giovedì 31 dicembre 2015

Il Ft, le banche e i media veneti

Secondo il Financial Times, che viene citato dal Corriere Veneto di oggi 31 dicembre 2015 in pagina 11, la situazione patrimoniale delle popolari venete è assai grave. Tanto grave da rischiare il cosiddetto 'bail in', ovvero la famosa formula di salvataggio interno a carico di azionisti, obbligazionisti e correntisti sopra i centomila euro. Proprio per scongiurare uno scenario del genere, sempre secondo il prestigioso quotidiano britannico, le circostanze potrebbero quindi portare tali istituti di credito verso una situazione di tipo greco; vale a dire una situazione in cui al momento dello sbarco sulle piazze degli affari si cercherà di collocare le azioni a prezzi stracciati. Con tutti gli annessi e i connessi in termini speculativi vien da dire. La notizia comunque è da annotare.

Tuttavia fa sorridere che una eventualità del genere, paventata a più riprese in questi mesi da chi ha criticato l'operato decennale delle due popolari venete, venga solo ora, più o meno goffamente dipende dal punto di vista, confutata dai vertici di VeBa, tanto per fare un esempio. Detto in altri termini, come mai l'amministratore delgato di VeBa Cristiano Carrus, sempre stando al Corveneto di oggi, si spende solo ora in questi termini? Non era uno scenario gonfio di speranze quello da lui descritto il 19 dicembre a Volpago durante l'assemblea dell'istituto da lui capitanato?

In questo contesto però colpisce la stitichezza dei grandi media. L'opzione tratteggiata dal Financial Times (l'artcolo pubblicato il 29 dicembre bisognerebbe leggerselo tutto perché sono numerosi gli spunti di interesse) per vero si discosta assai poco da quella che è stata affrescata da alcune testate più attente a vedere dietro la notizia. O dalle analisi che durante gli ultimi mesi sono fiorite spontanee durante i tanti dibattiti organizzati sul futuro delle popolari venete. Anche il sottoscritto nel suo piccolo aveva cercato di dare il suo contributo al dibattito, invano però. Ma come mai lo scenario alla greca è divenuto tutto ad un tratto mediaticamente realistico solo ora che ne parla il Ft? Non è che qualcuno, fino a quando ha potuto, ha cercato ti tenere la mordacchia all'informazione, finendo poi per arrendersi difronte ad una fonte troppo grossa combattiva e autorevole per essere solamente ignorata? Se fosse così, e il che non è affatto impossibile, avremmo la ennesima conferma di una informazione veneto-italica, generalmente schierata dalla parte dei soliti noti. Salvo doversi poi ravvedere di tanto in tanto per evitare l'ennesima figura barbina. Per la serie, ilpadrone del megafono ha sempre ragione...

Marco Milioni

giovedì 17 dicembre 2015

Caro socio ti scrivo, lettera aperta ai veneti

Dice, la trasformazione in spa di Veneto Banca e l'aumento di capitale da un miliardo van fatti perché altrimenti l'istituto salta per aria giacché ha sette miliardi di sofferenze... Ma allora, come diceva il buon Nino Frassica, delle due tre. O la banca è davvero malmessa e allora con un miliardo di aumento di capitale da votare sabato non si fa nulla. Oppure le sofferenze non sono vere, e allora qualcuno sta agitando lo spauracchio per obbligare i soci a ripianare un po' di perdite per poi permettere ai nuovi padroni, abolito il voto capitario, di papparsi il tutto a prezzo di saldo. Oppure ancora, le sofferenze ci sono, la proprietà dopo sabato cambia, ma in seguito la Ue potrebbe dire ok, magicamente, a quegli aiuti di Stato che ci son stati per Mps, per le banche dell'Italia centrale e che invece non ci sono stati, fino a oggi per le popolari venete.

Dice, ma i grandi giornali sono tutti schierati per il sì. Embeh? Di riffa o di raffa sono tutti legati all'establisment finanziario, da quando in qua i tacchini festeggiano il Natale? Dice, ma è la Bce che chiede di trasformare subito Veneto Banca in spa. E perché allora, entro sabato, non lo chiede anche per Popolare Vicenza? Dice, ma lo chiede anche Schiavone, i sindaci del Pd, Luca Zaia, i sindacati, il Marino Smiderle del Corriere Veneto tale Alessandro Baschieri nonché l'Alessandro Baschieri del Giornale di Vicenza ovvero Marino Smiderle. Pure il M5S tentenna mentre i big di Veneto Banca si mormora abbiano pure convinto gli irriducibili dell'Odissea che hanno incontrato poche ore fa... Ma non vi siete resi conto che li hanno pigliati uno a uno per ridurli all'ordine?

