mercoledì 3 marzo 2010

Immigrazione: oltre il rifiuto, oltre l'assimilazione

L'immigrazione costituisce uno di quei problemi attorno a cui il confronto e la contesa politica, in Italia come nel resto d'Europa, tendono ad animarsi maggiormente, tanto che sempre più, ultimamente, le stesse competizioni elettorali vengono giocate anche e soprattutto sulle risposte che i diversi partiti sono in grado di offrire in merito a tale questione. Le politiche sull'immigrazione appaiono altresì centrali nel caratterizzare l'azione dei governi, ed i provvedimenti che in tal senso vengono presi scaldano come pochi altri gli animi dell'opinione pubblica, suscitando accesi dibattiti nella società civile come nel mondo dell'informazione.

Prendendo in rassegna le diverse posizioni che solitamente le forze politiche o il mondo culturale di cui esse sono espressione assumono in relazione al problema, è facile accorgersi come esse si riducano, nell'essenziale, a due punti di vista, all'apparenza opposti ma che, ad un'analisi più attenta, risultano in realtà complementari se non addirittura semplici varianti di un'unica visione complessiva del mondo e della società. Da una parte abbiamo l'atteggiamento proprio, tradizionalmente, delle forze di sinistra, secondo cui il fenomeno migratorio va governato attuando politiche di accoglienza che favoriscano sempre più l'integrazione degli immigrati nel nostro tessuto sociale, passando necessariamente attraverso la progressiva condivisione, da parte di questi, delle regole e dei valori fondanti della nostra società; regole e valori che devono essere mediati dalle nostre agenzie educative - scuola innanzi tutto - all'interno delle quali gli immigrati devono essere accolti. Tale processo integrativo favorirà così l'acquisizione da parte dei nuovi venuti della piena cittadinanza all'interno dei paesi di accoglienza e quindi la nascita di una società multietnica, che la sinistra vede non solo come ormai inevitabile, ma finanche auspicabile quale segno del superamento delle barriere e delle contrapposizioni che storicamente hanno diviso i popoli e le culture. Per la stessa ragione la sinistra, lungi dal mettere in discussione il fenomeno della globalizzazione, di cui l'immigrazione è figlia, ne esalta la valenza cosmopolita ed universalista, limitandosi ad auspicare una migliore ridistribuzione della ricchezza. Al di là delle belle parole e degli sbandierati proclami circa la convivenza tra differenti culture ed il rispetto per la diversità, tale visione nasconde in realtà la totale condiscendenza verso lo sradicamento e la cancellazione di ogni autentico pluralismo, dato che l'accettazione dei nostri valori e dei nostri costumi da parte degli immigrati - condizione, questa, vista come imprescindibile per una loro adeguata integrazione - significa eo ipso l'abbandono di quelli di origine e quindi la perdita della propria specifica identità.

In verità, per la sinistra, integrazione finisce per essere sinonimo di "assimilazione", quindi omologazione all'interno dei parametri del mondo occidentale e del pensiero unico in esso dominante. Come si fa infatti a parlare di società multietnica e rispetto per il pluralismo culturale quando si pretende che l'immigrato frequenti le nostre scuole, impari la nostra lingua, faccia propri i nostri costumi ed i nostri valori? È chiaro che nel giro di una o due generazioni un simile immigrato della sua identità originaria conserverà a male pena il ricordo. Al massimo questa si ridurrà a puro folklore, a puro revival buono per animare feste e ricorrenze di calendario, per cui ognuno indossi pure il velo, organizzi serate a base di kebab e danze del ventre - alle quali noi occidentali saremo lieti di partecipare per rompere la monotonia di mangiare sempre la solita pizza e ballare la solita disco-music: l'importante è che tutti adottino il nostro modello familiare, rispettino il nostro codice penale e prestino solenne giuramento sulla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e del cittadino.

