lunedì 21 febbraio 2011

Confermato: Italia schiava degli Usa

Servi, servi, servi. Questo siamo per gli Americani, che giustamente trattano l’Italia da padroni in casa altrui. I cablo di Wikileaks pubblicati dall’Espresso e da Repubblica non sembrano lasciare adito a dubbi: il governo Berlusconi si è prostrato come uno stuoino davanti a tutte le richieste, pardon diktat, degli Stati Uniti. Intendiamoci: la battaglia ingaggiata dalla stampa repubblichina contro il ducetto di Arcore omette di ricordare che, pur se con minore facilità data la presenza dei guastafeste di estrema sinistra, anche un governo gradito a Carlo De Benedetti si sarebbe messo sull’attenti di fronte all’arroganza da panzer di Washington. Ma il servilismo di Roma è tanto peggiore proprio perché trasversale.

La lista dei signorsì è lunga. Una selezione dei più indecorosi: in Afghanistan aumento stabile del numero di soldati da 2.600 a 4.200, invio di altri aerei ed elicotteri da combattimento, eliminazione dei “caveat” che impedivano l’impiego di nostre truppe al fianco dei marines in azioni offensive e, umiliandoci come i soliti italiani vigliacchi quali siamo, la perentoria richiesta di finirla di pagare tangenti in denaro a talebani e capi-tribù pur di evitare attentati. Riguardo l’Iran, l’impegno a non stipulare nuovi contratti, noi che siamo uno dei primi partner commerciali del paese degli ayatollah. Accettazione entusiasta, puntualmente verificatasi, di prigionieri provenienti dal carcere horror di Guantanamo, e non solo quelli precedentemente risiedenti in Italia, ma anche altri per i quali si è trovato un apposito escamotage giuridico (cioè se coinvolti in inchieste penali italiane). A Sigonella, mandare in porto la dislocazione dei Global Hawk, ricognitori teleguidati che possono spiare oltre le linee nemiche, già approvata dal governo Prodi. A Niscemi, in provincia di Caltanisetta, zittire la popolazione contraria all’antenna Muos, snodo di un sistema planetario di comunicazione per raggiungere i contingenti Usa in ogni parte del globo. A Camp Derby, ottenere rassicurazioni sullo stoccaggio delle cluster bomb, micidiali ordigni che una volta esplosi trasformano il terreno circostante un inferno di mine: il sottosegretario alla presidenza del consiglio Letta conferma che non ci saranno problemi, e infatti, al trattato internazionale che mette al bando questa tipologia di bombe, manca ancora la firma del nostro paese.

Ma la questione che rende di un’evidenza tragicomica l’appecoronamento di Palazzo Chigi e della Difesa è l’extraterritorialità per le basi statunitensi presenti sul suolo italiano. I diplomatici Usa si ritengono soddisfatti per il felice esito della vicenda Dal Molin, la seconda caserma americana a Vicenza che riunirà la 173sima brigata di paracadutisti in qualità di sede dell’Africom (il comando per il quadrante africano). Siamo nel 2008, e sulla costruzione di Camp Ederle 2 pende il rischio che il Consiglio di Stato, chiamato a giudicare dal ricorso avanzato dai No Dal Molin sul presunto “interesse nazionale”, possa dichiarare l’operazione illegittima. Tranquilli, dice il ministro della difesa La Russa agli Americani preoccupati: se per caso i supremi giudici dovessero darci torto, troveremo comunque una soluzione. Non sarà necessario, perché gli illustri ermellini daranno via libera. Dal Pentagono però fanno sapere di esigere che nell’area della nuova base la sovranità territoriale sia americana. Attualmente questa vale solo per le basi costruite nel dopoguerra (come la Ederle 1), ma ora la Costituzione vieta di estenderla a quelle di nuova costruzione. Sono gli stessi yankee a escogitare la via d’uscita: far passare l’Africom, quindi il secondo insediamento, come la continuazione giuridica del primo, che ospita la Setaf, il vecchio comando per l’Europa Meridionale. In pratica, come ha ben scritto il Presidio No Dal Molin, «è come se un nipote pretendesse di aver diritto alla pensione del bisnonno deceduto, portandone lo stesso cognome». Letta accetta senza fiatare. Il disprezzo per la Carta costituzionale è tale che il suo compare La Russa s’inventa un’ulteriore trovata per garantire l’extraterritorialità di un’altra installazione militare in progetto a Gricignano d’Aversa, vicino Caserta, che radunerà i marinai della Sesta Flotta: un patto bilaterale ad hoc che permetta all’esercito Usa di essere totalmente indipendente nella sicurezza interna.

Ricapitoliamo: c’è un alleato, gli Stati Uniti, che pretende, impone e dispone delle nostre forze armate all’estero e del nostro territorio nazionale come più gli piace, fino a indurre il nostro governo a violare la Costituzione, legge fondamentale di uno Stato, l’Italia, ancora formalmente sovrano. E il governo italiano non solo non cerca di resistere, smussare o addivenire a un compromesso – quanto meno per salvare la faccia se non proprio la dignità nazionale – ma s’inchina a ogni volere anche il più inaccettabile e ricorre a ogni sorta di cavillo pur di obbedire. Senza chiedere nessuna contropartita, senza darsi alcuna premura di difendere l’interesse del proprio paese. Tutte cose sapute e risapute, benché sapientemente manipolate e fatte passare in sordina. Ma sempre cose che fanno ribollire il sangue. Soprattutto in tempi in cui si festeggia uno sgangheratissimo compleanno della Patria (quale? Quella eterodiretta dai Bush e dagli Obama?) ed è affidata a un comico, Benigni (l’ex Cioni Mario di Berlinguer ti voglio bene da anni normalizzatosi a giullare del perbenismo) l’esegesi dell’inno nazionale al festival di Sanremo. Non sono solo canzonette: siamo solo canzonette. Siamo la parodia di una nazione.

Alessio Mannino
da www.ilribelle.com del 21 febbraio 2011
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