Schiavone è stato per anni magistrato a Treviso, possibile che sulle furberie ai piani alti di VeBa non abbia mai sentito nulla? Zaia non amministra una regione che ha un debito contratto col gruppo Intesa (130 milioni) la quale è a capo della cordata che garantisce l'acquisto di azioni di VeBa se sabato gli azionisti non votano l'aumento di capitale? Non è che il governatore ricciolino teme che se sgarra e propugna il no ad una Veba che si trasforma in spa, la banca che lo tiene virtualmente per le palle, "gli chiede alla sua regione" come dicono al Sud, di rientrare dal fido come fa con la piccola impresa di Trebaseleghe o di Loria? Ma il Pd non è quello che ha la coscienza più che sporca su Mps e non si può permettere di fiatare su Bankitalia dove conoscono i trascorsi dei suoi rapporti con una personcina di nome Geronzi? Ma i sindacati non sono quelli che col governo Monti (ex Goldman Sachs) non hanno fiatato nulla quando quell'esecutivo ha dato l'ok al taglio delle pensioni più sanguinoso della storia?

Dice, ma caspita. VeBa va trasformata in spa perché se sabato non lo fanno i soci, lo farà d'imperio la Bce per il tramite di Bankitalia. Ma se il destino è segnato e se ormai tutto è perso perché si chiede ai piccoli soci di dare il colpo di grazia alla bestia morente? Non potrebbero darlo direttamente lorsignori dell'empireo e da uomini assumersi la responsabilità della mattanza sui piccoli risparmaitori? Non è che hanno capito che nel Veneto le mazzate inferte ai piccoli delle popolari darà il via ad un bagno di sangue sociale e per questo invocano la complicità delle vittime? In pratica ti dicono che mettertelo in culo è obbligatorio, epperò pretendono pure il tuo consenso scritto.

Morale della favola. Sabato il sì alla trasformazione in spa è pressoché scontato. Ma siccome a marzo si vota per la trasformazione in spa di BpVi, che è messa peggio di VeBa, e non ha ancora trovato tutti i compratori finali e non ha ancora finito di rifoderare i suoi bilanci col cartongesso, gli utilizzatori finali delle terga dei veneti, chiedono che la cosa passi senza troppo clamore. E nel segreto dei corridoi fabbricano vaselina da reclamizzare con messaggi a quotidiani unificati. Un po' dispiace, perché sabato il Veneto avrebbe potuto mostrare all'Europa intera di avere i coglioni. Gli autonomisti, i leghisti, i federalisti, i venetisti, gli indipendentisti, i gommisti e pure gli scambisti, invocano da anni il referendum per staccarsi dai diktat dell'Italia.

Sabato hanno a disposizione quello per staccarsi dai diktat della ancora più odiata Bce. E al posto di votare no compatti, per cercare una soluzione alternativa, o quanto meno per non accollarsi la responsabilità del baratro, voteranno sì. In ordine sparso, anzi in ordine sperso. Dimostrando così di non meritare un centimetro quadrato di quella terra meravigliosa che è, o era vista la cementificazione finanziata anche da quelle banche sulla via di Francoforte, il Veneto. Cari veneti e venetisti, a meno di un colpo di reni, finirete schiavi del Reno. Ma è giusto così perché «chi percora se fa il lupo se lo magna» dicono gli abruzzesi. Ci avete messo quarant'anni a costruire una fortuna, ce ne metterete venti per sputtanarvela con la finanza internazionale: la slot machine su cui non tramonta mai il sole. Rammolliti dai schei, dai suv, dalle tv al plasma e dai centri commerciali ora vi rassegnate al nulla, pur di non combattere. Sputi cordiali.