Se questa è l'integrazione che la sinistra auspica, celando dietro i buoni sentimenti di accoglienza e rispetto il più bieco assimilazionismo e la più subdola delle intolleranze, la destra da parte sua sa fare a meno anche di tali sentimenti; anzi, ci tiene a presentarsi senza troppe cerimonie come la campionessa della tolleranza zero e delle porte sbarrate. "A casa nostra non li vogliamo": ecco il motto, semplice quanto efficace, di chi di integrazione ed accoglienza non vuole neanche sentir parlare, erigendosi a difensore dei sacri valori dell'Occidente che gli immigrati, portatori di culture e costumi ad esso estranei, finirebbero per mettere in pericolo. La politica della chiusura delle frontiere e dei respingimenti rappresenta così l'unica risposta possibile al fenomeno migratorio secondo le forze di destra, mentre agli immigrati ormai da tempo presenti nel nostro territorio e quindi difficilmente rimpatriabili non va concesso alcun riconoscimento: niente case, niente scuole, niente strane vesti, niente cibi e balli esotici. Non possono nemmeno costruirsi un tempio per pregare il loro dio in santa pace. Per la destra, semplicemente essi non esistono, devono essere ridotti a fantasmi, a "clandestini" permanenti, al limite lavorare come schiavi a nostro servizio e basta, per non turbare e deturpare con la loro "diversità" il panorama delle nostre città, delle nostre strade, panorama che deve restare omogeneo, uniforme, etnicamente "puro". Riguardo poi alla causa madre del fenomeno migratorio, la globalizzazione capitalista, la destra rappresenta la sua principale e convinta sostenitrice. Come dire: si desiderano le cause, ma non se ne vogliono gli effetti; e questo la dice lunga sulla sua miopia - se non vera e propria dabbenaggine - politica.

Al di là della diversità dei mezzi, il fine della destra "macha" e poco incline alla commozione e quello della sinistra buonista e ben pensante non appaiono così molto differenti: preservare la nostra civiltà, difendere l'amato Occidente faro di progresso, mantenendo alla larga da esso gli immigrati - la destra - o assimilandoveli - la sinistra -, in modo che il dogma "monistico" proprio della modernità che permea in ultima analisi la visione di entrambe e di cui entrambe sono storicamente e culturalmente figlie non venga messo in discussione. In un caso come nell'altro, è la "diversità" il nemico, è l'altro da sé che deve esser combattuto, in nome di un mondo fatto a nostra immagine e somiglianza e dove l'unica libertà ammessa è la libertà concessa a tutti di comportarsi come noi.

Una prospettiva che invece voglia porsi come alternativa al dogma dominante della modernità, e che intenda quindi salvaguardare e valorizzare la varietà delle culture e delle visioni del mondo, deve così collocarsi al di là dell'ottica propria della destra come della sinistra ed offrire ben altre risposte al problema in questione. E non si tratta solo di denunciare la globalizzazione capitalista proponendo modelli economici e sociali alternativi che consentano per quanto è possibile a ciascuna popolazione di vivere dignitosamente nella propria terra natia: bisogna innanzi tutto trovare adeguate risposte ai problemi legati alla presenza ormai radicata di diverse comunità di immigrati nei nostri paesi, senza che queste si risolvano nella loro discriminazione o assimilazione più o meno forzata. Lo stesso intestardirsi su posizioni del tipo "ognuno a casa propria", lungi dall'essere espressione di una visione davvero pluralista del reale come a volte anche alcune forze di destra intendono far credere, risulta spesso essere invece solo una variante dell'orizzonte totalitario che pervade la modernità, di cui il nazionalismo, ovvero il mito della nazione etnicamente "pura", altro non è stato che il preludio. Un autentico pluralismo può dunque essere salvaguardato solo garantendo agli immigrati la possibilità di continuare a vivere, anche lontani dalle loro terre d'origine, secondo i loro costumi e la loro visione del mondo, non ridotti a semplici appendici folcloristiche di modelli di vita nella sostanza completamente occidentalizzati, ma valorizzati quali principi autenticamente e quotidianamente vissuti in base a quanto lo stesso diritto dovrebbe essere chiamato a riconoscere e tutelare. Non la frequenza obbligatoria delle nostre scuole, quindi, ma libera scelta del modello educativo da parte delle famiglie, con possibilità di creare scuole dove si insegni la loro cultura e la loro lingua; non assunzione del nostro diritto familiare, del nostro codice civile e penale, ma possibilità di osservare i loro codici di convivenza e di regolare la loro vita secondo istanze ed istituzioni da essi stessi gestite; non luoghi di culto il cui personale debba essere controllato e selezionato dalle nostre autorità statuali, ma libertà di organizzare il proprio culto secondo i canoni e le modalità decisi dalle comunità dei fedeli medesime in base alle loro specifiche tradizioni.

