorante dell'affaire Consap. L'ente governativo capitanato da Mauro Masi si sarebbe infatti accollato il peso di un rottame, il fondo immobilare Sansovino, ormai ingestibile dal precedente proprietario, la Sgr Serenissima che vede tra gli uomini chiave proprio Valori. E che vede tra i soci diretti o indiretti la famiglia Amenduni, ma pure l'istituto berico, fino a poco fa capitanato dal rex vini Gianni Zonin. Le partecipazioni della BpVi peraltro erano state al centro proprio di una analisi pubblicata da Vvox poco prima della fine dell'anno. Se ne ricavano alcune domande precise. Chi c'è veramente dietro l'azionariato di peso di BpVi? Quali finalità hanno queste persone? Per quanta parte il futuro della banca sarà il frutto di ragionamenti su base imprenditoriale e quanto invece di accordi o manovre di corridoio, magari in salsa massonica? Quanto hanno pesato gli input giunti dai servizi segreti del Belpaese e magari dai loro referenti d'Oltreoceano, quando BpVi decise di creare d'emblée la controllata Banca Nuova in terra di Trinacria? Quanto contano i buoni rapporti tra Gianni Zonin e Nicolò Pollari ex dominus del Sismi? A qualche politico di rango è mai venuto in mente che Banca Nuova, con tutto ciò che comporta in tema di rapporti con BpVi, sia stata in realtà una centrale occulta incistata in una banca, de facto nelle mani di pezzi degli apparati? E se questo è accaduto quali sono state le coperture a livello di governo? E tra gli alleati d'Oltreoceano?

Marco Milioni

lunedì 29 febbraio 2016

Pfas, Berti chiama in causa Zaia: «Dov'è il governatore? Solo il M5S affronta l'emergenza»

I veterinari conoscono analisi non emerse, Brusco: «Le mostrino al M5S, gli unici che hanno il coraggio di divulgarle». Centinaia di migliaia di veneti sono stati esposti e continuano ad essere esposti ai Pfas, che ormai sono entrati nella catena alimentare. Ma la Regione tace e Zaia parla di tutto fuorché della salute dei veneti: a dirlo è il capogruppo del Movimento 5 Stelle in consiglio regionale, Jacopo Berti, che in queste ore interviene ancora rispetto allo scandalo esploso la settimana passata.

«Siamo di fronte alla Chernobyl veneta - attacca Berti - stiamo parlando di una catastrofe immane, stiamo parlando di acqua avvelenata e potenzialmente mortale e stiamo parlando di 400mila veneti a rischio. Gli esperti dichiarano che la situazione è ormai fuori controllo, ma Zaia dov'è? Il governatore è scomparso e pensa alle sue inaugurazioni invece di prendere posizione su una situazione gravissima... Solo il Movimento 5 Stelle ha avuto il coraggio di guardare in faccia il problema e di affrontarlo - ricorda il capogruppo del Movimento in consiglio regionale - stiamo facendo tutto il possibile per bloccare la morte liquida. Il governo regionale sta invece negando la verità dei fatti a tutti i veneti e si guarda bene dal rispondere. Il silenzio sarà la complicità quando la situazione precipiterà, vorrei sapere come fanno a non dire nulla di fronte alle evidenze che emergono dal verbale della commissione tecnica regionale sui Pfas del 13 gennaio».

Nel verbale si legge ad esempio che «non è stato dato seguito ad azioni di tutela della salute per le persone che hanno mangiato e stanno mangiando alimenti con presenza e concentrazioni critiche». Ai dubbi esposti sull'argomento dal sindacato italiano dei veterinari (Sivemp), al quale sembra assurdo lo scaricabarile delle istituzioni e il fatto che queste ultime non abbiano letto certe analisi, risponde invece il consigliere regionale Manuel Brusco: «Capisco lo sconcerto del Sivemp, e nessuno di noi attacca la categoria dei veterinari. Il M5S dà responsabilità ai singoli, che come spesso capita nella politica di solito sono i vertici - dice l'esponente pentastellato - ci rincuora apprendere che il Sivemp sia consapevole dell'entità dell'emergenza e si unisca alla nostra richiesta di chiarezza e trasparenza».

Brusco ricorda come la Regione non abbia ancora fornito i documenti richiesti dal gruppo M5S sulla vicenda, e neppure la copia originale del verbale che ha dato vita al “Venetoleaks” sui Pfas. «Se il sindacato dei veterinari - come emerge dalla sua nota - ha documenti e analisi che non sono stati presi in possesso o in considerazione dalle istituzioni presenti a quel tavolo - è l'invito di Brusco - e che potrebbero aiutare tutti a fare luce sulle pesanti ombre che aleggiano sulla questione, lo invitiamo calorosamente a fornirli a noi. Come abbiamo dimostrato, sarebbero in buone mani e tutti i cittadini verrebbero a conoscenza delle informazioni in essi contenuti».