Marco Milioni

P.S. Dice un antico adagio degli amerindi: puoi combattere senza vincere, ma non puoi vincere senza combattere...

domenica 13 dicembre 2015

Popolari venete, ipocrisie e silenzi della stampa mainstream

La vicenda delle popolari venete sta giungendo ad una fase apicale. In un contesto assai critico tra pochi giorni, ovvero il 19 dicembre, i soci di Veneto Banca saranno chiamati ad una drammatica assemblea durante la quale dovranno scegliere, alla grossa, tra trasformare l'istituto in una spa (opzione caldeggiata dall'attuale cda, dai big di Confindustria, dai giornali a loro vicini e da alcune associaizoni dei piccoli azionisti o piccoli soci). O mantenerlo, almeno per alcuni mesi, con l'attuale assetto societario per poi trasformarlo ma dopo avere aperto tutti i cassetti, in modo da coniugare le esigenze dei piccoli risparmiatori con le aspettative dei grandi investitori. Rispetto a tale scenario si possono avere le opinioni più disparate.

Una stampa degna di questo nome, pur mantenendo fede alla linea editoriale di ciascuna testata, dovrebbe dare spazio ad ogni voce. Questo però non sta avvenendo; basti pensare alla geremiade con cui ieri su Il Giornale di Vicenza, Marino Smiderle ha "stampellato" una lettera aperta di Vincenzo Consoli, ex amministratore delegato ed ex direttore generale di VeBa. Consoli, in soldoni, ha scaricato su altri fattori le magagne dell'istituto, ora nei guai, che lo ha visto signore incontrastato per anni. Sempre nel suo intervento Consoli ben si è guardato dal ricordare le rogne penali che proprio in relazione all'affaire VeBa lo vedono tra i principali indagati. Contestualmente lo stesso Smiderle ben si è guardato dal proporre un approfondimento in tal senso.

Frattanto il tema sul futuro azionario di Veneto Banca rimane bollente. Giovedì a Trevignano in provincia di Treviso, coloro che sostengono a spada tratta il no alla trasformazione in spa si sono trovati in 350 al teatro civico del piccolo comune della Marca. È stata una serata con una presenza di pubblico assai cospicua. Ma se si guarda la copertura data all'evento da parte di stampa e tv e li si mette a confronto con lo spazio fornito alle ragioni del sì, viene da ridere (o da piangere) nel constatare quanto i sì siano supportati dai media mainstream. Se a tutto ciò si aggiunge l'ipocrisia con cui molti, troppi, giornalisti hanno sterilizzato l'iniziativa "anti-banche" di Don Enrico Torta e delle associazioni a lui vicine, cancellando ogni riferimento del prelato e dei suoi compagni di viaggio ad una netta opposizione alla trasformazione sprint di VeBa (e di conseguenza di BpVi), si capisce perché il giornalismo, un certo giornalismo, scodinzolante e quindi cravattaro, finisca per godere di poca stima presso l'opinione pubblica. Chi scrive giovedì ha ripreso (senza nessuna pretesa sul piano tecnico) alcune scene della serata. Queste sono a disposizione di tutti e sono visionabili coolegandosi al link in calce. Chiedo ora ai lettori. Queste immagini le avete viste sulle tv regionali o nazionali. Se le avete viste vi chiedo di indicarmi su quali programmi siano passate. C'è poi un'ultima questione che per i media mainstream rimane un tabù. Ed è quella del valore al quale le azioni delle banche, ormai divenute spa da quotare in borsa, saranno inizialmente collocate sul mercato. Già una semplice disamina sulle sofferenze, gli incagli, i crediti deteriorati, le quote di società terze date in pegno alle banche, e i finanziamenti diretti o indiretti concessi per acquistare azioni proprie, descrivono una realtà dura a digerire per molti. Quella per cui una volta giunte alle soglie della borsa le azioni delle banche, dovranno in qualche modo essere svendute, un po' come è stato fatto per le banche greche all'indomani del diktat europeo sul salvataggio della Grecia. Che poi è stato il salvataggio di alcune banche greche che a loro volta erano indebitate con primari istituti di credito, europei in primis, ma anche americani. Il problema è che se si portano fino alle estreme conseguenze questo ragionamento è chiaro che anche per le popolari venete potrebbe materializzarsi lo spettro del cosiddetto "bail in", ovvero un eventuale salvataggio pagato da azionisti, obbligazionisti e correntisti sopra il 100mila euro.