È chiaro che una simile prospettiva, la sola che consenta veramente di arginare il processo di omologazione altrimenti inarrestabile, implica il superamento, concettuale quanto pratico, dell'universalismo giuridico su cui si regge il cosiddetto "Stato di diritto" moderno, a favore del recupero di modelli che favoriscano una diversa concezione della umana convivenza e del governo del territorio, dove lo stesso Stato non è visto più come il garante di un astratto diritto uguale per tutti, bensì come la suprema istanza chiamata a tutelare l'autorganizzazione di ciascuna comunità, etnica o religiosa che sia, presente sul territorio di sua competenza. Ciò che bisognerebbe riaffermare è un sistema di immunità, di statuti, di privilegi, sulla falsariga di quelli che regolavano la convivenza negli antichi imperi medievali - quello cristiano occidentale come quello ottomano orientale - dove ogni regione, ogni città, ogni particolare comunità etnico-religiosa eventualmente presente all'interno di una città stessa, godevano di uno specifico diritto, che si concretizzava in specifiche istituzioni di autogoverno le quali esentavano quel determinato consesso dal rispettare le norme che valevano a livello più generale.

Nella visione imperiale lo stesso concetto di "cittadinanza" non si identificava necessariamente con quello di "nazionalità", come avviene invece nel moderno stato nazionale, dove la sinistra ha sempre teso ad appiattire la nazionalità sulla cittadinanza, la destra la cittadinanza sulla nazionalità: la comunità "politica" era distinta dalla comunità "etnica", per cui si poteva essere cittadini dell'Impero ma appartenere alla nazione francese, italiana, tedesca, tale distinzione non costituendo alcuna fonte di attrito o conflitto. Seppur a cospetto di una costruzione giuridica - l'Impero - a carattere universalistico, ci troviamo così di fronte non ad un "universale" astratto come quello sul quale si impernia il moderno Stato di diritto, ma ad un universale concreto, ovvero ad un universale come sintesi di particolari, ciascuno dei quali tutelati nella propria specificità. Ancora nelle monarchie nazionali europee della prima età moderna, non solo le diverse comunità, ma addirittura ciascuna classe sociale, ciascun ceto, si autogovernava, e rispondeva a norme e tribunali che valevano soltanto per lei, prima che il centralismo assolutista e poi giacobino spazzasse via tutto ciò in nome dell'astratto universalismo razionalista: non una società intesa quale mera giustapposizione di cittadini-monadi portatori tutti di eguali "diritti naturali" garantiti dalla norma formale, ma come insieme organico di comunità storicamente e culturalmente definite, tutelate dalla persona fisica del re attraverso una rete di patti, contratti, concessioni. Tutt'oggi, nei paesi musulmani non omologati al sistema giuridico occidentale dove il diritto è ancorato alla legge coranica, le "minoranze" etniche o religiose godono di speciali immunità e particolari statuti che permettono loro di autogovernarsi secondo le proprie tradizioni e le proprie regole di convivenza.

Ci sembrano questi i modelli che, di fronte alla sfida rappresentata dal fenomeno migratorio per lo stato nazionale partorito dalla modernità, possono servire oggi da riferimento per le soluzioni più adeguate, in un rinnovato spirito di autentica tolleranza ed accoglienza, contro le obsolete risposte di forze politiche che di quella tradizione statuale sempre più in crisi non costituiscono altro che le ultime e cadenti epigone. Anche in relazione all'immigrazione, come in merito ai tanti altri drammatici problemi che in questa nostra epoca di transizione siamo chiamati ad affrontare, il discrimine non passa più tra destra e sinistra, due facce di una stessa moneta scaduta e ormai fuori corso, ma tra chi quella modernità vuole portare a compimento e chi intende invece superarla in nome di un effettivo pluralismo e di una reale salvaguardia di ogni tradizione e di ogni identità.

Stefano Di Ludovico
da www.giornaledelribelle.com del giorno 11 gennaio 2010
link originario: http://www.giornaledelribelle.com/index.php?option=com_content&task=view&id=681&Itemid=10

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