Marco Milioni
GUARDA IL VIDEO

domenica 6 dicembre 2015

L'indiscrezione dall'intelligence: due big veneti coinvolti nell'affaire kazako

Due veneti, due importantissimi esponenti del gotha economico politico del Paese, sarebbero stati a conoscenza con un certo anticipo del blitz che nel 2013 portò la polizia italiana a fermare per poi espellere moglie e figlia del banchiere Muxtar Äblyazov. Di più i due oltre ad essere a conoscenza dell'operazione, l'avrebbero «in qualche modo benedetta» anche con l'aiuto di alcuni soggetti legati a doppio filo ai servizi segreti italiani. L'indiscrezione arriva da alcuni ambienti dell'intelligence militare americana di stanza nelle basi Usa-Nato del Veneto. E della cosa sarebbero bene informati anche i servizi americani e russi che operano sotto copertura delle rispettive ambasciate a Roma.

Il tutto peraltro giunge in un momento molto delicato. Non solo per le ulteriori rivelazioni relative al caso di Alma Shalabayeva. Non solo per i ventilati nessi tra il caso kazako e la galassia Eni ai tempi del suo dominus Paolo Scaroni. Ma anche per il cortocircuito giuridico che si sarebbe creato per le conseguenze di quello che Daniele Autieri su Repubblica.it definisce «un atto riparatorio, maldestro tentativo di evitare una crisi diplomatica con il Kazakhstan, innescata dopo la fuga del dissidente Ablyazov». Va ricordato per l'appunto che recentemente le cronache giudiziarie nazionali hanno fatto clamore quando si è appreso, come ricorda sempre Repubblica.it, l'apertura di un fascicolo per sequestro di persona e falso ideologico a carico di undici persone, tra cui l'attuale capo dello Sco (Servizio centrale operativo della Polizia) Renato Cortese e il questore di Rimini, Maurizio Improta.

Ma a che cosa sarebbe dovuto il corto circuito giudiziario? La questione è semplice. Se è vero che l'operazione di «extraordinary rendition» patita dalla Shalabayeva si fosse materializzata per la autonoma iniziativa di pezzi della Polizia di Stato, magari in accordo con organismi emanazione di stati esteri, e senza informare il Viminale, allora ci troveremmo di fronte a un comportamento censurabile non solo con gli articoli del codice penale che sanzionano il sequestro e il falso ideaologico. Ma anche, quanto meno, con la possibile violazione dell'articolo dell'articolo 289 del codice penale (attentato agli organi costituzionali). In questo caso l'eventuale soggetto danneggiato non è la Shalabayeva, bensì il governo nella sua interezza giacché un eventuale comportamento contra legem nel novero di una verifica del titolo di soggiorno delle due donne in Italia, nuocerebbe all'esecutivo sia nell'espletamento delle spettanze garantite agli Interni, ma anche, nel caso di una possibile querelle diplomatica, alla Farnesina. In questo senso uno scenario a tinte fosche lo descrive il deputato Alessandro Di Battista del M5S.

A questo punto si delineano due direttrici. Uno, il governo capitanato dal democratico Matteo Renzi si spinge fino in fondo. Due, il governo rimane in mezzo al guado, anzi alla palude. Nel primo caso sarà costretto a denunciare alla autorità giudiziaria i servitori infedeli. A svolgere accertamenti propri mediante i servizi per accertare responsabilità pregresse, magari di ex manager del Cane a sei zampe. E per ultimo ma non da ultimo, a constatare la inadeguatezza di un ministero degli Interni, che si è fatto menare sotto il naso in ragione di una operazione nemmeno comunicata al numero uno dell'Interno Angelino Alfano di Ncd, meritevole ormai di dimissioni.

Nel secondo caso invece, quello per cui Alfano fosse a conoscenza dell'imminente blitz, il premier dovrebbe almeno come minimo sindacale invitare Alfano a fare le valigie. Renzi però ha bisogno dei centristi e dei loro legami, a Roma come in altre parti d'Italia, per rafforzare il suo potere. L'inquilino di palazzo Chigi potrebbe essere quindi assalito dalla voglia di silenziare tutto. Magari con la sordina del segreto di Stato. E questo avrebbe un riverbero maligno nei confronti della inchiesta attualmente in corso da parte della magistratura requirente. In questo momento poi c'è un contesto internazionale di grande tensione. Tensione che si dispiega anche nei rapporti tra Usa, Italia e Russia, che anche in ragione di quanto sta accadendo in Medio Oriente si sono fatti quanto mai ambigui, quanto mai viscidi.

Marco Milioni

mercoledì 25 novembre 2015

Ambiente, nel Veneto i controlli della Forestale a rischio

Poche ore fa la Polizia Stradale di Verona ha svelato l'ennesimo scandalo rifiuti del Veneto. Tra le ditte coinvolte ce n'è anche una calabrese, ma per gli inquirenti allo stato è prematuro parlare di infiltrazioni mafiose. Certo è che nella regione che fu della serenissima il comparto ambientale, anche in ragione di una imprenditrìa non di rado refrattaria in materia di ecologia, è periodicamente oggetto di scandali e inchieste di rango nazionale. E ad aggravare il tutto ci sono le rivelazioni del sindacato Ugl-Cfs il quale spiega che nel Veneto, i nuclei della polizia ambientale del Corpo forestale dello Stato (i Nipaf) sono letteralmente ridotti al collasso, in alcune sedi provinciali il personale è prossimo alle zero unità. Questo in buona sintesi spiega Fabio Napoli, segretario veneto del settore che in seno ad Ugl tutela i lavoratori del Corpo Forestale dello Stato. «Dire che siamo preoccupati è dire poco» spiega il sindacalista il quale si augura una maggiore presa di coscienza in materia ecologica da parte della opinione pubblica.

Allora Napoli il Veneto, lo confermano pure le cronache delle ultime ore, è al centro di grandi problemi ambientali. La cosa è stata segnalata da più parti a partire dalla commissione Ecomafie. In che cosa consiste in questo ambito il lavoro della Forestale? Quali sono le varie competenze del corpo?
«Le competenze del corpo forestale sono tante, a partire da quelle indicate nella legge 36 del 6 febbraio 2004. Per quanto riguarda l’attività del Corpo Forestale dello Stato nel Veneto possiamo dire che questa, come nel resto del Paese si esplica sostanzialmente nel controllo del territorio (antibracconaggio, abusivismo edilizio, contravvenzioni funghi, tutela della biofauna boschiva). Poi ovviaamnete c'è il controllo sulle grandi questioni ambientali incluso lo smaltimento illecito dei rifiuti. In moltissime occasione i nostri uomini riscontrano attività delittuose volte a smaltire illecitamente rifiuti pericolosi mescolandoli a terre, o a residui di lavorazione dell’attività di cava. Tutto questo materiale può quindi essere utilizzato nei terrapieni, si veda per esempio il caso della Valdastico sud e degli svincoli di Padova. Questo sistema permette un doppio guadagno, la ditta che deve fare il lavoro di riempimento con materiale di scavo risparmia sul materiale ficcandoci dentro i rifiuti. Allo stesso tempo, guadagna dallo smaltimento».

C'è altro?
«Molto importante è anche l’attività legate ai controlli agroalimentari. Nel Veneto è stato istituito un gruppo di controllo per le verifiche di  settore con apprezzabili risultati. Per quanto riguarda l’abusivismo edilizio nel capoluogo berico come è noto è stata importante l’attività svolta dal Nipaf di Vicenza relativa al “Piruea Cotorossi”, che ha visto sequestrata una parte dell’area in cui è prevista la nuova cittadella giudiziaria».


Quando si parla di lotta agli illeciti si parla anche di Nipaf. Una sigla che pochi conoscono. Che cosa è il Nipaf, quanto importante è la sua azione? Nel Veneto quale dovrebbe essere provincia per provincia la sua pianta organica e quale è invece, sempre provincia per provincia la situazione reale?
«Nipaf è un acronimo per Nuclei Investigativi di Polizia Ambientale e Forestale. Tali nuclei sono istituiti in ogni provincia e svolgono le loro funzioni su tutto il territorio; possono inoltre raccordarsi con le strutture territoriali come i comandi stazione. I Nipaf effettuano attività investigativa di alto profilo in particolare su fenomeni di rilievo in materia di criminalità ambientale. Questi nuclei oltretutto sono in contatto costante con le procure della repubblica. La dotazione organica dei Nipaf è prevista in tre elementi oltre il responsabile per ciascuna provincia, tuttavia in molte provincie si lavora in sott’organico».

Solo tre uomini? Non è un po' poco?
«Sullo sfondo c’è il grande problema di organico nel Corpo Forestale dello Stato, un corpo la cui funzione forse viene forse meglio percepita al Nord. Ad ogni modo in un paese come l’Italia dove il territorio viene molto consumato, sarebbe opportuno avere a disposizione un organico molto superiore rispetto alla dotazione attuale».

Quali sono le altre difficoltà in cui versa il corpo nel Veneto? Perché in molti considerano una seria lotta all'inquinamento e ai reati un tabù? Quanto pesa in tal senso l'azione di lobby della grande industria? Le leggi sono migliorabili?
«Innanzitutto purtroppo manca una definizione giuridica di ambiente, con un coacervo di enti con competenze spesso eccessivamente frazionate, che  rendono difficile per agli agenti polizia giudiziaria, ma anche per i cittadini la comprensione e l’applicazione o il riscontro del quadro normativo».

E poi?
«A complicare la situazione aggiungiamo che oggi siamo tra i paesi che hanno un maggiore corpus normativo in materia ambientale. Gli appartenenti al Corpo forestale debbono far fronte ad una serie impressionate tra norme penali, civili, amministrative, disciplina nazionale e locale. Occorre stare al passo anche sui libri e non è facile quando il personale è tirato all'osso. Quanto alle lobby ci preoccupa il fatto che spesso troppi interessi particolari finiscono addirittura codificati nella legge. Non va bene. Ci sono però anche alcuni cambiamenti positivi come i tempi di prescrizione raddoppiati. Come previsto dalla legge 68 del 22 maggio 2015 in materia di delitti ambientali».

Tutto bello quindi?
«Oh certamente sì... Se non fosse che lo stesso governo che ha varato questo efficiente quadro normativo è lo stesso che vuole eliminare il Corpo forestale dello Stato: l'unica forza di polizia specializzata nella repressione dei reati ambientali. È come ridare vigore ad un gioco con regole più idonee, ma lasciando a casa i giocatori più attrezzati. Nel qual caso la forestale».

Da mesi si parla di una riforma del corpo che verrebbe in qualche modo agglomerato all'Arma dei carabinieri. Non sono mancate le voci di chi teme che i motivi veri alla base della riforma siano ben altri. Quali potrebbero essere?
«La legge delega 124/2015 di riforma della pubblica amministrazione prevede l’assorbimento del Corpo Forestale dello Stato, forza di polizia ad ordinamento civile specializzata nei reati ambientali in altra forza di Polizia, preferibilmente sembra che vogliano optare verso l’Arma dei carabinieri, una a competenza generale. Non c'è nessun pregiudizio nei confronti dei Carabinieri, quale istituzione candidata ad “ospitarci”, tuttavia va evidenziato che per il Governo Renzi l'eventuale accorpamento, per motivi di semplificazione della pubblica amministrazione,  riguarda esclusivamente il Corpo forestale dello Stato con i suoi quasi due secoli di storia; ma guarda caso la stessa cosa non riguarda i 2.495 forestali delle regioni autonome (Sicilia, Valle D’Aosta, Friuli, Trentino) che, paradossalmente, da un emendamento nella legge delega escono pure rafforzati».

In che quadro avviene tutto ciò?
«Noi giungeremo quindi ”abolizione” del Corpo forestale, nonostante siano già state eliminate le 2.800 unità delle polizie provinciali. a questo punto una domanda nasce spontanea».

Quale?
«Chi ci sarà a presidio del territorio, del patrimonio ittico-venatorio? Chi farà opera di contrasto in tema di illeciti ambinetali? Chi presidierà interi territori di montagna senza che divengano sguarniti e senza riferimento per il cittadino? Il cielo non voglia che la tutela amnientale in una con il draconiano depotenziamento della Frestale possa costituire un sacrificio sull’altare della crisi economica ed occupazionale per favorire la cosiddetta crescita. L’attività di Polizia giudiziaria portata avanti dal Corpo forestale dello Stato, proprio grazie alla sua autonomia e alla competenze professionali dei Nipaf e dei Comandi Stazione, corre un rischio. Quello di essere militarizzata anche perché la forestale in moltissime occasioni è stato l'organo di controllo, prevenzione e repressione che ha fatto emergere clamorosi casi di malaffare». 

Quanti sono i forestali nel Veneto. Quanti in Italia. E perché spesso l'opinione pubblica li confonde con quelli della Sicilia?
«Il Corpo forestale dello Stato in tutte le regioni d’Italia è presente all’8 aprile 2015 con 7134 elementi a fronte dei 9358 previsti sulla pianta nazionale, mentre in Veneto  il ci sono in servizio 371 elementi a fronte di una pianta organica di 510 unità. La carenza d’organico riguarda infatti soprattutto le regioni del Nord».

E al sud?
«Solo in Sicilia ci sono 28.000 forestali regionali che non hanno nulla a che vedere con il nostro corpo. I forestali siciliani costano 480 milioni l’anno. Che cosa posso dire? Se un governo alla fine tiene in piedi i privilegi della cosiddeta casta mentre sventola come risultato della spending review l'annientamento del nostro corpo vuol dire che si è perso completamente il senso del rapporto tra risorse in campo e il perseguimento degli scopi che tali risorse dovrebbe garantire».

Marco Milioni

domenica 18 ottobre 2015

Banche che passione

Ieri, 17 ottobre, su Il Fatto a pagina 8 il bravissimo Giorgio Meletti fa una summa delle rogne che stanno divorando il sistema bancario italiano. Sono tutti argomenti conosciuti, in parte comuni ad altri Paesi, ma la penna del cronista mette in sequenza i fatti in modo esemplare.

LO SPACCATO. Ne esce uno spaccato nero per l’Italia, in cui la incapacità dei manager sommata alla pratica di concedere crediti agli amici degli amici, dei politici, dei finanzieri e dei mafiosi, ha generato una situazione spaventosamente instabile. Per la quale sarà il vecchio, malconcio, maleodorante e indebitato Stato a doverci mettere la classica pezza. Indebitandosi ancor più all’insegna del motto perdite pubbliche e profitti privati. E quindi a quando, magari dopo un paio di salvataggi a carico di Pantalone, dovremo aspettarci l’arrivo d’un professorino da Bruxelles, magari con la gavetta zelantemente completata presso qualche banca iperindebitata, che invocherà lacrime e sangue per rientrare nei ranghi? Grecia docet.

LO SCENARIO. Se a questo aggiungiamo l’incognita sui derivati e la bomba delle clausole di salvaguardia (Il Fatto del 17 ottobre in pagina 3) ben si capisce che cosa stia cucinando questo governo in combutta, o meglio sotto dettatura, delle lobby bancarie, finanziarie e industriali che lo alimentano. Benvenuti nella mafia 4.0. Quella che non spara. Anzi che spara solo coi tassi d’interesse…

POSTILLA VENETA. E in questa giostra i veneti non pensino di stare tanto allegri. Primo perché due tra i maggiori istituti di credito del territotio, BpVi e Veneto Banca sono, finiti nell’occhio del ciclone mentre Dio solo sa se non ci finirà pure il Banco Popolare. Secondo perché sul piano politico il Veneto ha già toppato. Non solo per il silenzio e l’imbarazzo (con le docute eccezioni) con cui la politica è rimasta a guardare gli scandali. Ma soprattutto perché l’amministrazione regionale capitanata dal Carroccio, indipendentemente da come finiranno le inchieste, avrebbe dovuto cominciare a prendersi cura di quei piccoli risparmiatori che sono stati colpiti davvero duro dagli effetti degli scandali. E ai quali bisognerebbe garantire un minimo di supporto in termini di aiuto, anche economico, da parte dei servizi sociali. Come quando c’è un’alluvione. Perché di suicidi dovuti allo scoppio dell’affaire banche nel Veneto già ce n’è stato qualcuno. Dobbiamo preparaci al solito stillicidio seguito dalle ineveitabili lacrime di coccodrillo?

domenica 4 ottobre 2015

Schio, il caso Imam e il flop della stampa veneta

Oggi Vvox.it pubblica un mio approfondimento sul caso dell'Imam scledense che è stato espulso dal nostro Paese su decisione del Viminale. Ho ritenuto opportuno sentire direttamente il questore di Vicenza e il dirigente della Digos affinché dal loro autorevole punto di osservazione fosse chiaro un concetto. L'algerino, almeno al momento, non è stato colpito da alcun provvedimento penale né da accuse di terrorismo. È stato allontanato solo perché il suo comportamento è stato ritenuto in conflitto con il testo unico sulla immigrazione.

Insomma una violazione amministrativa, sul piano astratto come una contravvenzione al codice della strada. Ora, se Sofiane Mezzerreg deciderà di ricorrere al Tar, sarà il tribunale amministrativo del Lazio a far da giudice tra lui e gli Interni. Non è questo il punto. Come è chiaro lo scrupolo con cui la questura di Vicenza ha condotto le indagini, anche in considerazione del fatto che gli investigatori altro non hanno fatto che obbedire alla legge visto che c'era stata una segnalazione. Il punto invece è il comportamento della stampa del triveneto, che ha descritto gli accadimenti in modo così ambiguo, fino a trarne le conclusioni ridicole. Fra queste quelle cui giunge oggi in prima pagina su Il Giornale di Vicenza il suo direttore Ario Gervasutti, sulle quali ritornerò in seguito. Non parliamo poi del titolone del Messaggero Veneto «Istiga i bambini al terrorismo, espulso dall’Italia l’ex imam di Udine». Si tratta di un comportamento da codice penale che invece non sta nelle carte degli investigatori. E l'imam potrebbe anche ricorrere alle vie legali per quel titolo (anche se il sottoscritto da anni si batte per la cancellazione del reato di diffamazione, come approfondirò in seguito). Ad ogni buon conto A lor signori della stampa (che si son profusi in articoli o pseudoarticoli di cronaca giudiziaria e che ben si son guardati di allargare l'orizzonte della questione, salvo sentire il Magdi Cristiano Allam di turno, che solo un GdV formato Isola dei famosi poteva ripescare dal bagnasciuga della notorietà, e ignorando uomini di cultura come Franco Cardini o Massimo Fini) dovrebbe essere chiaro un concetto.

La democrazia si distingue dagli altri regimi per la sua fragilità intrinseca. E perché porta inevitabilmente dentro di sé i semi del suo collasso. Questa è al contempo la sua grande debolezza e la sua forza straordinaria. Ma se partiamo dal presupposto che le espressioni del libero pensiero debbano essere in qualche modo subordinate alla tenuta dello Stato, costi quel che costi, allora la nostra non è una democrazia, ma un'altra cosa: più diversa, ma soprattutto più ipocrita. Una prova indiretta, ma tangibile, di questo assunto è la esistenza di reati arcaici come l'istigazione a delinquere, l'ingiuria, la diffamazione, il vilipendio del capo dello Stato, il disturbo d'una funzione religiosa. O di reati più moderni come l'incitamento all'odio razziale. Si tratta comunque di marchingegni (ancor peggiore è la rivalsa possibile in sede civile) che con la scusa del controbilanciamento tra libertà d'espressione con la sfera degli altrui diritti, un non senso giuridico, una fesseria sesquipedale, ingabbiano la libertà d'espressione rispetto alla quale la libertà di professare la propria fede viaggia in qualche modo a braccetto.

L'anno prossimo cade il 60esimo della morte di Evelyn Beatrice Hall, una delle più apprezzate biografe di Voltaire. La Hall facendo leva sui convincimenti del filosofo francese, ma non solo sui suoi elaborò un concetto straordinario: «Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo». È il vero discrimine fra ciò che in termini di libertà d'espressione è democrazia e ciò che non lo sia. Purtroppo quella frase molti fingono di ignorarla. Troppi la ignorano completamente. Il che è peggio. Poi la gente se la prende con la carta stampata. Vorrei, tanto per dirne una, misurare quanto spazio sia stato dedicato alla composizione della commissione regionale sui project financing. Che tracolma di persone chiacchierate o indagate. Con un grattacapo del genere il governatore Luca Zaia ben si è guardato dal commentare una sua scelta indecente. Nessuno gli ha spiegato che se l'imam fosse stato italiano da cento generazioni nessuno avrebbe potuto contestargli un bel niente?

Epperò ha trovato il tempo di parlare del caso dell'Imam. Anche un bimbo capirebbe che la vicenda dell'algerino è stata strumentalizzata per non parlare di magagne ben maggiori che attanagliano la nostra regione. «Beata l'ignoranza, se stai bene de mente de core e de panza» diceva un siderale don Buro interpretato da Christian de Sica in Vacanze in America. Erano i ruggenti anni '80. E Carlo Vanzina, con la scusa della satira sociale, aveva già dettato la linea del rincoglionimento generale portato a compimento durante il dominio "berlusconian-centrosinistr-Renziano". Amen.

Marco Milioni